I bordi della
notte
prefazione
Andrea Venzi
C’è una poesia di
Francesco Mandrino,
la numero 3 della raccolta ‘Aurora’ che evoca in me non già echi di battaglia
medievale ma il confuso smarrimento di chi perviene da un sonno agitato ad una
sveglia improvvisa. Un aprire gli occhi sul vuoto consci dì una minaccia che
incombe.
Nel sonno il sangue gorgoglia immagini convulse “lampi di lame e suoni
sordi | di corazze sfondate’. Il risveglio è il cielo bianco che si avventa
nello sguardo ancor privo di cognizione “quindi l’eterna ignoranza dell’esito
| dai
fori della celata l’assale | lo circonda, nella diafana nebbia | dalla luce
incolore il silenzio”
Altre poesie immergono la febbre dell’angoscia alla zuffa di spade e di
corazze che tanto affascina Mandrino quasi che lo sguardo dietro la celata gli
consenta quello spirito attento e ironico che lo mantiene immune da
condizionamenti esterni.
Una costante alternanza di situazioni luce/buio è un gioco ambiguo che
sale dalle zone morte dell’oblio alla luce come ribellione e tradimento. La
veglia insonne come un’ostrica ha il raro dono della visione,
Lo stesso discorso vale in qualche modo anche per la seconda raccolta
“Villeggianti d’inverno” dove “La certezza e in un vicolo cieco" oppressa da
un’età di memorie e un futuro “dove i garçons | non porgono più bigliettini”.
Il castello di carte di una vita ormai spesa ondeggia verso l’ultimo
povero sfarzo mentre l’orizzonte si abbrevia, più che con rabbia, con un buffo
gesto di aristocratico disappunto.
La cosa che mi sembra particolarmente apprezzabile in questa seconda parte
è la lucidità di Mandrino che tratta argomenti da sociologo con la mano ferma
del poeta chirurgo.
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