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Ha compiuto un buon cammino, questo autore perseverante e duro, dagli inizi del suo lavoro ad oggi. Così almeno a me pare. Un cammino in progresso e in una sempre più attenta (e cauta) ricognizione di sé. Dentro e fuori di sé. Vale a dire, in ordine ai sentimenti, alle riflessioni, al complesso e complessivo rapporto con la realtà avviluppante e parzialmente sconnessa.

In primo luogo, con un impegno d’officina sul materiale linguistico, che già era contrassegnato da un’attenzione selettiva, senza più gli affanni d’approssimazione odi ostentata normalizzazione. La parola viene riscontrata, quasi ripulita al suo interno, poi sottratta alla polvere dell’uso letterario e riconsegnata a un impegno non di necessità ma di convinzione.

Ecco, dunque, che nella sua varia articolazione il linguaggio di Mandrino sembra avere toccato un risultato preciso – e convincente. Un risultato, direi una conquista dopo lungo lavoro, che consente all’autore di individuare e controllare un ambito operativo senza divagazioni (senza troppe divagazioni) e sussulti esornativi o marginali.

E quanto più Mandrino resta (sa restare, vuol restare, cerca di restare o decide di restare) direttamente sulle cose (sull’idea delle cose, sulla loro ombra sperata o patita e conservata come un rammarico lancinante o come una volontà di chiarezza rivolta al futuro non lontano) senza entrare nella barca dei ricordi, anche prossimi, che dirotta o può dirottare lontano; tanto più il suo segno affonda per cercare di cogliere, di raccogliere la verità intesa e voluta; e si protende verso il lettore, con una freddezza decisa, poco riservata ma intenta a compiere per intero il percorso comunicativo. Per trasferire l’essenza di un messaggio affi­dato a una freddezza che risulta rigorosa.

I tre versi:

Feroce un mostro popola
le rive paludose
della notte in cui canta
sembra a me che riassumino il momento più coinvolgente di questo itinerario.

In tale contesto, è poi da individuare e da seguire con interesse, per gli eventuali sviluppi, l’assunzione “antropologica” di un gruppetto di segni, tipici nella comunicazione di Mandrino (le minacce, gli insulti, la solitudine delle parole), che si muovono ed agiscono come personaggi in nero di una scena.

Scena, comunque, sempre molto contratta; dove i tanti elementi verbali si assemblano e imprimono varie accelerazioni a una comunicazione che tocca, raggiunge spesso, scansioni ritmiche interessanti.

Insomma, un buon risultato complessivo.

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