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La caduta di Milano
Roberto Roversi
nota in quarta di copertina, 1999
In questi testi, a me pare ci sia come annidata, una pienezza vitale
ossessiva e carica di una sensualità contratta nella realtà; realtà
continuamente individuata dichiarata trascritta precisata e non mai patita
(voluta patire) fino in fondo, ma osservata e contrastata e semmai soppesata,
direi, come tenendo un peso sulla mano aperta e protesa.
Questa realtà tenderei a definirla "un fuori", nella collocazione
di una determinante contrapposizione; "un fuori" denso di cose che
accadono, perseguito con sentimenti acuti e molto descritto anche nel dettaglio,
con umore e occhio persistenti. E "un dentro", dunque, da potersi
individuare in un appartamento | cuore, in un sogno | rifugio,
tutela delle azioni e degli atti più intimi e riservati, luogo di desiderio
cospirazione paura sollievo. Questi due centri su cui si ordina e si assesta il
racconto in versi di Mandrino, sono -torno a ripetere- sono le travi portanti,
solide, del suo lungo monologo che procede quasi senza respiro.
Per un esempio: la porta, le porte da cercare, da trovare
-ritrovare- da aprire per attingere raggiungere un passaggio da stanza a stanza
per poi rifugiarsi e salvarsi, sul momento, nell'interno della casa, transitando
con furia curiosa da un luogo all'altro; e salvarsi, anche, e difendersi
percependo i muri come mani e fiati tranquillizzanti, protettivi dalla furia
improvvisa che hai coinvolto (e sconvolto) la nostra vita, in questi giorni
infuriati. Furia della realtà che non offende o travolge ma incalza
impazientemente attiva.
Direi che l'indicazione di base – suscettibile poi di più minute
precisazioni critiche – si possa (per me, si deve) trovare nei quattro versi di
p. 19: "Eppure basterebbe un gesto
| per fare degli errori | peccati,
suscettibili | d'assoluzione, invece..."
C'è un vento d'inquietudine provocante, talvolta violenta, in questa
raccolta omogenea che ha conclusioni da non dimenticare.
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autore |
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