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Prefazione a
Occhio di civetta

Armando Saveriano

Le assai care simbologie del mondo animale hanno infarcito la sostanziosa produzione lirico-epica e antropo-sociale di Pasquale Martiniello, intitolano le ultime opere del poeta di Mirabella Eclano (I! Picchio, La Zanzara, I Ragni) e sono sintomatiche dell'attenzione e della curiosità che l'uomo in generale riserva a bestie, insetti e aracnidi sin dai tempi delle culture primitive, già molto prima di quelle egizia e greca: interesse e attrazione che hanno ingenerato incomprensione, malinteso, sospetto e timore superstizioso affianco alle 'theificazioni culturali' a Menfi, a Eliopoli, a Tebe, a Bubastis, accanto alle indagini e alle scoperte della scienza da parte di naturalisti, biologi, etologi, entomologi, ornitologi, ricercatori, animalisti. La civetta, collegata al culto di Pallade nella Grecia classica, era sinonimo di avvedutezza, di equilibrio. Progressivamente questo significato è stato ribaltato nel suo contrario: il malaugurio. Le credenze tuttora superstiti in talune campagne attribuiscono benefico influsso all'animale, quand'esso si posi sul tetto della casa; influsso immediatamente maligno e infausto quando il solo sguardo del volatile sia rivolto alla dimora. Molti contadini inchiodavano sulle porte dei granai civette ancora vive, per scongiurare le cattive influenze, per allontanare dai loro possessi il diavolo e il malanno. Diffusa ancor oggi la credenza che il verso della civetta e l'animale stesso, al pari di gufi e di allocchi, di barbagianni e di upupe, siano araldo di disgrazie, siano forieri di dispiaceri o di incidenti prossimi, comunque avvisaglie di malefizio, presenze menagramo, da temere, deiatturare, scacciare e combattere. La civetta diventa, di volta in volta, portatrice di benessere o di sepsi, nunzia di fortuna o ominosa, messaggera di catastrofi. Così come musicisti (Puccini, Beethoven col canto del fringuello nella Pastorale) e poeti o scrittori (D'Annunzio, Maupassant) hanno inserito il canto degli uccelli nelle loro opere, l'effettistica cinematografica e teatrale ha riservato al verso della civetta una connotazione di paura o di malia, un annuncio che precede il senso di attesa, la suspense che intercorre tra l'anticamera dell'elemento terrìfico e il verificarsi del colpo di scena, lo shock. Non ultima, per inciso, la connotazione traslata di civetta (e rimandiamo alle celebri "Maximes" del duca de la Rochefoucauld, per l'esattezza al paragrafo quindicesimo delle "Réflexions"), a proposito di fanciulla a dir poco maliziosa, spregiudicata e calcolatrice, inquadrabile tra lolitismo e inclinazione naturale al calcolo e al profitto, che consente a Martiniello, all'alter ego suo di enfant îtgé, di jongleur, canta-storie e boccaccesco, di scrivere un pezzo memorabile nel dialettale No munno spierso, dove la civetta tradizionale è "' cutulina", la cutrettola, un uccellino grazioso e vivacissimo, che muove a scatti fulminei la coda e costituisce solo uno degli innumerevoli ritrattini "teatrali" nel pantheon pagano della frizzante, fortunata silloge. Qui la simbologia della civetta circola su distribuzione bimodale, conserva l'ambiguità di duplice connotazione: è "dolce, piena di sapienza, sentinella della notte e della casa "e contemporaneamente "maledetta come orrida strega, chi ti sente sparge sale sulla soglia". Il poeta Pasquale Martiniello ne fa in sostanza metafora della saggezza malintesa, ripagata con la cattiva nomèa, l'avversione e la persecuzione. Una metafora che calza a pennello, valida per chiunque, nel tempo passato e nel mondo contemporaneo, abbia rivestito e rivesta l'archetipica funzione di assennato messaggero, di chi, per acume, per spiccate qualità di elaborazione, faccia squillare il campanello dell'allérta, di chi, con onestà e per ampiezza di orizzonte mentale, preannunci una crisi, inneschi un motus dissacrante o in qualche maniera attivi uno scioccante (e salutare) processo di demistificazione. Funzione\missione affine a quella del poeta, impopolare presso quanti (e costituiscono maggioranza schiacciante) aures habent et non audient.

Dovresti amica civetta ricevere incensi
di zagare e lacrime di cero sull'altare della notte
per il carpire e svelare le bastonate del destino
Ogni benefattore cade in odio al beneficiato
E tale è la tua storia fiorita dal detto antico
chiro ka fa lo bbene more acciso».

La civetta è considerata da Martiniello anche come l'intermediaria del rapporto complesso tra autore e lettore, soprattutto quando il verso esige numerose ricognizioni, insopprimibili ritorni e sempre nuovi quesiti a causa della vastità d'argomento, a causa della stratificazione intersecata, iperincrociata dei contenuti, che interpellano le fonti classiche e contemporaneamente si occupano di temi di prepotente attualità, formulando/sviluppando ipotesi di filosofia e scienze umane, di bioetica e di antropologia, accanto a quella materia delicata che definiamo l'archeologia della memoria relativa al background dell'uomo del sud, in questo nostro sud e altrove; gradatamente, e con inusitata rapidità, il poeta di Mirabella Eclano ha abbattuto gli spazi perimetrati in cui ristagnano le arcadie o i ciclici versificatori degli orticelli dell'effimero e dell'ininfluente, per profondere le massime energie all'attenzione critica globale dei mutamenti grandi e minimi nel mondo degli uomini e in seno ai labirinti del microcosmo individuale.

Ormai chi segue come noi questa poesia di anno in anno, di produzione in produzione, finisce per viverla sottocutaneamente, nella tragedia e nella commedia ilare e amara, nelle picche dello scherno e negli acidi della contestazione: anzi, se ne innerva, sicché le rivelazioni e l'anticonformismo, il paladinaggio dei tormentati e degli sconfitti, la indefessa dichiarazione di libertà opposta alle indecenti prostrazioni di certa classe intellettuale al partito o alla corrente di comodo, la Empörung, la Verachtung e l'Aufgebrachtsein, lo sdegno, il disprezzo e l'irritazione martiniellana divengono parte integrante del sistema nervoso, del flusso sanguigno nel fruitore probo, esigente, affezionato, nel critico "storico". I doppi ruoli di autore/lettore, di autore/critico potrebbero a questo punto convergere e pertanto condividere le sterminate ampiezze del non luogo in sospensione temporale. Una rivincita, per inciso, sulla transitorietà della condizione umana, sulla costrizione dell'individuo che rimpicciolisce se stesso nelle angustie di recinti ordinari, secondo le meschinità delle regole di giuoco.

Comprendere Pasquale Martiniello, l'uomo e il poeta, l'uno e l'altro di controtendenza, significa mettere in discussione la propria mentalità, il trascorso e corrente operato, significa porre a rischio le false sicurezze, significa spazientirsi dello status quo, smascherare i disvalori, rinunciare alla ribalta delle iniquità, delle reticenze e del reimpasto di crudeltà, ipocrisia, simulazione e sopraffazione che si sono sostituite alla serenità di giudizio, alla forza del pensiero autodiretto, al distillato morale, al benessere psichico, allo slancio generoso, all'impulso solidale autentico e primario; in sostanza all'amore "frommiano" per l'essere umano in generale.

Empörung, Verachtung, Aufgebrachtsein sono i tre atteggiamenti e i tre principi martiniellani pervasivi del verso che sottintendono una volontà (lucida e arrotata negli anni) ina- e irremovibile, contestatrice, temeraria, di condurre (e di mantenervela) la poesia per la disobbedienza civile in un'accezione elevata e ad ampio spettro sul piano lessicale, in quanto a stile; emozionante e vibratile in quanto a eclettica sensibilità e a spessore di simboli, contro la deriva delle opere insulse, autodissolutorie, e contro quella, di pari passo, dei poetini-poetastri altarizzati, guaiolatori di un tristemente diffuso verbiage, degli intellettuali di fede e bandiera provvisorie, affetti da "nénéismo" (che definiamo come una sorta di pendolarismo antischieramentista tra ambigue o subdole negazioni contrapposte), da paralalìa e da paralessia morale, perciò sempre meno aderenti all'organicità e alla compattezza delle loro stesse tesi ed in conflitto di metodo. Riconosciamo al poeta di Mirabella Eclano la sommatoria dei pregi (requisiti oggi estinti o tutt'al più improbabili) della determinazione, della coerenza, della fedeltà, dell'adesione assicurate tanto alla amata, responsabile, pressante e greve vocazione creativa, quanto ai temi originari, all'ispirazione, alle finalità etiche e sociali, con immutata temperatura emotiva, inossidato risentimento, affilato scherno e mordente dissacratorio, senza mai influenza alcuna di tendenze, mode, acrobatismi espressivi, velleitari estetismi, alambiccherie di laboratorio e mollezze da "divanista" di salotto.

Occhio di civetta dipana il respiro bruciante di un poeta apprezzato e temuto (e invano scopiazzato dall'immancabile lepisma dei suoi venti volumi) nel panorama sempre attualissimo di scandali e di beghe, di colossali soprusi e di altrettanto calamitosa indifferenza, di modelle e indossatrici incocainate, di politici smargiassi e di ministri irresponsabili (vivaddìo dimissionari), che sotto la camicia indossano magliette con sopra riprodotte le famigerate vignette-zimbello su Maometto, di collusioni mafiose e delle mille bizzarrie di un'Italietta demi-mondaine, che – è un esempio – rincorre la più centrata e originale coniazione lessicale per definire la striscia elastica che sorregge il tanga sporgendo dai jeans e dalle gonne a vita bassissima sul fondo della schiena dei teen-agers (la spunterà il termine inglese whale tail o il tedesco Arschgeweih, "coma del sedere"?), mentre spaventose tragedie familiari affollano i titoli della cronaca nera, catastrofi naturali e cataclismi squassano la Terra,

...la cicogna dell'eco-mafia consegna
l'ultimo furto un sacchetto di privilegi
Una leggina approvata dal solerte Ufficio
di Presidenza "n bizzo n bizzo" il l5
febbraio 2005 impingua la borsa dei
laboriosi consiglieri e successori,

e l'avanzata dell'H5N1, l'influenza aviaria (aurea cornucopia per la multinazionale svizzera Roche), potrebbe causare una pandemia mondiale.

«Non è offesa che siamo nella bella | repubblica delle beffe strane», commenta Martiniello con uno dei consueti affondi nella paprica e nell'aceto della satira.

Occhio di civetta è squisita pezza di schiavina, considerevole nucleo di centone, tassello di diaspro per l'eterogeneo lastricato culturale/testimoniale a cui da trent'anni Pasquale Martiniello (in quante occasione lo abbiamo doverosamente asseverato!) dedica tutto se stesso, al punto che ci sentiremmo autorizzati a parlare, nel suo rapporto totalizzante con la poesia, di "dipendenza provvidenziale", dal momento che essa frutta benefici a quanti siano ricettivi al percussivo messaggio permanente. Più che verbale, il messaggio si traduce nell'inculcare in progressione il senso, il concetto già "frommiano" della libertà positiva. Martiniello è al timone di un onnipresente, inattaccabile e inintaccabile faro che inquadra, s'allarga, rincorre, mette a fuoco e scannerizza le nude condizioni morali e materiali della gente, un occhio di civetta inaccecabile per cui fatalmente egli si è fatto ministro e promotore (in parte senza nemmeno assumersene piena consapevolezza) della trasmissione di un ethos che, con il filosofo di Francoforte, chiameremo "coscienza umanistica". Sicché, valore e finalità della poesia non si rintracciano esclusivamente in campo filologico nella libertà espressiva che presiede alla metamorfosi, alla mutazione, all'evoluzione della lingua viva e versipelle: valore e finalità del poièin assumono la necessità di avvalersi di una voce ferma, forte, carismatica, pura, in grado di tener testa ai condizionamenti della società, del sistema, di quella macchina infernale che spersonalizza, di quella Circe di mercato che ci sospinge al trogolo dell'addiction commerciale, dell'acquisto compulsivo, suggerendo in ogni istante che la soluzione al disagio esistenziale è tuffarsi nei piaceri adulterati e tentacolari del consumismo, nei falsi bisogni del superfluo, dell'inutile. Oggigiorno, nel marasma frastornante che non risparmia neanche le comunità ristrette, o marginali, diventa un problema scovare un'oasi di riflessione con se stessi: non si deve neanche escludere che ormai nessuno avverta il bisogno di una pausa rinfrancante, rigeneratrice. Chi, a conti fatti, è disposto ad ascoltare se stesso, a calarsi nell'in sé? E, ancor peggio, chi si prende la briga di ascoltare la vox inquietans atque inquieta della poesia? Di una poesia come quella di Pasquale Martiniello, concepita, invocata, forgiata, battuta nel cuore magmatico della fornace? Con una presa di ironia, pari pari escerpita dai Moralia, riandiamo a una osservazione impagabile di Plutarco, che recita: «La natura ci ha fornito due orecchie ma ci ha dato una lingua sola, perché siamo tenuti molto più ad ascoltare che non a parlare». Come dire (ed è verità; ed è riscontro!): a ognuno preme di più blaterare, esporre le proprie egoistiche tesi, spillare la stura dei propri diluvianti convincimenti, anziché fare attenzione a quanto sostiene, espone, racconta, confida un altro. Si evita addirittura, e accuratamente, il téte-à-téte con l'animo proprio. Ecco, questo spazio per una sosta intima e approfondita, di immersione in sé, questo rilassamento in eupnèa, questa occasione di dialogo a tu per tu con la propria coscienza, lo offrono la lettura e l'ascolto; la lettura e/o l'ascolto della poesia, la quale si fa medicina, farmaco infallibile a chi si sia approcciato all'arte di ascoltare, dove il verbo disciplina il discernimento tra obbedienza e disobbedienza rispettivamente alle regole conformi al giusto e dunque legittime, imparziali, e alle norme, viceversa, inadeguate, viziate, nequitose: in nuce farraginose, incostituzionali, antidemocratiche e antigiudiziarie, scotòfile (e rimpiattantesi) rispetto ai lumi del buon senso e del buon governo. E a proposito di governo buono o cattivo, Martiniello, con la sua poesia entropogena (più innanzi andiamo a chiarire e a motivare tale attribuzione), solleva a un certo punto i veli della vergogna sull'atteggiamento sordastro del sistema politico: «A che vale lasciarti | il podio di parlare se il potere non | ha orecchi? Se la parola è vuota fiasca?», sul bipolarismo, trasformatosi in odor di campagna elettorale nel bifazionismo di due parti avverse che non si risparmiano i colpi bassi e finanche i grani spigolosi, imbarazzanti e crassi degli improperi (quando non delle telerisse tout-court). Una destra e una sinistra che in odore di elezioni si contendono simpatie – o brigano per resuscitarne – a suon di apparizioni e presenzialismi, a suon di pronostici e di percentuali. Estrapoliamo:

È questa la democrazia
dei pappatori di ceci e fagioli
dei ciarlatani che sputano risse di equivoche parole...
La politica è farsa una sceneggiata
con sberleffi e lazzi e voci di tamburi
ingiurie e calunnie pregne di letame.

I voti sono spighe d'oro che danno
certezze su quegli scanni porporati
o poltrone d'alte cariche
assicurando per un quinquennio
buon pane e squisito companatico
senza spandere una goccia di sudore»

«Facciamo una forte unione
per abbacchiare il ricco noce
del potente Paperone
Portiamo idee alla fabbrica prodiana
il divino toccasana di tutti i guasti
e sinistri sociali piovuti da questa
destra senza bussola o stella polare
Solo una grande catena di braccia
e mani che non hanno mai toccato
vanghe e zappe e falci e telai
svegliare possono e guarire questa
Italia da fienerale
Tutti all assalto con penne e calamaio
Liberare con urgenza questo letamaio
è l'eroico sacrificio di tutti gli inabili
al lavoro
Tutto questo popolo con un
solo polo farà il volo in paradiso.

C'è da chiedersi non tanto se la poesia, che sempre ha ingenerato e ingenera sospezione, timor, faccia politica (e questa poesia fa politica), perché la risposta secolare è affermativa, quanto se la poesia abbia carattere politico, sia essa politica sin dagli albori della sua Erschaffung, sin da quando abbia avuto origine, sin da quando sia scaturita da stipite umano. Si va allora a scomodare Platone (e se non Platone, Agostino), che la biasima, la condanna, la bandisce: è la sensibilità che viene diffidata, esonerata e allontanata, se non sottomessa e gestita; la sensibilità poietica. L'implicazione del verbo "gestire" colloca immediatamente la sensibilità sotto il controllo politico: la sensibilità poietica include il potere seduttivo, fascinatorio e trascinante che porta alla condanna del tragediografo Frinnico, nel 493 a.C., reo di aver commosso fino alle lacrime il popolo ateniese, con il suo dramma "La presa di Mileto". Il logocentrismo della filosofia occidentale, da Platone a Heidegger, non poteva non esecrare la sensibilità poietica, che proponeva un logos vòlto all'irrazionale, e quindi trasgressivo, ever/sovversivo, "perverso" nell'accezione greca, perché evocatore del taciuto, del non-essere. Ecco che la poesia entropogena di Martiniello riporta nei giorni nostri il germe dell'antico timeo, un contro-logos che non si può imbrigliare e sottomettere. E qui rientra l'intuizione formidabile del Nostro, quella della metafora animale: l'occhio di civetta, che è in definitiva la poesia stessa, il contro-logos entropogeno, translinguistico, ribelle, insofferente, che restituisce all'aere e alla luce quel che dovrebbe restare sepolto, quel che – secondo Maria Zambrano – "non raggiungendo il supremo rango dell'essere, non ha motivo di manifestarsi." Ma l'occhio di civetta, la poesia, "spiega le ali", "cavalca il vento", "corre avanti", "precede", "preannunzia", per binario parallelo allarma e sconcerta, crea disagio, incute "paura": la parola è antecedente al fatto, all'azione che si compirà, che verrà compiuta. La parola di siffatta poesia entropogena è un aculeo: si pianta nella carne, vi si conficca (ricordiamo La Zanzara, Il Picchio?), fa male, a nulla serve cercare di estrarlo o (fingere) di ignorarlo. Poesia tensiva, costantemente, "storicamente" cadenzata da un formicolìo di aggettivazioni, di terminologie neoteriche o di locuzioni sapidamente traslate da un antico parlare ("decespuglia, acceppa, importa, assuìna, arrutinata, vippisti, stupidifacenti, indiarsi, gente smart, critiche forcaiole, labbra canottiche, cariati dalla solitudine, ecc. ecc.") con accavallamento di metafore che mai disorienta e mai dispiace, l'operazione di Martiniello amalgama la tradizione e l'irriducibilità ad essa. La poesia è anche questo. Ma attenzione:

...La poesia è come un singolare
brodo Si serve a pochi palati
raffinati dagli occhialini dai
gambi d'oro
Si getti nel cestino ogni verso
che non sia un vampiro
È un poetare stupido e vigliacco se non
strappa maschere o accende roghi.

Chiara, lapidaria, l'avvisaglia. Proprio dalla prospettiva di questi versi, ad un certo punto, ed in maniera effettivamente sconcertante, scaturisce uno stato d'animo che avvelena: il poeta viene assalito dal dubbio che la sua e altrui poesia, che la Poesia in generale, sia una colossale illusione, che non imbracci armi efficienti, che sia un combattente inetto, inefficace; che abbia deterrente a percentuale zero; che il suo nome suoni: insignificanza.

Sei un parassita davvero
che vive di vento di parole
gusci vuoti sulla sabbia sporca
Perciò sei spenta morta
con neppure un segno di croce
Non mordi non incidi non gridi
non artigli/non desti prurito
rogna Un tempo eri raspa lima
artiglio punteruolo rompiscatola
Magari fossi moscerino
meglio vespa o calabrone Almeno per te
ci sarebbe timore attenzione
brivido allarme un fuggi fuggi
Sei in si gni ft can te
Se fossi un uovo fetoso marcio
in questo caso avrebbero paura
come un tempo le pellicce per una/ sassaiola
Sì Ti ricordi alla Scala
Magari fossi cicala almeno d'estate
saresti viva compagna di tanto solitaria
vecchiaia Io mi sono illuso
Ti pensavo tarlo di coscienze demagogiche fiorite
a iosa Ti sfratto perché mi abiti come
un ragno che non dà caccia alle mosche.

E carica il mortaio, aumenta la dose con accenti iconoclastici (più l'indicibile dolore di chi, per shock morale, si ritrova disatteso, tradito):

È inutile che tu chiami bussi
stuzzichi solleciti e strepiti
Io di te non voglio più saperne
Ti ripudio Trovati un altro babbeo
dacché non accendi vespai e focolai
di rivolta non meni forcate Non
vedo carri funebri o grido di sirene
È consigliabile che ti strappi la voce
se non hai l'antidoto per le assurde
sciatterie e per un orrore che rode
e per un presente atrofico di cuore....

Possibile che, in questa secca, impressionante disamina, in questa inimmaginabile, perentoria, drastica disaffezione, in questa iconodulìa rovesciata, in questa dichiarazione di antipoetica, in questo scagliarsi contro la poesia, in questo volersene congedare, Martiniello, l'uomo tellurico, rabelaisiano, dal violento, crepitante attrito emotivo e semantico, il castigatore del malcostume, il fustigatore di vizi e di soprusi, arrotoli la frusta, appenda al chiodo arco e faretra, neghi alla `grande e civile poesia"la sua più importante, prioritaria funzione? E che di conseguenza la esecri, la rinneghi, la sfratti da sé, perché ha compreso ormai che essa fallisce, che non provoca né attua mutamenti, che non è punta di strale, che egli pertanto non può e non vuole più servirla? Perché, in definitiva, "vana è la sacralità della parola"? Eppure la Poesia, nella storia umana, grazie al suo sperone dirompente, alla sua arpionante e disarcionante forza di denuncia, alla sua luce di faro, è stata la sola speranza di libertà, l'unico spiraglio da cui attingere ossigeno, il filo di Arianna per faticarsi l'uscita dal Labirinto delle menzogne, dall'inferno di proibizionismo e di sanguinosa repressione in ogni tempo e in qualunque parte del mondo agissero le dittature militari: pensiamo, nel campo dell'esperienza ispanoamericana, a Juan Gelman e a Francisco Urondo, argentini; a Otto René Castillo, del Guatemala; a Javier Heraud (Perù); Roque Dalton (San Salvador). Per tacere dei bavagli e degli oscurantismi franchisti che costringono Juan Larrea, Rafael Dieste, Jorge Guillèn, Rafael Alberti, mutilati dalla censura, ad abbandonare la Spagna e a prendere la via dell'esilio. Che dire del destino della moscovita Marina lvanovna Cvetaeva, osteggiata dalle autorità e indotta alla depressione e al suicidio? O alle vittime dei non allineati al realismo socialista sotto il dispotismo staliniano? E, ancora, alle tensioni, alle angustie imposte dal famigerato "Regime dei colonnelli" dopo il colpo di stato del 1967, in Grecia? E, in Cina, la spietatezza della persecuzione degli intellettuali democratici del Kuomitang? Il mutismo di una generazione di poeti e di scrittori, costretti a una battuta d'arresto o all'autocritica dall'epoca della rivoluzione culturale fino al 1976/1980? Non dobbiamo neanche inoltrarci molto indietro nel passato: l'intemerata giunta militare che stringe in una morsa l'ex Birmania, ribattezzata Myanmar, ha messo agli arresti domiciliari il Premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi, colpevole di aver espresso le proprie opinioni; nonostante le proteste di Amnesty International, e ad onta delle sanzioni economiche mantenute dall'Unione Europea e dagli Stati Uniti, ha condannato il poeta Myo Mint a sette anni di carcere per una poesia considerata irriverente nei confronti dell'esercito; pena raddoppiata a causa di una sua lettera (prontamente intercettata) indirizzata alle Nazioni Unite, nella quale egli lamentava le durissime condizioni della prigione dove era disgraziatamente recluso. Non osiamo immaginare a cosa andrebbe incontro Pasquale Martiniello, con le sue verità sfacciate e corrosive, e con il considerevole carteggio di denunce a scottapelle, se, per ipotesi, vivesse in questo "paradiso" dell'oppressione o in altri consimili tropici dell'azzittimento radicale coatto... Che dire, infine, qui in Italia, degli atteggiamenti polemici, censorii, denigranti o brutali avverso intelligenze creative del peso di Pierpaolo Pasolini e di Dario Fo? Donatella Bisutti scrive addirittura un manuale, intitolato emblematicamente e opportunamente La Poesia salva la vita. La poesia non è solo rifugio: essa è rifugio e fortezza armata.

Ben lo sa Pasquale Martiniello, che lo riafferma proprio laddove e quando, in una parentesi di scoramento (che non è la prima e non sarà l'ultima), lo nega. Per lui la poesia è stata e sarà vita. E la vita la si ama e la si maledice, la si accoglie e talvolta, in tante circostanze, la si disprezza, la si bestemmia, si arriva a voltarle le spalle. È una sorta di amo et odi indissolubile. Il momento di crisi è scaturito anche da un quesito-cardine con il quale Martiniello ha da fare i conti spessissimo: che senso ha oggi la poesia, quando i valori sono stati svuotati, le utopie sterilizzate del loro attrait, quando, ancora, le convinzioni assolute volgono in stato comatoso?

Il ruolo del poeta — e il Nostro lo svolge benissimo — è, fra i tanti, quello di collante fra lacerazioni e lacune, per assicurare una forma di continuità e di riaffermazione degli ideali, delle grandi utopie, dello statuto stesso del poièin; per garantire la ridefinizione del significato sociale del poièin, specialmente quando si profila la minaccia dissolutoria nel campo generico delle arti, delle dottrine, delle discipline di pensiero, dei linguaggi espressivi. La poesia è sopravvissuta a pericoli siffatti nel corso della storia, a partire dalla transazione da periodo omerico a periodo lirico esploratore dell'io, con Saffo e Alceo. E via via nell'andazzo antitetico dei secoli fino ai giorni nostri.

Immediatamente dopo il ripudio, e la "disrupzione", il riabbraccio, e la riunione; la ricomposta, consueta, assoluta complicità. La fede di Martiniello nella poesia rinasce, scaturisce proprio dalla messa in dubbio, dal temporaneo, furibondo, brevissimo (pseudo) distacco. La purezza d'intenti della poesia torna a fronteggiare, con la sfibrante stia ricerca di verità, la politica impeciata di raggiri, che Martiniello descrive come «una donna dai forti | e oscuri capricci di potere È duro | da mantenere quando intorno scalpita | il corteo degli amanti che martella | negli avanzi sedurtivi...».

Contro il negazionismo della Shoah, i volumi dell'unico grande libro del Maestro mirabellano hanno dedicato pagine bellissime (e raggriccianti), in linea con la legge votata dal Parlamento italiano sei anni fa, per non dimenticare gli orrori dell'Olocausto. Oggigiorno, purtroppo, questo dovere morale e civile, questo debito inestinguibile, scricchiola: c'è l'atteggiamento di chi, superficiale, sbuffa, e taccia di retorica la data del 27 gennaio (nel 1945, quel 27 gennaio sanciva la liberazione dal campo di sterminio di Auschwitz); il presidente iraniano Ahmadinejad formula un vero e proprio manifesto politico che sostiene la rimozione degli israeliani dal Medio Oriente, arrivando a dichiarare "mito" la Shoah, e "invenzione arbitraria" lo stato di Israele. A Roma un corteo fìlopalestinese brucia le bandiere Usa/Israele e inneggia, in coro: `dieci | cento | mille Nassiriya!".

Ma perché le cronache ufficiali di quanto avveniva nei ghetti creati dai nazisti, le testimonianze del diario (giunto fino a noi) di Adam Czerniakow, capo del ghetto di Varsavia, assieme alle toccanti note nei diari di adolescenti (Mary Berg, David Rubinowitz), unite alle stesse terrificanti documentazioni (foto, filmati, schede mediche su atroci esperimenti, ecc. ecc.) dei Sonderkommandos di Auschwitz e di Birkenau vengono messe in discussione, revisionate, smentite, abrase, in un subdolo, vile procedimento di cancellazione? Perché molti dei superstiti stessi, ed i loro familiari più stretti, scampati all'internamento e alle "docce" a gas, preferiscono il silenzio? Forse perché il sopravvissuto al genocidio ebreo non desiderava affatto acquisire l'identità sociale di sopravvissuto, sancita e riconosciuta durante e dopo il processo Eichmann del 1961.

Rifiutava (e qualcuno ancora ricusa) la funzione di essere "portatore di storia", di quella porzione di storia tanto orribile, talmente insostenibile per la sanità della psiche, da voler essere rimossa. Questo "strano" sentimento si presenta come un marchio a fuoco indelebile nella poesia di Manòlis Anagnostàkis, tragico sopravvissuto all'occupazione tedesca della Grecia e alla non meno atroce vicenda della guerra civile; egli si autodefinisce "indegno" sopravvissuto, perché è convinto di essersi costruito, con la complicità della poesia, "un muro dietro al quale nascondere il viso". Uno stato d'animo alienante quanto quello del Martiniello quando, in un suo plumbeo rendiconto, il mirabellano dubita dell'efficacia della Poesia che più non graffia. Entrambi i poeti si sbagliano, perché la poesia dell'uno e dell'altro, carica di fierezza, conserva il valore testimoniale e la forza d'urto, specialmente nelle inflessioni affilatissime del sarcasmo, nei toni ironici e autoironici.

Il "vuoto di memoria" si è imposto, dopo il conflitto, perché negli anni della ricostruzione, della risalita, del benessere, nessuno era disposto ad ascoltare, a rievocare infamie e scempi di tale portata. Di questo fenomeno, di questa esigenza lenitiva, anche se sbagliata e in fondo controproducente, hanno largamente approfittato i revisionisti, gli ipnotisti del negazionismo.

Ascoltiamo quanto crepitante sfrigoli a tal riguardo, sulla piastra arroventata del massimo sarcasmo, l'aceto martiniellano, voce implacabile della coscienza:

Via la parola tedesco
È stato inventato con genialità
un compromesso
Auschwitz
un campo di sterminio
di Hitler
Gli altri lager sono figli
di nessuno
I carnefici sono angeli
di favole
La carne che filma al cielo
un belato di agnelli
ingrigliati
I forni crematori sono le cucine
dei banchetti nuziali di basso rango
zingari e rom lesbiche e omosessuali
Vogliono bruciare la memoria
della bestialità dell'uomo
Uccidere la verità nella semina del silenzio.

L'ultimo verso ("uccidere la verità nella semina del silenzio") rimbomba come una pesante lastra di pietra che sigilli una tomba, che "accechi" un pozzo. Il suo carico di colpa si rovescia addosso a tutti i responsabili dell'antiideologia della dimenticanza fraudolenta come un calice stracolmo di dolore e di veleno: e chissà quanti armadi della vergogna, nel nostro Paese, nell'Europa e nel mondo, sono disseminati in uffici polverosi, in banali stanzini d'archivio, a macerare nei sottoscala, nelle cantine, nei bugigattoli della più necrofora burocrazia, in luoghi scontati, vicini, a portata di mano, insospettati e insospettabili, eppure "oscurati" e resi inaccessibili dalla loro stessa "evidente" improbabilità di celare nel ventre di legno muffito e puzzolente segreti ripugnanti e imbarazzanti per il Sistema e per la maggioranza e/o le minoranze al Governo; oscurati e resi inaccessibili, grazie al loro stesso aspetto frusto e alla loro medesima natura misera, ovvia, che passa inosservata, per evitare che un "occhio di civetta" scovi, spulci, stani, cavi, estragga altre prove `della bestialità dell'uomo", denunzi altre follie, aggiunga all'interminabile lista ancora e ancora atrocità, ennesimi deliri di una società intollerante, schizoide, insaziabile, guerrafondaia, che puntualmente impazzisce, e regredita allo stato ferino, avalla e perpetra, con ossessività martellante, ogni eccesso, reprimendo, soffocando, strangolando, rapinando, stuprando, massacrando, fino all'apoteosi dello stigmatizzante, efferato, vecchio e sempre valido concetto dell'hobbesiano homo homini lupus.

Ora Pasquale Martiniello, con i versi che dedica alle deportazioni razziali e allo sterminio (amalgamando lirica e indignazione, ragione e cuore, collera e pietà, orrore e balsamo all'orrore), si pone come voce di conoscenza che elargisce e produce, a favore delle ultime "viziate" generazioni (e anche di quelle "precedenti"), quel "possesso perenne", lo ktèma ès aieì auspicato da Tucidide e rigorosamente rivendicato da Primo Levi. Educatore della memoria, e specialista del logos, Martiniello lavora, con l'acre sagacia della sua aurea senectus, non soltanto sull'empatia, quanto sulla nitidezza e sulla persistenza dell'impronta mnestica, padroneggiando una parola "scavante", ricorrendo a un metro incisivo, utilizzando l'una e l'altro affinché penetrino nella corteccia cerebrale e restino lì "a pulsare", al di là delle pur considerevoli (ma "passeggere") tempeste emotive. Il contributo storico, sociale, psicologico, letterario e umano del Nostro, l'intemerato, orgoglioso, polemico "disobbediente civile", che ci piace immaginare solennemente ricoperto della candida "tràbea" latina, è di alto rilievo, risulta di eccelso, tracciante contrasto all'oscurantismo becero, senza mezzi termini vergognoso (e debitamente punito dalla giustizia austriaca, per la quale è reato il negazionismo: e l'Italietta nostra pigli esempio) di un David Irving, agiografo di Adolf Hitler (da lui definito "statista razionale e intelligente"), negazionista del genocidio in due discorsi tenuti a Leoben e a Vienna, arrestato nel novembre scorso a Graz, e condannato a tre anni di carcere, nonostante abbia ritrattato, e radicalmente "corretto" le proprie opinioni. Uguale sorte dovrebbero seguire i nostalgici filonazisti, i crani rasati, coi loro deliranti raduni e le criminali incursioni a danno dei diversi di pelle. Ascoltiamo, sul tema del colpevole silenzio, "il silenzio omertoso del sistema", anche sulla trucida vicenda delle "Foibe", la voce del poeta:

...La nostra
memoria dei lager è una tragedia
da buio nero La cultura ha taciuto
la politica ha sepolto
Siamo ora a cercare i trucidati
le pagine macabre della vergogna
per farcene carta di politico mercato
Dopo decenni suona forse sulle fosse
la ritrovata squilla della storia
che ci dice le sofferenze dure e patite
I maestri dell'orrore non hanno un 'unica divisa
Affossatori della memoria i lunghi
teli stesi sulla spirale delle mastine
rappresaglie La bestia s'inebria del sangue.

Un tenace lampo di ferinità
nazista fu eccidio di ebrei
e d'altre infime razze e fedi
La terra dei campi lievitò di pianti
e continuò a incrudelire fra canti
e sevizie
Il mondo sapeva e tacque
... Anche lo Spirito
Santo spezzò i legami della luce
Oggi 27 gennaio 2005 è il giorno
della memoria/ Ceri e discorsi
a diluvio ma da quei volti verniciati
a tristezza non una goccia di pianto
Il dolore è profondo nel cuore
della storia dei vinti....

Ma il vero capolavoro di questo ennesimo capitolo sulla memoria "recuperata" resta il ritratto di Achille De Simone, deportato nei lager in Germania, che

...tornò spaventapasseri schifato
dalla morte un congegno di pelle
e ossi visibili anche ad un cieco
Sconcertava per le crudeli frottole
che biascicava Si teneva cara l'ingiuria
di mago di bugie Di certo allora
c 'era un numero al braccio e tante
fistole alle cosce Era un Lazzaro
tutto fasce Il suo vangelo di poi ha
avuto lampada di luce.

L'Achille De Simone di Martiniello rappresenta il reale incontro con lo scampato, a cui si impedisce ogni confessione, terapeutica per lui, traumatica per gli altri; rappresenta il testimone screditato dagli scettici crudeli, dai misconoscenti periferici, dagli scotomizzatori impenitenti, dagli struzzi patologici, dai sordacchioni impestati di sordidezza morale. Dalla solita gente che trova comodo tapparsi le orecchie e voltare la faccia da un'altra parte, tacciando di stravaganza e di insania chi ha serbato il tumefatto malloppo di angosce e di incubi, e denuncia fatti, esperienze vissute insostenibili, insopportabili. Sicché egli viene ancora espropriato della sua anima, spinto inesorabilmente a diventare un senza destino, uno spostato, un contafrottole, un outsider, un reietto. A casa sua, conosce l'ostracismo, la calunnia. Insomma, è come dire che nell'alba dopo lo Sterminio, si estroflette una nuova ala di buio. l'Achille De Simone di Martiniello è un personaggio tragico, derelitto, doppiamente calpestato: dagli ignobili abusi, dalle efferate torture naziste prima, dall'incredulità e dall'emarginazione umilianti, altrettanto ignominiose, che patisce poi dai suoi compaesani, nel difficile ritorno a casa e nell'ancor più difettoso e insoddisfacente reinserimento nella comunità; una casa, una comunità che gli si fanno diffidenti, indifferenti, sberleftàtrici, matrigne. L una persona autentica, vera, Achille De Simone; più vera dei personaggi verosimili che sbalzano dal libro di Gerald Green (da cui fu tratto "Holocaust", megasceneggiato per la Tv sul finire degli anni settanta) o di quelli che ci agghiacciano e ci commuovono dal grande schermo dello spielberghiano Schindler's List, o del più recente lungo-metraggio, soffuso di sinfonico, raffinato lirismo, Twin Sisters di Ben Sombogaart, candidato come miglior film straniero al Premio Oscar 2004, pluripremiato (Silver Frog, Platin Film, Golden Calf 2003). Il poeta ci ha raccontato di aver letto illo tempore alla mamma analfabeta di Achille De Simone una povera lettera disseminata di cancellature censorie, da cui si levava il patetico balbettio di una richiesta di pane: documento di una verità toccante e – come abbiamo veduto – messa in forse e dileggiata.

Pasquale Martiniello ha un rapporto privilegiato con il "mentovare", con il dono di far scorrere su pellicola ambienti e facce, sfondi e profili, ombre e echi. Si tratta di un'attitudine naturale, sempre esercitata con minuzia, e dunque accresciuta, perfezionata: il logos diventa argilla rimodellante oltre il tempo e le mille mutazioni degli spazi. La parola-fotogramma livella passato e presente, dà l'avvio al divenire.

Nei discorsi di reciproco confronto tra noi e il poeta a cui da svariati anni ci interessiamo capita sovente di concordare sulla "consustanzialità" di fattore mnestico e poesia: è scontato per entrambi che la poesia stia a salvaguardia dell'accaduto, proprio affinché l' "occhio di civetta", riparando le lacune, colmando le fratture, cucendo gli strappi, opponga l'equilibrio suo al disequilibrio dell'amnesia (o del revisionismo capzioso) fino a pronunciare la possibilità di riferirsi obiettivamente, e con costrutto, all'ieri, per formulare il multiforme, prismatico domani.

Parallelamente ci si arrovella se, tra Storia e Poesia, sia stata la prima ad aver appreso dalla seconda, in questo ultimo secolo, o viceversa. In generale, è la Storia che si giova della Poesia, o avviene il contrario? Cos'è, intanto la Storia, correlata alla Poesia? Secondo Quintiliano, Historia est quodammodo solutum carmen: grandiosa definizione! È la storia, abbiamo convenuto, che ha la possibilità di apprendere, e molto, dalla Poesia, la quale è "occhio di civetta"; è già sapiente di per sé, paradossalmente anche quando sembra tacere (ci riferiamo, come esempio immediato, all'intransigenza morale e politica, alla resistenza dignitosa, eroica, dei cosiddetti poeti greci del "dissenso" – Markos Avghèris, Yànnis Rìtsos, Vassìlis Tertìpis, Anghelos Fokàs, Lina Kàsdagli, Michàlis Katsaròs, tra gli altri – dalla guerra civile alla lotta contro i colonnelli), anche quando il silenzio diventa clamorosa protesta, sciopero selvaggio dell'intelligencija; come dire che al bavaglio e al bondage della censura governativa, il poeta preferisce mettersi da solo il fazzoletto in bocca, e le funi a impedirgli il movimento minimo degli arti, del corpo intero. Sia con questa astensione del "silenzio parlante", sia con il rostro audace del "J'accuse!" tramite lo schizzante vetriolo dei versi finiti magari sulle riviste clandestine, la cultura degli anni oscuri non si è mai tirata indietro, si è anzi battuta (qui in Occhio di civetta Martiniello cita Scotellaro e Pasolini) con il fuoco del romeikòs kaimòs contro le menzogne dello Stato, a parte quelle della Vita.

Anche qui, come in tutti i capitoli che compongono l'unico grande libro, il pescatore di ricordi (e come non avrebbe potuto?) cum grano salis distribuisce stemperanti camei di rimembranze. Il poeta "sfrutta" i tre tipi di memorie (verbale, visiva, spaziale), che in lui fùnzionano a lungo termine, consentendogli un eccellente funzionamento cognitivo: i suoi ricordi così nitidi, diremmo figurativi, la dicono lunga sull'interazione della working memory collegata alla teoria multicomponenziale (ansa fonologica più esecutore centrale più taccuino visuo-spaziale). Ecco difatti lo stesso poeta, fanciullo, sulla "littorina" che gli consente di affrontare un percorso somigliante ad una avventura intrepida: ed il lettore siede accanto a lui, ne assorbe pensieri ed emozioni, condividendone l'esperienza.

Come già nel caso del compianto Armando Vegliante, Martiniello non trascura l'amicizia per gli scomparsi, e ne onora la personalità intellettuale, la dimensione umana: fa così con Adriana Scarpa, s'addentra con commozione nel cuore della donna e della poetessa; poi anche la diffusa musicalità dei versi affettuosi s'affìoca all'incedere del sublime affiato che dona il rispetto massimo di un mutuo, diffuso, completo panpsichismo. E s'accomiata per lasciar tutto dire al fittissimo silenzio, che è pienezza. E amore.

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