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Wilma Minotti Cerini

Il miracolo

Non era propriamente cattivo, ma aveva un gran brutto carattere: era un brontolone. Lo era senza alcun motivo apparente e quel giorno era particolarmente irato perché aveva battuto l'alluce del piede sinistro contro un sasso di una certa dimensione che non doveva assolutamente trovarsi su un certo vialetto del suo immenso giardino.

Il suo furore interno gli procurava un'ansia incontenibile che doveva trovare sfogo in qualche modo per cui passò in rassegna alcune frasi tipo “ maledizione, qualcuno me la pagherà “, ma non trovando ristoro in questa minaccia da eseguirsi al più presto, essendo per altro sul fondo del parco, si risolse a cercare qualche subitaneo conforto guardando in su.

«Se ci sei» disse, alzando un pugno al cielo «allora domani al mio risveglio che possa essere immerso in un miracolo che io solo possa riconoscere».

Disse questo con tale forza che la sfida giunse oltre le nubi corvine e si disperse nell'etere, dove si amplificò in misura tale che tutto il cielo ne fu sommerso.

Il buon Dio, che è onniveggente e onnipresente, raccolse la sfida con un sorriso. Un suo figlio, al quale aveva elargito una vita colma di ricchezze e buona salute si lamentava e voleva un miracolo e per giunta assai personale. Glielo avrebbe concesso, gli avrebbe dato un giorno miracoloso e in modo che solo lui potesse riconoscerlo come aveva chiesto con veemente irosità.

Un furioso temporale squassò la notte di lampi e tuoni formidabili e lo sfidante fu percosso da incubi e brividi che solo al risveglio ebbero fine.

Il temporale era finito e il buio era improvvisamente sparito con le stelle che svanivano come ingoiate da una luce tenue, opalescente.

Si guardò intorno nell'ombra di cortine non del tutto chiuse.

A voler giudicare il tempo, doveva essere da poco passata l'alba.

«Bene, oggi verificherò se Dio esiste veramente» si disse stirando le braccia e sbadigliando da un orecchio all'altro «sia chiaro che una sfida come la mia, se non è accolta è perché nessuno la può accogliere e quindi Dio non c'è, se invece oggi mi ritrovo in un miracolo, allora Dio esiste veramente»

Appena detto questo un'improvvisa inquietudine lo prese ed anche un senso di paura, non stava per caso osando troppo!

Pensò a come rimediare e subito gli venne una bella idea.

«Prometto, giuro e mantengo che se il miracolo avverrà, modificherò la mia vita: diverrò più trattabile»

Qualcosa dentro di sé gli disse che era una promessa un po' meschina.

«E va bene, giuro, prometto e mantengo di dare la metà del mio patrimonio in banca al primo barbone che si presenterà con un biglietto al mio cancello, così, vedendo la mia buona volontà, Dio non mi punirà per questa richiesta».

Convinto da questo ragionamento e vedendo l'alba, se ne stette assopito per altre due buone orette e poi suonò perché gli portassero la colazione a letto, come di consueto.

Si sentiva allegro e ben disposto.

Arrivò il suo cameriere personale, una persona molto ammodo e silenziosa, oltre che estremamente diligente, il quale chinando leggermente la testa disse:«Buongiorno signore, desidera che le scosti completamente le cortine?».

«Come si presenta la giornata?»

«Signore direi al meglio, è splendida!»

«Allora scostale ma non troppo»

Dopo aver eseguito questa incombenza, chiese se desiderava con la colazione la posta ed i giornali.

Ad un cenno affermativo, si ritirò per rientrare poco dopo con un carrello sul quale era posto un vassoio con la colazione ed un piccolo vasetto d'argento liberty con una magnifica rosa profumata appena colta dal roseto.

Porse nel contempo la posta ed i giornali appena consegnati che il nostro sfidante pose con noncuranza alla sua sinistra.

Il cameriere si ritrasse con discrezione ed uscì dalla camera.

«Bene, bene» si disse assai soddisfatto «iniziamo il rito del mattino».

Si versò, da una magnifica teiera di maiolica di Maissen, del tè fragrante, il migliore di Cylon e iniziò a spalmare su deliziosi "panini al latte" la sua adorata marmellata: la famosa "orange" inglese.

Iniziò a mangiare di buon appetito quando improvvisamente si avvide che nel piccolo vasetto liberty, contrariamente al solito, mancava la rosa che normalmente deliziava le sue nari.

Aveva dato ordine che finché ci fossero rose fresche del roseto, ogni mattina ne voleva una.

Non aveva dato alcun contrordine.

«qui c'è troppa sbadataggine!»pensò tra sé.

Suonò di nuovo il campanello, ma questa volta in modo prolungato e imperioso.

Quando sopraggiunse il cameriere gli si rivolse bruscamente:«La rosa? Perché non hai messo la rosa nel vasetto?».

«Signore, ma la rosa sta nel vasetto» disse lo stupefatto cameriere «guardate, eccola» proseguì «appena colta dal roseto e fragrante di profumo» e con la mano fece il gesto di sfiorarla.

«Osi forse prendermi in giro?» lo guardò torvo «io non vedo nessuna rosa».

«Signore, se permettete, la prendo e l’accosto al vostro viso, non potrete non vederla».

Infatti la prese e gliela mise vicino , «vedete, è ancora piena di rugiada e così fragrante!».

Nel porgerla, alcune gocce bagnarono le mani dello sfidante .

«Che fai? Mi bagni con le tue mani?».

«Signore, non oserei; sono le gocce di rugiada che vi hanno bagnato».

Sentendo questa risposta, lo sfidante andò su tutte le furie e, con un gesto irato, allontanò in malo modo le mani del cameriere. A quel punto, qualcosa penetrò nelle dita pungendolo e facendolo sanguinare.

«Mi hai punto con uno spillo, maledizione!», si mise a urlare.

Il cameriere, sempre più sgomento e con voce flebile, disse:

«Signore sul mio onore vi giuro che è stata la rosa, avete una spina nel dito, permettetemi di toglierla»:

Con sguardo furibondo disse: «Toglimela», e lui, con lieve tremito ma con delicatezza, gliela tolse e poi prese il tovagliolo di lino per asciugare il sangue, macchiandolo.

«Vai nel giardino a cogliere una rosa e portamela subito, vai, su … forza … corri».

Il servitore andò nel roseto e scelse un’altra rosa, ma, per prudenza, la scosse un poco dalla rugiada e, dopo aver tolto tutte le spine, si presentò al suo signore.

«Ecco, ho scelto un’altra bellissima rosa.

Ma lo sfidante non vedeva alcuna rosa e la sua ira si tramutò in vera follia. Prese il pane imburrato e glielo tirò addosso e poi man mano tutto il resto, compreso giornali, posta e vassoio.

«Te la farò pagare cara questa presa in giro, a me, proprio a me prendere in giro! Ritieniti licenziato. Vattene subito da questa stanza».

Il trambusto si propagò al resto della casa e svegliò la moglie che, balzata dal letto, corse dal marito, mentre il cameriere raccontava quanto poteva, pronto ad uscire di scena.

«Che succede, marito? Mi hai fatto ben spaventare con le tue urla, ma che disastro, tutto rotto sul pavimento, stai forse male?».

«Lui», disse additando il cameriere che stava uscendo. «dice di avermi portato con la colazione la solita rosa, ma io non ho visto alcuna rosa, mi ha bagnato e poi si è preso gioco di me e mi ha punto e, per colmo, quando gli ho ordinato di portarmi una rosa, lui è uscito e poco dopo si è presentato senza nessuna rosa in mano, dicendomi quant’era bella e fragrante. Capisci, un cameriere che si prende gioco del suo padrone! Mi ha fatto andare su tutte le furie».

La moglie, guardando il desolante imbrattamento della colazione lanciata, scorse le due rose, le raccolse e andò da lui.

«Sei stato assai ingiusto, marito mio, ecco le due rose, belle e fragranti, come vedi non ti ha mentito».

Lo sfidante capì che, pur non vedendo alcuna rosa, la moglie non aveva alcun motivo di mentirgli.

Possibile? Che gli stava succedendo? Aveva forse una grave malattia agli occhi? Ma se fosse stato così com’è che vedeva benissimo sua moglie e la sua camera?

Scostò le coperte, mise i sandali di casa, si infilò una vestaglia cremisi e disse: «Andrò di persona a cogliere una rosa nel roseto».

Con passo precipitoso si incamminò, seguito a distanza dalla moglie che, di corsa, si era anch’essa infilata una vestaglia per raggiungerlo.

Andò deciso nel roseto, dove rose di vario colore abbellivano parte dell’immenso giardino. Ma giunto, non vide alcun roseto.

Si stropicciò gli occhi con le mani e di nuovo guardò; il roseto non esisteva più.

«Chi ha osato sradicare le mie rose?», urlò.

«Ma caro, che dici mai! Il roseto è qui al solito, come puoi non vederlo? Tendi le mani come faccio io, vedi, lo sto toccando».

«Ahi, ahia!», strepitò lo sfidante che era andato più sotto dove c’erano delle bellissime spine e se ne era infilzate alcune.

«Caro, ti sei punto, non sei stato all’altezza che ti ho detto, come vedi, le rose non le vedi, ma almeno senti le loro spine».

«È immensamente bello sentire le spine!», esclamò in un brontolio furibondo trattenuto.

«Ma almeno dimmi, senti la fragranza delle rose? Almeno l’odorato è a posto?».

«Non vedo rose e non sento fragranze, come vedi sento solo le spine», le bofonchiò cupo.

«Ah! Mio Dio, sta succedendo qualcosa di molto grave ai tuoi occhi, facciamo venire subito il medico, che ti visiti subito … e, per carità, torna subito a letto, steso, fermo, immobile finché non arriva».

«Ma io non mi sento male, è solo un fatto passeggero, vedrai che tra poco passerà. Ora rientro e mi calmo, faccio colazione e leggo un po’ i giornali, poi si vedrà. C’è sempre tempo a chiamare quel portajella di medico. Intanto mi tocca chiedere anche scusa al mio servitore e questo mi indispone».

«Glielo devi, è necessario, è da noi da tanti anni e non vi è persona più corretta e gentile di lui. Gli dirò che hai avuto un piccolo malore che ti ha reso parzialmente cieco su alcuni particolari, lui capirà perché, come sai, è un uomo buono e pio e non tiene rancore».

Così fu. Rientrò, chiese scusa, anche se un po’ altezzosamente, la moglie spiegò e tutto si ricompose.

Lo sfidante tornò a letto, fece colazione e iniziò a leggere la posta. Lo sgomento che ne seguì fu grandissimo: non leggeva gli zeri e le vocali.

Con molta fatica e trattenendo lo strazio, riuscì a comporre il significato dei vari messaggi.

Quando prese il giornale, si accorse che era preda dello stesso disturbo: né vocali, né zeri.

Rinunziò a leggere e rimase pensieroso con le mani incrociate dietro il capo posato su vari guanciali.

Che gli stava succedendo?

Forse stava veramente male e doveva con urgenza far venire il medico.

Quando guardò l’orologio sul tavolino posto a lato del letto, un vecchio “officier”, la sua paura crebbe a dismisura. Vedeva solo le lancette, ma nessun numero romano. Con mani tremanti guardò la lancetta piccola e poi quella lunga. Grosso modo dovevano essere le 9,15.

Si alzò e si avvicinò alle finestre per guardare il suo bel prato all’inglese, ma, invece che verde lo vide di un colore molto simile al marron glacé.

«Moglie, moglie», urlò, «vieni a veder cos’è successo al mio prato».

La moglie entrò precipitosamente e andò verso la vetrata a guardare il prato.

«Non vedo nulla di strano, è come al solito».

«Ma non vedi che è tutto marrone?».

«Marrone? Ah! Mio Dio! Ma allora è veramente grave, chiamo subito il medico».

«Ma no, che dici!. Forse è un abbaglio, ora mi giro e guardo di nuovo, se lo vedo ancora marrone, allora lo chiamiamo».

Si gira, si rivolta e guarda, «è marrone, io lo vedo marrone!».

«Caro ti assicuro che è verde, non ho motivo di mentirti, sono preoccupata, ti provo subito la pressione, stenditi, per carità, prima che succeda qualcosa di peggio».

Lo sfidante sentì di avere effettivamente una tremenda paura per la sua salute e si stese sul letto tutto sudato.

La moglie in grande ambascia suonò con fare deciso e a lungo il campanello della camera.

Si precipitarono sia il buon cameriere che la giovane domestica addetta alle camere .

«Portatemi subito lo sfingomanometro per cortesia e tu, Nicke, chiama immediatamente il medico, che venga subito, con urgenza».

La pressione misurava effettivamente 200 di massima, ma la minima rimaneva inalterata a 80 mmHg.

«Acqua, acqua fresca immediatamente e pezze di lino».

Lo sfidante fu posto con la testa all’ingiù e i cuscini sotto le gambe e fu asperso sulla fronte d’ acqua fresca.

Il medico arrivò prontamente, Gli tolse tutti i cuscini da sotto le gambe mettendolo supino.

La pressione si manteneva sempre alta, ma la minima costantemente a 80.

Il polso era accelerato, ma senza extrasistole.

«Ditemi quali sintomi provate».

«Non vedo alcune cose: le rose, le vocali, e gli zeri e vedo il prato marrone».

«Vedete solo le consonanti?».

«Si, quelle le vedo»

«È un caso veramente curioso, un caso di paresi parziale della vista, ora … chiudete gli occhi e allungate le braccia … bene, bene … ora alzate la gamba destra … bene, bene … ora alzate la gamba sinistra … bene, bene … ora per cortesia alzatevi e fate dei piegamenti … così … bene, bene. … ora distendetevi di nuovo e guardiamo la vostra pupilla … guardate diritto alla luce … bene … ora guardate a destra … bene, così … ora guardate a sinistra … bene … ora guardiamo il fondo dell’occhio … bene».

«Dottore, sono grave?».

«La vostra paresi parziale ed aggiungo, insolita … non ha nulla a che fare con la vista … la mobilità è perfetta, il polso un po’ accelerato, un po’ di pressione alta. Ditemi, avete forse mangiato qualcosa di indigesto ieri sera? Avete forse avuto qualche discussione».

«No, no, dottore, è stata una cena assai leggera e moderata, se escludiamo il solito cognac di rito», disse la moglie con un certo tono di rimprovero al marito.

«Che vuoi che siano due dita di cognac … e poi è delle migliori marche francesi!», rispose infastidito lo sfidante.

«Avete fumato sigarette, sigari?», chiese il medico.

«Volete che il cognac, non sia accompagnato da due bei sigari?. Sarebbe come bere il cognac nudo».

«Beh … beh… convengo che il cognac è assai gradevole con due sigari … purché non si esageri», sorrise il medico che anch’esso li gradiva entrambi, «ma ora facciamo un altro esperimento … guardatemi bene il viso e con un dito ditemi dove sono i mie occhi … bene … ed ora il mio naso … bene … ed ora la bocca … bene … ed ora le orecchie …cosa avete da guardare con stupore … ho detto solo le orecchie … suvvia, toccatele …».

«Dottore, non vedo le vostre orecchie».

«Guardate meglio».

«Non vedo le orecchie».

«ma sono qui, guardate, prendo la vostra mano e la porto sulle orecchie … le sentite con le mani? Ditemi!».

«Non vedo che le vostre orecchie e non le sento con le mani».

«Ma è impossibile!».

«È possibile, se ve lo dico».

«Allora guardate quelle di vostra moglie».

La moglie si mise seduta sul bordo del letto.

«Suvvia caro, guarda bene, ci sono pure gli orecchini di turchesi che mi hai regalato».

Lui la guarda e sorride.

«le tue le vedo, vedo anche la bocca, il naso, gli occhi; ma che hai fatto alle tue sopracciglia? Te le sei rasate? Non ci sono più».

«Ma caro, sono come al solito qui sopra gli occhi».

«Ma io non le vedo, capisci, non le vedo».

Fu chiamato il buon cameriere, ed anche lui si lasciò esaminare, a lui mancava il naso, alla piccola Nicke mancavano i contorni delle guance».

Allora si chiamò lo stalliere, a lui mancavano le mani.

Si mandò a chiamare il cuoco, a lui mancavano gli occhi.

Si riprese da capo e tutto fu come prima.

Il medico lo condusse sul terrazzo con molta prudenza tenendolo appoggiato al suo braccio, e gli chiese di descrivere quanto vedeva.

«Il roseto non c’è più, il prato è marrone, mancano alcuni alberi e quelli che ci sono, sono grigi».

In quel momento, nel prato sopraggiunse un magnifico pavone maschio con le penne aperte in una bellissima ruota azzurrognola e stridulo nel suo inconfondibile suono acuto di richiamo.

«Lo vedete il pavone? E il suo richiamo lo sentite?».

«Ma io vedo qualcosa di spennato che strepita!».

«Be’ almeno lo sentite, è già qualcosa … ditemi ora come vedete il cielo, di che colore è»

«Marrone come il prato, forse un po’ meno marrone, tra il marrone ed il noisette».

«Ma non potete vederlo marrone proprio oggi che è azzurro con sfumature dorate!».

«Dottore, lo vedo come lo vedo, è noisette vi dico».

«Torniamo verso il letto», disse con nervosismo il medico.

Lo condussero verso il letto e lo posarono con delicatezza sotto le coltri.

«Insomma dottore, sono grave o no?».

«È un caso insolito … forse unico … mai vista una cosa del genere … apparentemente non vi è nulla di anormale … potrebbe trattarsi di un anomalo daltonismo … ma non è spiegabile veder alcune cose si ed altre no … forse siete un poco depresso, vi è andato male qualche affare? Cercate di ricordare … vi siete forse infuriato in questi ultimi tempo … il vostro carattere forse vi predispone a infuriate improvvise?».

«Ma dottore, che razza di diagnosi è la vostra? Io sono stato benissimo fino a ieri sera, i miei affari, lasciatemelo dire … sono ottimi, non vedete forse che io vivo come un Pascià? Non vorrete attribuire al mio cognachino e ai miei sigari … questo “empêchement!”».

«Non dico questo, perché anch’io … come voi … gradisco queste piccole soddisfazioni … però noi dobbiamo cercare una causa … e questa risulta faticosa se non aprite i vostri pensieri … anche quelli remoti, siete stato malinconico ultimamente? Insomma, ditemi … c’è stata una causa che solo voi conoscete?».

Allo sfidante, all’improvviso, sovvenne della sfida a Dio, ma non disse parola per paura di essere preso per pazzo. Aveva chiesto a Dio un miracolo. Ma che miracolo era questo? Possibile che Dio gli avesse fatto un simile scherzo? Lui si era aspettato uno di quei miracoli strepitosi, qualcosa che avesse elevato il suo orgoglio al massimo e così potersene giovare ed avere qualcosa per stupire.

No, no, questo non era il miracolo tanto atteso. Questa era una disgrazia! Però capitava proprio il giorno dopo la sfida.

C’era forse da dubitare.

E se questa punizione fosse durata per tutta la vita?

Doveva assolutamente sapere. Ma come?

E se invece non fosse il miracolo tanto atteso, ma una grave malattia?

Come avrebbe potuto saperlo?

«Dottore, ditemi, questi sintomi potrebbero regredire, anzi, scomparire?».

«Un caso come il vostro, a dire il vero, non mi è mai capitato, come posso rispondervi? Solo Dio lo potrebbe, però è possibile, comunque lo constateremo nei prossimi giorni, ora sarà bene osservare un riposo assoluto, vi darò un calmante, così potrete dormire per qualche ora … poi si vedrà. Io tornerò prima di sera, ma non crediate che me ne starò tranquillo, andrò a spulciare nelle patologie se vi è un caso pari al vostro.

Telefonerò ad un famoso luminare e … al caso, lo faremo venire. Ma vedrete che non ce ne sarà bisogno. A volte succede che alcuni malanni, così come vengono, se ne vanno. Ora riposo ci vuole, un buon riposo nella penombra per non affaticare la vostra vista».

Come un povero naufrago o un disperso nella steppa che arranchi, lo sfidante si sentiva una cosa in balia degli eventi.

Il medico se n’era andato e così pure domestici, cuoco e stalliere; solo sua moglie sedeva in una poltrona accanto al suo letto, presenza silenziosa, anch’essa in penombra come la stanza.

«E se fosse questo il miracolo? Se Dio vedendo la mia arroganza avesse deciso di punirmi sottraendomi quanto di più bello avevo già intorno a me? Ah! Dio mio, ero già nel miracolo e ne ho voluto un altro. Quando tutto è bello, come potrebbe essere più bello? Potrebbe essere solo tutto più brutto. Dio dunque c’è ed è irato con me. Debbo rimediare. Vediamo, cosa ho promesso in cambio? Ora ricordo, ho giurato di dare la metà dei miei conti correnti al primo barbone … sì, sì … farò così. Ma come fare se sono a letto e per giunta mi sta venendo un gran sonno? Debbo fare subito qualcosa», pensò tra sé.

«Moglie mia? Mia cara Susanna, dove sei?».

«Sono qui accanto a te».

«Ascoltami bene Susanna: sei felice come moglie di un brontolone come me?».

«Potrai brontolare come vuoi caro, ti amerò sempre, come ho sempre fatto, d’altronde».

«Mi ameresti anche se, diciamo pure, fossimo più poveri?».

«Ma noi non lo siamo affatto».

«Allora diciamo, se fossimo meno ricchi?».

«Ma certamente».

«E non ti dispiacerebbe?».

«Ma no, se ci sei tu!».

«E se non potessimo più concederci lo stalliere, i cavalli, i gioielli, il cuoco?».

«Ma non c’è ragione di fare questi pensieri, dato che li abbiamo».

«Ma potremmo non averli più. Facciamo un esempio: se noi avessimo la metà delle nostre ricchezze, a cosa dovremmo rinunciare?».

«Quasi a niente, poiché abbiamo tutto in eccesso, solo piccole rinunce».

«E se io, avendo fatto il voto di dimezzare i miei averi per darli al primo barbone che si presenti alla nostra porta, ottenessi in cambio di tornare come ieri vedendo i colori e tutte le cose che non posso più vedere, tu avresti da ridire o rimpiangere qualcosa?».

«No, te lo assicuro».

«Allora devi fare qualcosa per me e subito. Metti una persona in attesa per ogni cancello, perché prima di sera arriverà il mio barbone ed io lo voglio qui nella mia camera».

«Ma caro, ce ne sono tanti di barboni, potrebbero essere più d’uno, non ti sembra un’idea un poco bizzarra la tua?».

«No», disse quasi ispirato, «quello che attendo sarà più barbone degli altri e … e. … non è escluso che abbia un biglietto per me».

«Ma non ti sembra assurdo questo pensiero?».

«Forse si, forse no, ma se verrà quello che attendo con un biglietto, allora deve essere trattato nel migliore dei modi. Ed ora, mia cara, portami il libretto degli assegni ed una penna, anzi, tutti i libretti degli assegni e la penna che stanno nel mio scrittoio».

«Sei proprio sicuro?».

«Più che sicuro, sicurissimo».

La moglie, che era una persona molto sensibile, pensò di non contrariare quel suo marito già così provato, e fece come le aveva detto.

Andò nello scrittoio e prese libretti di assegni di varie banche e la sua amata penna ad inchiostro dal pennino d’oro.

Tornò da lui e glieli porse. Lui le sorrise e, malgrado la penombra, lei notò questo primo sorriso disteso e se ne rallegrò. «Adesso, mia Susanna, ti chiedo di fare alcune telefonate. Di ogni banca devi dirmi l’ammontare del nostro patrimonio, conti correnti compresi e scrivere il tutto su un foglio che mi darai. Adesso dormo un poco, puoi stare tranquilla, forse ho capito cos’ho, se tutto va come deve andare, poi ti spiegherò e tu capirai. Grazie per il tuo amore. Tu non sai come mi fa stare bene».

Si addormentò tanto placidamente che si mise persino a russare.

Non un russare fastidioso, né gorgogli, ma quello tranquillo che segue un ritmo preciso come un gattone al quale si accarezza la groppa senza fare il contropelo.

Dopo circa mezz’ora il sonno era diventato tranquillo. Lei se ne stette ad osservarlo per qualche minuto, indecisa se uscire o restare.

Alla fine decise che bisognava pur uscire e dare gli ordini alle persone perché rimanessero di guardia ai cancelli in attesa di un barbone che doveva essere ben speciale e con un biglietto in mano.

Intanto lei avrebbe provveduto a controllare i conti con le banche.

Lo sfidante dormì saporitamente fino al pomeriggio inoltrato, se aveva sognato non se ne rammentava che degli spezzoni; lui era nel mezzo di persone che lo guardavano e ridevano a crepapelle, ricordava di essersi sentito ridicolo e cercava di nascondersi, ma, per quanto facesse dei tentativi, ovunque si nascondesse, ricomparivano le stesse persone a ridere a più non posso. Alla fine aveva deciso di ridere anche lui, anche perché quel riso era veramente contagioso e più rideva, più gli veniva da ridere. Tutto era molto comico e inspiegabile.

Al risveglio si sentì davvero molto bene e disteso, anche se tutto era immutato, le ore nell’orologio non c’erano e le sopracciglia della sua cara Susanna neppure.

Ma era ansioso che arrivasse sera.

Il medico telefonò per sapere come andava e se doveva tornare , lui fece grandi gesti a sua moglie per dire di no, che venisse l’indomani. Così fu che, tra il dormiveglia ed una tazza di tè, arrivarono quelle benedette ore della sera.

All’improvviso ci fu un bussare discreto alla porta della camera.

Al buon cameriere che apriva furono puntati i loro occhi.

«Signore, al cancello principale si è presentato un barbone, dicendo di aver avuto da un estraneo un biglietto per voi, me lo ha consegnato dicendomi di darvelo al più presto. Dopo avermelo dato, se ne voleva andare, ma io l’ho trattenuto come volevate, ed ora è in cucina dove gli abbiamo offerto del cibo. Sembra non abbia mangiato da chissà quanto tempo per come è emaciato, tuttavia è molto discreto nel prendere il cibo».

Porse il biglietto alla signora che lo passò al marito.

«Che non se ne vada assolutamente, tra non molto vi dirò cosa fare, nel frattempo alloggiatelo , che abbia di che cambiarsi, lavarsi e riposare».

Il cameriere molto discretamente, dopo aver detto: «sarà fatto come voi volete», si ritirò.

Avidamente prese il foglio ripiegato e finalmente poté leggere quanto vi era scritto:
Ti è piaciuto il miracolo?
Adesso fatti mettere sugli occhi
le mani del cosiddétto barbone.
Il tuo Dio

«Ah, lo sapevo, avevo capito che era questo!. Leggi, leggi, moglie mia», disse porgendole il biglietto, «tu non potevi capire e all’inizio neppure io. Ho osato sfidare Dio dicendogli che se c’era, avrebbe dovuto fare un miracolo che solo io avrei riconosciuto come tale. Come vedi sono stato accomodato. Noi attendiamo sempre un miracolo accrescitivo, invece io ne ho avuto uno sottrattivo. Sono stato un vero folle. Adesso devo adempiere al mio giuramento e dare la metà di quanto vi è sui nostri conti correnti».

«Si caro, ho provveduto, ecco il foglio».

Ma lui, prendendolo, non riusciva a leggere i conti, poiché tutti gli zeri erano assenti.

«Chiama subito quel buon uomo, che venga da me e metta le sue mani sui miei occhi, ti prego, vai tu stessa, Susanna e portamelo».

Susanna andò e poco dopo entrò con un uomo emaciato e molto malmesso, e lei lo portò al capezzale di suo marito.

«Buon uomo, grazie per essere venuto a portare il biglietto, voi avete il potere di guarire da un fastidioso disturbo i miei occhi. Vi prego, ponete le vostre mani su di essi».

«Signore, come vedete sono tutto logoro e non ho ancora avuto il tempo di lavarmi, le mani sono sporche di terra e forse puzzo anche un po’».

«Ma non importa, credetemi, a voler giudicare sono io che puzzo e la mia puzza è peggio della vostra, fate senza preoccuparvi».

E così il buon uomo mise sugli occhi le sue mani e della terra entrò nelle pupille e … fu il miracolo!

Tutto tornava come prima, i colori, i contorni, i profumi e la gioia.

Lo sfidante abbracciò con grande calore il buon barbone e gli disse che lo avrebbe ricompensato con molti soldi.

«Per carità signore», disse il barbone, «i soldi sono stati per l’appunto la mia rovina, ho giurato che non avrei voluto altro che essere povero e godere del frutto del mio lavoro, io non ho fatto nulla per meritarmi questa ricompensa, vi ho solo portato il biglietto. Ma se proprio volete ricompensarmi … poiché la mia condizione è di miseria … allora vi chiedo la possibilità di lavorare da voi, e per quel che merito mi darete un compenso adeguato. Solo così posso accettare».

«Ma è il meno che io possa fare per voi! Ditemi, c’è qualche lavoro che prediligete?».

«Voi sareste così gentile da farmi scegliere?», disse incredulo.

«Ma si, ve lo assicuro, prendete la mia mano, malgrado tutto è ancora quella di un gentiluomo, non abbiate timore … prendetela, ecco, stringendo la vostra noi stabiliamo un contatto … ora ditemi, che cosa vorreste fare?».

«Io amo molto gli spazi liberi, come vedete dalla mia condizione dormo dove mi capita e mangio quando posso, ma mai potrei rinunciare a quel lieve sentire che fa anche di un lavoro qualcosa di molto simile alla libertà. Se posso, vorrei occuparmi del vostro giardino … forse è troppo poco, ma lo farò solo per avere un letto e del cibo … potete anche non pagarmi… poiché mi lasciate libero di scegliere».

«Ma voi scegliete perché io ve l’ho promesso! E poi il giardino merita un buon stipendio … ma ditemi, a proposito, non so ancora come vi chiamate …»:

«Mi chiamo Lorenzo Cattaboni».

«Non sarete per caso il nipote di Guglielmo Cattaboni, il famoso chimico?».

«Si, era mio nonno!».

«Ma è incredibile, allora voi siete il figlio di Giacomo!. Ditemi, vi prego … lo siete?».

«Si, sono suo figlio».

Sembrava impossibile ritrovare in quest’uomo emaciato e con la barba lunga il bel giovane di un tempo.

«Ero amico di vostro padre, lo capite Lorenzo! Voi siete il figlio di uno dei miei migliori amici e noi vi credevamo morto, perduto in quella spedizione alla ricerca degli aborigeni del Madagascar!. Quante cose dovremo dirci, quante cose … se lo vorrete e quando vorrete. Adesso non ditemi nulla … la mia casa sarà la vostra casa, fate quello che volete, volete proprio occuparvi del giardino? Non sarà forse troppo faticoso?: E’ talmente grande!».

«Grazie! Amo molto gli spazi, e poi guardate le mie mani … sono mani che conoscono la zappa».

«Ma non dovete ringraziarmi. Voi siete stato il tramite di un miracolo ed io sarò sempre debitore con voi e poi, sarà caro questo incontro in memoria dei vostri genitori che ora non sono più».

«Si, quando tornai non li trovai più … e non ho mai osato presentarmi in questo stato ai parenti dichiarando chi ero. Dopo tanti anni tra gli aborigeri ero diventato un poco selvatico, ma così mi piaceva. Prima di partire per quella spedizione … voi lo sapete, ho dato molti dispiaceri , ho scialacquato col gioco lasciando una montagna di debiti. Sono partito anche per questo e non ho dato più mie notizie, volevo farmi credere morto. Ora so che ho molto sbagliato».

«Lorenzo … credete forse che, pur rimanendo, non si facciano una montagna di errori? Ne ho appena fatto uno madornale, proprio ieri ho osato l’inosabile! Dobbiamo avere il coraggio di far decantare i propri errori e rimediare. Ora andate a riposarvi, che ne avete bisogno … ma vi chiedo un suggerimento … come potrò sciogliere un voto se voi non volete alcuna ricompensa in denaro?».

«A me basta un lavoro ed eventualmente un compenso ad esso adeguato che stabilirete.

 Forse ci sarà un altro barbone che potrà accettarli!».

«Giusto, ben detto Lorenzo, attenderemo quello che vorrà accettarli».

*

Passarono i giorni, Lorenzo sembrava felice in quell’immenso giardino a perdita d’occhio; il buon cibo e il buon riposo lo avevano rimesso in uno stato di grazia, tant’è che lo si sentiva ogni tanto zuffolare.

Passarono altri barboni e tutti furono accolti e a tutti fu proposto di accettare quella somma assai considerevole che era stata posta su un conto speciale in attesa di erogarla. Ma tutti sembravano spaventati all’idea di diventare ricchi, avevano motivi segreti per rifiutare, salvo accettare una piccola ricompensa che a loro sembrava comunque enorme.

Ognuno di loro però amava raccontare la propria storia.

Il nostro sfidante-pentito non riusciva a capire il perché di questi rifiuti…sarebbe bastato chiamare qualche mendicante per non averne, ma nella sua promessa a Dio aveva detto istintivamente: barbone, e tale doveva essere.

Uno di essi era stato un ottimo calzolaio, faceva le scarpe su misura e non ne sbagliava una. Gli bastava dare un’occhiata ai piedi per capire dove doveva ammorbidire il pellame per evitare che stringessero. Era un uomo molto avveduto e aveva messo via dei bei risparmi per farsi una famiglia come si deve. Poi all’improvviso “l’amore”, quello irragionevole per una donna indegna che era restata quel tanto per bagordare con i suoi risparmi e poi se n’era andata. Così una depressione malinconica gli aveva fatto perdere interesse per ogni cosa, comprese le scarpe. Dopo aver a lungo pianto sulla cattivissima Lalla, aveva incominciato a bere per dimenticare e così anche le misure ai piedi dei clienti ne avevano risentito. Ai piedi lunghi faceva misure più piccole, a quelli piccoli più lunghe. Alla fine aveva perso tutto: mestiere e negozio.

Aveva pure aggiunto che «le donne sono la rovina dell’uomo», ma poi accorgendosi di essere in presenza di due donne gentili e premurose, la padrona di casa e Nicke, aveva soggiunto: «Ma loro no, loro sono gentili … volevo dire che… quasi tutte sono la rovina dell’uomo».

Lo “sfidante pentito” si era sentito un qualcosa allo stomaco, una sorta di magone a questo discorso, pensando a quanto era stato fortunato con sua moglie e, nell’impulso di una improvvisa commozione, gli aveva detto: «a volte certe donne sono delle gran carogne! Ma come vede, le donne di casa mia, sono invece delle delizie!». Poi soggiunse adagio: «però diciamocelo in confidenza, non è che noi uomini si sia poi così santi! Senza le donne caschiamo come delle pere cotte! Io non saprei farmi neppure un uovo in tegamino, anche se volessi non saprei farlo, lo farei alla Attila: tutto bruciato, invece lei era un artista del piede. Magari lo è ancora. Guardi un po’ i miei piedi! Non riesco ad avere un paio di scarpe che non mi facciano male all’alluce, eppure mi servo dai migliori calzolai. Scommetto che lei riuscirebbe a farmene un paio perfette. Che ne dice? Accetta la scommessa?».

Il barbone-calzolaio guardò a lungo i suoi piedi, meditò per un quarto d’ora, ripassò a memoria tutte le fasi della sua vita e sentì all’improvviso la voglia di fare un paio di scarpe come una volta, quando gli bastava posare uno sguardo.

Lo sfidante gli procurò un angolo della stalla e tutti gli ingredienti e materiali per fare scarpe: rotoli di pelle, cuoio di prima qualità e quant’altro. Dopo alcuni giorni si sentiva provenire un buon odore di colla dalla stalla e poco dopo lo sfidante aveva ai piedi il miglior paio di scarpe che avesse mai avuto in vita sua.

Decisero di festeggiare l’avvenimento.

Il cuoco si permise di dare un suggerimento.

Decisero di mangiare in cucina e, dopo sparecchiato, di giocare a scopone. Il buon Gaetanino era un buon giocatore e vinceva con piacere fino a cinquantamila lire, poi , come d’accordo, si giocava senza posta.

Lo sfidante-pentito aveva preso gusto alla vita, aveva scoperto quanto fosse più allegro vivere in semplicità. Mangiare in cucina divenne un rito da propiziarsi almeno due volte alla settimana. Era una goduria…che solo le vecchie osterie potevano dare, e pensare che lui aveva ritenuto estremamente volgare quel tipo di divertimento.

Si mise ai voti l’idea di costruire dietro il secondo cortiletto che portava verso gli orti una pista per le bocce. Il consenso fu unanime, compreso il voto delle donne.

Quando erano costretti ad avere ospiti e comportarsi come ai vecchi tempi e dovevano predisporre una tavola ben apparecchiata con argenti, cristalli e fiori, ogni tanto tra marito e moglie si lanciavano sguardi d’intesa che stava a significare quanto era meglio in cucina.

A volte chiedeva al suo cameriere che ora chiamava amabilmente “ Francesco “ come andava giù dagli artisti, ed egli rispondeva assai rilassato «ottimamente».

Un altro barbone era stato trovato per strada mentre chiedeva ad un panettiere un pezzo di pane, anche un po’ raffermo andava bene.

Stava passeggiando con sua moglie quando colsero l’opportunità di portarselo a casa, magari a lui sarebbero andati bene un po’ di soldi.

Lo convinsero dopo molta insistenza. Non ne voleva sapere né di soldi, né di cena. Continuava a dire che a lui il pane raffermo non solo gli piaceva, ma non gli faceva neppure venire bruciori di stomaco e poi, per convincerli meglio, si fece anche esaminare la dentatura: aveva quasi tutti i denti.

«Come vedete io sto benissimo».

«Vuol mettere mangiare il pane con qualcos’altro?», gli dissero come a supplicarlo.

«Ma quando voglio mangiare qualcos’altro io faccio dei lavoretti: pulisco i vetri delle vetrine di certi negozianti miei amici e loro mi danno qualche soldo, a me basta e avanza, non vi dovete preoccupare»

«Ma dove dorme?»

«Un po’ qua un po’ là, dove capita. Ci sono tante automobili in disuso lasciate sui marciapiedi, basta aprire la portiera e la mia camera da letto è già pronta».

Alla fine aveva acconsentito a passare una serata diversa solo per farli contenti e per non dover raccontare altro della sua vita. Lo credevano infelice, invece lui faceva proprio quello che gli piaceva: libero come una rondine che tiene un nido qui e uno altrove.

Quando, riluttante, era salito sulla loro automobile si era sentito come un prigioniero e aveva asserito quasi rudemente «sia chiaro che lo faccio per voi e per una notte sola».

Ma era bastato dare un’occhiata all’immenso parco per farlo dubitare della sua decisione.

«Tanto tempo fa mi piaceva dipingere, soprattutto la natura, queste piante meriterebbero di essere immortalate nella tela»

«Perché non lo fa di nuovo!» dissero in coro marito e moglie.

«Non sono certo di esserne capace e poi mi mancano tutti gli aggeggi! Colori, tavolozza, tela e cavalletto».

«Ci sarebbe qualcosa di male se glieli procurassimo noi? Potrebbe tentare. Sia chiaro noi non la obblighiamo , lei potrebbe rimanere il tempo necessario per dipingere, in fondo ha ragione, quelle piante meritano di essere immortalate, è quasi un dovere tramandare simili meraviglie della natura».

Così Alfonso rimase. Tra sé disse: “solo per un dipinto e poi torno uccel di bosco!”.

Quella sera non volle saperne di cene e prese solo pane raffermo, che, grazie a Dio, era avanzato, un pezzettino di formaggio, un frutto e gradì molto il caffè. Dormì con una coperta all’aperto guardando le stelle.

Nessuno della casa dormì ed a turno andarono in punta di piedi a vedere se era vivo e stava bene. Quando furono sicuri che albeggiando facesse meno freddo, si presero qualche ora di sonno. Il mattino seguente tutti avevano chi le occhiaie e chi le borse sotto gli occhi. Alfonso invece era rilassato, come se avesse dormito su un letto di piume e non finiva di rimirare le piante e stava benissimo. Gradì molto il caffè caldo e fece una concessione su una fetta di torta che lo lasciò pensoso, probabilmente stava ricongiungendosi all’ultima fetta che aveva mangiato.

La metamorfosi arrivò con i pennelli, i colori ad olio, le tele , la tavolozza e il cavalletto.

Si estraniò completamente da ogni cosa, passò ore dell’alba e del tramonto ad esaminare la luce e trasmettere sulla tela la sua meraviglia interiore, mangiò quanto gli veniva portato senza neppure accorgersi. Si assentava solo per i bisogni corporali.

Dopo una settimana la prima tela era terminata. Qualcosa di mai visto. Uno scorcio di giardino con alberi possenti che ricevevano una luce crepuscolare, quella che annuncia l’alba. L’artista era tornato in lui.

Non fu difficile farlo rimanere, non dovettero insistere molto. Disse quasi con allegria «resto ancora per una settimana, giusto per una prossima tela». Poi le tele divennero tante .

Si abituò gradualmente ad una camera al coperto con vista sul giardino. Tornò a lavarsi, a sorridere.

Poi cominciò ad apprezzare le serate in cucina. Tutto divenne più concreto. Si parlò di allestire una mostra per i suoi quadri e lui non disse: no.

Non parlò mai della sua vita passata e nessuno gli chiese qualcosa. Per tutti era una persona straordinaria, qualsiasi fosse la data della rinascita.

In conto rimaneva comunque ancora assai considerevole.

Il voto non poteva che essere sciolto se non con la fine di questo conto.

Susanna e Lorenzo e tutti gli altri chiamati per un loro parere, dissero che vi erano migliaia di possibilità per sciogliere il voto e che forse non occorreva l’attesa, ma la ricerca della soluzione. Alla fine la trovarono.

*

«Bambini», disse Samira, «prima di metterci a tavola ringraziamo il Signore e quella buon’anima del signor Miracolo che ci ha regalato una vera casa».

«Grazie Signore, grazie signor Miracolo», dissero in coro oltre trenta bambini dai bellissimi occhi.

*

Lo sfidante-pentito aveva finalmente sciolto il suo voto, ma tutti erano assai trepidanti, attendevano una lettera.

Finalmente giunse con un bellissimo francobollo di un Paese lontano. Era la lettera di un notaio che mandava la fotocopia di un atto di proprietà in favore di un orfanotrofio e allegata una lettera dei bambini che diceva nella loro lingua tradotta:

“Caro nonno Miracolo, la casa che ci hai regalato è troppo carina e noi abbiamo tutti un bel lettino e mangiamo tanto, facciamo bellissimi giochi e siamo felici. Perché non ci vieni a trovare? Se vieni con la nonna, faremo una bella torta e vi racconteremo qualche favola. I tuoi bambini."

Lo sfidante era talmente commosso che i suoi occhi iniziarono a lacrimare.

«Leggi, leggi Susanna e anche voi», disse porgendo la letterina a sua moglie e a Lorenzo. Poi chiamò a raccolta anche, Alfonso, Gaetanino ,Francesco, Nicke, il cuoco e lo stalliere, anche a loro fece vedere la lettera soggiungendo: «e se andassimo a trovarli?», in fondo avrei voluto fare il nonno di qualcuno».

«Lo so», disse sospirando Susanna, che non aveva potuto avere figli, ed era stata assai amareggiata per questo.

«Ma no Susanna, non ti dispiacere, non volevo turbarti. Sono stato un marito felice con te ed anche un po’ egoista. Ma ora con gli anni sembra così dolce poter amare molte più persone. Abbiamo un nuovo figlio che è Lorenzo, tanti amici e tanti nipotini lontani che vogliono conoscere i nonni. Che ne dite? Si può fare?».

«Potrei fare lo zio», disse Lorenzo molto convinto.

«Ed io», disse con un fazzoletto sugli occhi, «potrei essere chiamata nonna», disse Susanna piena di tenerezza.

Lo sfidante era diventato intimamente buono e tollerante, quando qualche volta, davanti ad una contrarietà, sentiva sorgere in lui qualcosa che ricordava il suo brutto carattere trovava il modo di respingere quel qualcosa nei recessi della mente. Non ci volle molto a desistere quando decise che ad ogni manifestazione di quel genere si sarebbe dato un morso alla lingua. Dopo due o tre morsi la sua mente registrò il dolore e prese gli opportuni provvedimenti: mandò a quel paese tutto ciò che assomigliava ad un brutto carattere.

Prima di partire chiamò il suo caro Francesco, Nicke, il cuoco e lo stalliere. A tutti donò qualcosa di prezioso e un congruo doppio stipendio e disse loro: «Decideremo quando saremo giunti là. La casa è nelle vostre mani e so che sarà custodita al meglio.

A Gaetanino e ad Alfonso chiese se volevano restare o partire con loro. Dopo aver pensato un’oretta ciascuno per proprio conto e confabulato insieme per uno o due minuti decisero che sarebbero partiti.

Gaetanino voleva fare delle belle scarpe ai bambini e Alfonso li avrebbe dipinti con lo sfondo della natura di quel Paese solo dopo, al ritorno eventuale, si sarebbe pensato seriamente ad una mostra.

Parevano tutti molto soddisfatti, sia chi partiva, sia chi restava.

«Però prendetevi a turno una bella vacanza e chi resta, non manchi mai di dare un contributo in cibo e denaro a qualsiasi barbone suoni al nostro cancello».

Prima di partire, lo sfidante volle fare un giro solitario nel suo parco, e quando fu lontano da ogni orecchio gridò con quanto fiato aveva in corpo: «GRAZIE, MIO DIO!».

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