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Wilma Minotti Cerini

Il traghettante

«L’attendevo», disse con un sospiro di sollievo.

«Sì, mi scusi per il ritardo, ma ho dovuto andare precipitosamente da una giovane ragazza di diciassette anni».

«Non si preoccupi, sapevo che sarebbe venuto, ho cercato in me il massimo delle risorse vitali ed ho potuto esaminare i miei ricordi, perlomeno i più significativi, altri li ho proprio scordati o rimossi; ma poi quel dolore lancinante è risalito fino al cervello ed ho dovuto desistere per prendere un poco di respiro. Grazie di essere qui».

«Ed ora, in questo momento come si sente?».

«Mi sembra un po’ meglio, anzi ne sono sicuro; dal momento che è arrivato la mia ansia si è chetata».

«Sono contento, tra non molto lei starà finalmente bene. Sono venuto anche per prepararla a saltare. È già stato sulla riva?»

«Sì».

«E ha avuto paura?»

«Sì, ho paura di non farcela, è un salto molto lungo, ci vuole molta volontà ed un corpo agile. Come vede, il mio è ridotto male».

«Ma con la volontà lei troverà l’agilità dei suoi vent’anni, è stato pure campione di salto in lungo nei corsi ginnici dell’Università, lo ha forse dimenticato?»

«No, no, ma sono passati così tanti anni che potrei dire di non rammentarmelo più quel momento. Ma se non ce la facessi e cadessi, che possibilità avrei di essere salvato?», chiese ansioso.

«Non si preoccupi, anche per chi cade c’è sempre un pescatore, solo occorre attenderlo, non sempre è lì a portata di mano. Ci sono pochi pescatori rapportati a coloro che cadono; bisogna allora avere molta pazienza e aspettare il proprio momento. Ma lei non deve avere simili dubbi, tutto fa presupporre che ce la farà. Sono qui per questo, per aiutarla a saltare e ci riuscirò anche se lei non avrebbe bisogno del mio aiuto, basterebbe per lei essere certo di poterlo fare, è una cosa tanto semplice. I ragazzi lo fanno senza pensarci due volte e in un momento sono all’altra riva, a loro sono riservate delle feste particolari quando giungono, in fondo è come ritornare a casa dopo aver fatto solo un piccolo giretto. Per gli adulti c’è un bagaglio da esaminare, è meglio lasciare quanta più zavorra possibile sulla riva. Ne conviene?»

«Sì, ha ragione, anche se non so da dove incominciare».

«Incominciamo dal dolore. C’è qualcosa che l’addolora particolarmente e la trattiene?»

«Mia figlia. È ancora così giovane! Quando viene, percepisco il suo dolore, sento che le sue lacrime bagnano le mie braccia e quando si avvicina per baciarmi il viso, mi stillano sulle guance, a volte sugli occhi e mi dice di resistere, di non lasciarla sola. Questo mi fa disperare e così stringo i denti. Ma non so per quanto tempo potrò farlo ancora. Non riesco a comunicarle che è impossibile e che…alla lunga dovrò pur andare alla riva. Da quando è morta sua madre, la mia adorata Elisa, sono vissuto per lei, ho cercato di riempire quel vuoto immenso con tutto l’amore che mi era possibile».

«Ah! Sì, lo so, lei è stato veramente un ottimo padre, anzi: padre e madre, più di così non poteva fare. Non ha nulla di che rimproverarsi».

«Ma, vede, poi col tempo, crescendo, speravo che si facesse una famiglia propria, in fondo è una bella ragazza, senza essere superlativa, posso dire che si distingue dalla media, e poi è talmente gentile e dolce! Sarebbe assai fortunato il marito che la prendesse in moglie. Ma lei ha sempre rifiutato per paura di lasciarmi solo e a nulla è valso ogni mio ragionamento. Ho così paura di lasciarla sola, la solitudine è una gran pena, se non avessi avuto mia figlia non so che cosa avrei fatto. Quando Elisa se ne andò così in fretta, senza darci la possibilità di essere preparati, entrai in uno sconforto senza fine. Fu mia figlia che mi salvò. Dopo aver pianto tanto a lungo abbracciati, la mia piccola, con un filo di voce, mi disse che aveva fame. Questo pensiero così semplice e vitale mi scosse dal mio dolore. Lei era me ed Elisa insieme e mi chiedeva di accudirla, di proteggerla, di amarla e così feci: l’accudii, la protessi e l’amai con una devozione simile, così almeno pensai, a quella che le avrebbe dato Elisa. Ma ora ha venticinque anni. Bisogna che si rassegni anche a stare sola, perché sono giunto all’estremo».

«Vuole conoscere colui che sarà il marito di sua figlia?»

«Posso…veramente?»

«È molto più vicino di quanto lei crede, venga con me, glielo mostro, sta nella stanza accanto alla sua, dove c’è sua madre».

Entrarono nella stanza accanto, dove un giovane uomo di circa trent’anni era chino sulla propria madre a scrutare ogni possibile segno di vitalità. Il suo sguardo era soffuso di una malinconia contenuta, ma il suo cuore soffriva terribilmente.

La madre li accolse con un sorriso.

«Siete qui per i nostri ragazzi?»

«Sì, mi è stato appena detto che si incontreranno. Forse stasera, forse questa notte».

«Sono felice per loro. All’inizio si consoleranno l’un l’altro, ma tra poco per loro sarà un amore vero, di quelli che durano nel tempo. Il cuore di una madre sa. Sapesse come sono sollevata! È un buon ragazzo mio figlio. Molto affettuoso ed anche molto forte. Guardi, vorrebbe piangere, ma non lo fa per non dispiacermi. Ma questa notte piangeranno l’uno nelle braccia dell’altro. Se non le spiace vorrei venire con lei sulla riva, non ci sono ancora stata. Lei ha già visto? Sa come si deve fare?»

«Sì, ci sono stato, occorre fare un grande salto. Questo signore è qui per aiutarmi, ma certamente aiuterà anche lei, ne sono sicuro. Glielo chieda».

«Crede sia possibile aiutarci a fare il salto insieme?», gli chiese quasi supplicandolo.

«Ma sì, non è la prima volta. Anzi, lei potrà aiutare, il suo bagaglio è talmente leggero! Veniamo a prenderla tra un’ora e faremo una prova».

«Grazie, a tra poco..sono così sollevata di non essere sola».

Rientrarono nella camera accanto.

«È più contento ora?»

«È come un macigno che si sia sgretolato, grazie a Dio!»

«Vuole parlare dei rimorsi? C’è qualcosa che ha lasciato incompiuto e che le dispiace?»

«C’è un grosso rimorso che mi segue da tanti anni: Amerigo. Avrei potuto salvarlo e non l’ho fatto. Avevo detto tante volte: ‘sì’; perché quella sera ho detto: ‘no’? Non me lo sono mai perdonato. Quando il giorno dopo lo trovarono annegato nel lago ho subito pensato che fosse per colpa mia. E questo è un altro macigno che mi stritola».

«Crede veramente che la causa sia dovuta a lei?»

«Sì, che altro dovrei pensare? È certamente causa mia. Ma quella sera ero troppo esasperato. Gli ho fatto non so quale discorso da moralista senza dargli quanto mi chiedeva, avrei potuto trattenerlo, in fondo l’avevo fatto altre volte e una volta in più non avrebbe cambiato la mia vita. Invece la sua fu distrutta dal mio rifiuto di ascoltarlo ed aiutarlo ancora».

«Ricorda perché non lo fece?»

«Quella sera mia figlia si stava preparando per andare ad una piccola festa organizzata dalla scuola. Ci teneva moltissimo ed era tutta gioiosa per il suo bell’abito nuovo. Era quasi pronta quando venne Amerigo. Era certamente ubriaco e diceva parole sconnesse. Avevo cercato di calmarlo, sperando che Oretta non sentisse e che uscisse per la sua festa. Invece lui incominciò ad imprecare a voce talmente alta che Oretta sentì e scese le scale per accorrere da noi. Questo mi fece così male che guardai Amerigo con uno sguardo carico di odio per rovinare quella gioia così rara della mia bambina. Colmo di esasperazione gli dissi di andarsene immediatamente da casa mia e che non gli avrei dato quei maledetti soldi che lui mi chiedeva ancora e sempre. Gli dissi che doveva andare in ospedale a farsi disintossicare. Che era uno ubriacone. Mia figlia cercò di mettere pace tra noi, ma io ero troppo esasperato e così gli diedi un gran ceffone. Non avevo mai picchiato nessuno, ma quella volta sulla guancia rimase impressa l’orma delle mie cinque dita. Alla fine lui se ne andò, lanciandomi non so quali maledizioni, dicendomi che io ero sempre stato fortunato, mentre a lui non gliene andava mai bene una. Quando disse questo e pensai alla mia povera Elisa e a tutto il dolore che il mio cuore ancora tratteneva, mi accasciai su una poltrona e mi misi a singhiozzare. Oretta l’accompagnò alla porta e lui se ne andò, e lei rimase tutta la sera seduta ai miei piedi abbracciando le mie ginocchia. Piangevo per Elisa, ma soprattutto per Oretta: non aveva avuto il suo momento di gioia per una festa tanto desiderata. Quella sera odiai con tutte le mie forze Amerigo. Ma egli era tuttavia il fratello di Elisa, l’unico zio di Oretta. Quando il giorno dopo seppi che era stato trovato annegato nel lago fui preso da un rimorso infinito che ancora non mi lascia e mi sentii responsabile. Mia figlia cercò in tutti i modi di consolarmi e dissuadermi dal prendere su di me una simile colpa, dicendomi che per lui non vi erano speranze, ribelle com’era ad ogni consiglio. Ma io dovevo pur sapere che un alcolizzato è troppo fragile per intendere ed il mio aiuto poteva salvarlo almeno quella sera…invece…».

«Scarichi questo bagaglio che la stritola, non morì per causa sua».

«Ne è certo?»

«Certamente sì».

«E quale fu allora la causa?»

«Quella sera sua figlia, prima di accompagnarlo alla porta, andò velocemente in camera sua e tolse quasi tutti i suoi risparmi da un cassettino dello scrittoio e glieli diede.. Come vede, lui ebbe ciò che voleva. Poi uscì ed andò a bere nuovamente degli alcolici in un pub vicino al lago. Quando uscì, era talmente sbronzo che anziché prendere il vialetto verso il viale delle Acacie, prese il sentiero che conduceva verso il lago, costeggiò la piccola darsena e, senza avvedersene, vi precipitò dentro. Se non fosse stato così ubriaco, con due bracciate avrebbe potuto acquistare la riva, ma non fu così. Si sentì male e svenne, e così annegò».

«Ma se io non l’avessi cacciato, ma trattenuto, non si sarebbe forse salvato?»

«Forse per quella sera, ma non per la successiva. Il suo destino era irreversibile. Comunque, sappia che lui non la colpevolizza affatto, lo troverà all’altra riva, quando dovrà saltare. Non è stato punito perché a suo modo non era cattivo e poi, quando era in sé, soffriva nel dover far soffrire. Non ha mai pensato di uccidersi. Fu solo un tragico epilogo di una vita sprecata. Al contrario, lui sa quanto bene gli fece, anche se tutto alla fine era inutile. Glielo dirà lui quando vi incontrerete».

«Lei mi toglie un grande peso, come potrò mai ringraziarla?»

«C’è un modo».

«Mi dica».

«Quando le dirò che è arrivato il momento, andremo insieme sulla riva e quando le ordinerò di saltare, lei deve fare il più lungo salto della sua vita. Pensi, in quel momento, di essere un grazioso uccello, dispieghi le ali e voli, raggiungerà l’altra riva e sarà salvo».

«Andrò con la signora accanto?»

«Sì, per ora andiamo ad esaminare con lei la riva, è giunta l’ora».

La signora accanto si trovò d’improvviso vicino a loro; «eccomi pronta», disse.

Si recarono immediatamente sulla riva.

«Riuscite a vedere l’altra sponda?»

«Mi pare di sì», disse la signora.

«Vedo qualcosa di indistinto», disse il vicino di camera.

«Avanzate ancora un poco, è sufficiente un metro».

«Oh! Mio Dio! Vedo mio marito tutto sorridente che agita le braccia», disse la signora al colmo della commozione, «guardi anche lei», disse rivolto al suo vicino, «guardi meglio, non vede delle braccia agitarsi?»

«Forse, mi pare di vedere qualcosa, ma ancora non vedo chiaramente», disse un po’ deluso.

«Venga qui», gli disse il signore misterioso, «le metto un po’ di fango sugli occhi, è argilla, la tenga per un minuto e poi la sciacqui con l’acqua del fiume, vedrà anche lei».

Così fece, dopo pochi minuti guardò nuovamente l’altra riva, vedeva benissimo. Scorse il marito della signora e poi di fianco due persone che tendevano in avanti le braccia in attesa di abbracciare. Guardò meglio e una forte emozione lo prese. Gli si rigarono le gote di un pianto sommesso.

«Vede, vede, chi ci aspetta!», disse alla signora piena di gioia, «Elisa e Amerigo. La mia Elisa mi tende le braccia», disse in un sussurro.

«Crede che non faremo quel salto? Mi creda, mi sembrerà di volare», disse la signora.

«E se cadessimo? Se qualcosa ci impedisse di fare un salto così lungo?», disse pieno di timore.

«Senta, non mi dica che avrà paura. Che cosa ci trattiene qui? I nostri ragazzi si incontreranno e questo lo sappiamo. Si ameranno come noi abbiamo amato i nostri cari, di quell’amore puro che non marcisce. Forse avranno dei figli e saranno i nostri nipotini. Li lasciamo l’uno nelle braccia dell’altro. Cos’altro di meglio avremmo potuto desiderare? Ci toglieranno tutti i tubi, le flebo, e i nostri corpi avranno pace e poi si dissolveranno. Ora sappiamo che questo non ha alcuna importanza. I nostri figli piangeranno, ma poi si consoleranno e finalmente avranno un po’ di gioia. Vuole vederli soffrire ancora? Loro stanno in bilico tra volerci vivi e vederci morti, perché non si soffra più. E noi li amiamo. Non facciamoli più soffrire! Facciamo questo salto con fiducia, se fosse per me lo farei anche adesso».

«Lo farete esattamente tra un’ora, ora rientriamo».

«Mi scusi, ma lei è forse il nostro Angelo? Salterà anche lei con noi?», chiese la signora.

«No, no, io rimango da questa parte. Il mio compito è aiutare a saltare, togliendo quanta più zavorra è possibile che pesa come un macigno. Diciamo che sono un’entità incorporea e sono visibile solo a coloro che stanno per lasciare la vita corporea».

«Ma io la vedo e lei mi parla!», disse assai stupita la signora.

«Noi ci parliamo, ma nessuno ci può udire, al di fuori di noi e di tutti coloro che come voi sono in partenza per l’altra riva. Diciamo che sono un traghettante, ma non sarebbe esatto poiché io rimango. A volte faccio anche il pescatore quando qualcuno cade e riesco ad afferrarlo dalla corrente di questo fiume che trascina altrove molto velocemente. Se riesco a pescare, allora faccio riprovare a saltare. Sono così felice quando coloro che mi sono affidati raggiungono l’altra riva», disse con gentilezza.

«Come potremo mai ringraziarla?».

«Voi siete il mio ringraziamento, poiché io vi amo».

«Dio è davvero misericordioso», dissero entrambi.

«Vi è concesso di vedere i vostri due figli, dopo aver raggiunto l’altra riva. Li vedrete piangere entrambi ed abbracciarsi. Sapete quanto succederà dopo. Il dopo è solo loro. Quando, col tempo, sarà giunto il loro momento, li verrete ad attendere alla riva, come ora attendono voi, è tutto così semplice».

Oretta guardava il corpo tanto amato di suo padre, sommerso da tubi, flebo e aggeggi che registravano il ritmo cardiaco e dell’elettroencefalogramma. Piangeva sommessamente, cercando di trattenere lacrime che scendevano da sole. Prese delicatamente la mano inerte del padre e la baciò ripetutamente, e lui sentì le sue lacrime come una pioggia leggera bagnargli il dorso.

«Figlia mia», cercò di gridare, «non piangere perché non muoio! Muore solo il mio corpo che non ce la fa più».

«Non la può sentire, è inutile», disse con delicata fermezza.

«Vorrei poterle comunicare che all’altra riva c’è Elisa che mi attende. Ma come posso fare?»

«Le leverò il tubo che sta in gola, ma userò la sua mano, così Oretta crederà che sia lei a farlo, subito dopo dica solo: ‘Elisa è all’altra riva, ed io vado là’».

Si recò nell’altra stanza dove Francesco, come Oretta, piangeva sommessamente e fece lo stesso. La signora era raggiante.

«Dica a suo figlio Francesco: ‘Papà è all’altra riva, ed io vado là’».

«È giunta l’ora, andiamo».

Si alzarono e andarono alla riva. Stranamente pareva che l’altra riva si fosse avvicinata talmente che il fiume altro non era che un piccolo torrente. Bastava forse allungare le braccia per toccare quelle amate.

«Attenti, ora…saltate!».

Spiccarono un volo leggero e incorporeo e furono accolti tra le braccia delle persone amate. Elisa strinse il suo amato sposo lungamente e il loro amore ebbe la fragranza di una rosa bianca nel colmo del suo profumo. Poi abbracciò Amerigo ed un calore di fraterna pace li avvolse. La signora era ancora abbracciata al suo sposo, quando all’improvviso capì che doveva restare ancora un poco su quella sponda prima di essere avvolti dall’amore Universale.

Si avvicinò con suo marito al suo vicino di camera, ad Elisa e Amerigo e disse: «Da qui vedremo i nostri ragazzi per l’ultima volta».

«Sì», disse Elisa, «è il miglior punto di osservazione, potrò vedere la mia Oretta con il tuo Francesco».

Oretta e Francesco suonarono nello stesso istante il campanello per chiedere aiuto. Entrambi avevano visto i loro genitori, quasi con una forza sovrumana, togliere il tubo del respiratore automatico.

Entrambi avevano sentito la voce flebile dire:

«Elisa è all’altra riva, io vado là»,

«Papà è all’altra riva, io vado là»,

e poi un leggero rantolo e l’elettroencefalogramma divenire piatto e il cuore affievolirsi e fermarsi.

I medici sopraggiunti non avevano fatto altro che constatare il decesso.

Con sorpresa, più tardi, avevano notato la strana coincidenza, la morte era sopraggiunta nello stesso istante per entrambi.

Oretta uscì dalla camera, nello stesso istante nel quale usciva anche Francesco. Entrambi piangevano. Si guardarono con il viso colmo di dolore e fu più forte di loro abbracciarsi e piangere l’un l’altro sulla spalla, mentre le loro braccia si stringevano convulsamente.

Piansero a lungo così e, quando ebbero un po’ di fiato, dissero quasi all’unisono: «Sono rimasta sola», «Sono rimasto solo».

Quando si ripresero un poco, Oretta disse cos’era capitato poco prima a suo padre e Francesco, stupefatto, disse che la stessissima cosa era capitata a sua madre. Si tenevano stretti per mano, quando Oretta disse: «Ma noi non ci lasceremo», e Francesco: «No, non ci lasceremo».

All’altra riva tutti sorridevano.

 

 

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