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Wilma Minotti Cerini

Torta Pasqualina
ovvero
appello ad un baraccato o pseudo baraccato - 1977

Spenti gli ultimi gridi di esultanza per un anno passato disastrosamente nel cuore di troppi.

Riposte le coppe nelle quali lo champagne aveva spumeggiato su una raccolta di amici, quelli considerati veri, quelli che contano nella tua vita quotidiana.

Anche la neve, discesa da un cielo greve e grigio, si stava sciogliendo sotto una pioggerella fine, di quel 2 gennaio a 2 gradi sopra lo zero.

Se non avessi avuto la necessità di uscire alla ricerca di farmacie di turno nel pomeriggio inoltrato, non ti avrei incontrato: Antonio Caputo diciottenne dallo sguardo febbricitante, non avrei avuto occasione di riflettere su tante cose, di sentirmi colpevole prima....e amareggiata dopo.

Ricorda: io mi stavo avviando verso la vettura che avevo posteggiato in corso Magenta ...ti vidi, tu mi guardasti e dicesti un qualcosa che tanto sembrava chiedere...io non capii o non volli capire; ma non ti lasciai con lo sguardo, mi sembravi per davvero un disperato.

Fu quando ti vidi cercare nel cesto dei rifiuti, che io sentii un qualche cosa proprio lì allo stomaco, ma anche sul cuore.

Tu guardavi nel nulla, ma le tue labbra si muovevano per dire una parola, una parola terribile: “ ho fame”.

La recepii dal movimento delle tue labbra attraverso il cruscotto, attraverso i finestrini, malgrado la distanza, anche se breve.

Mi sentii addosso un peso enorme, mi sentii colpevole d’aver mangiato, d’aver cantato, di essere stata ala caldo, mi chiesi...ma no, non mi chiesi: ti chiamai....e tu venisti verso di me con quel tuo volto ancora infantile, e pensai a tua madre, a colei che in un giorno come questo ti avrebbe tenuto al caldo, ti avrebbe accarezzato, ti avrebbe preparato una cena.

Tu mi dicesti ancora “ho fame”.

Ti feci sedere accanto a me, tremavi dal freddo. Mi ricordai che avevo un pezzo di torta pasqualina in un involucro, un residuo del capodanno e che avrei voluto portare a mia zia perché l’assaggiasse.

Te la diedi... tu incominciasti a mangiarla con voracità, ma solo due bocconi, poi tenesti quella torta avvolta nella stagnola come se fosse qualcosa di prezioso.

Mi dicesti di non avere un lavoro... che avevi lavorato da una signora che ti aveva vestito, che avevi imparato a pulire i vetri, i pavimenti.

– So pulire i vetri, i pavimenti... se vuole posso pulire anche le scarpe, qualsiasi cosa perché ho fame, sono due giorni che mangio solo del pane.

Pensai tra me: “ma perché non divora il resto della torta pasqualina? Forse non gli piace”

Pensai a Milano e mi dissi se era possibile! Pensai al cuore dei milanesi, molto spesso creduti indifferenti e frettolosi in modo irragionevole, soprattutto da coloro che non leggevano le statistiche dei volontari della solidarietà umana.

Milano: sempre al primo posto.

Milano fatta di milanesi sfumati nella nebbia che cala anche di giorno, mentre il fenomeno è totalmente inverso nel senso che sale, sale dal terreno, dai fontanili e dai canali che benché smembrati e nascosti abbracciano questa città avvolgendola in un alone di mistero.

Milano non poteva e non doveva nascondere una parola come “fame”.

Ma forse questo aveva fame per davvero, forse Milano natalizia si era come racchiusa in se stessa, in quel tepore familiare nel quale ci si ritrova ancora integri nel ricomporre i pezzi di quella tradizione che tutti aborriamo a parole ma alla quale sottostiamo.

Gesù Bambino era disceso a portare doni ai più piccoli, si era nascosto furtivamente nel passo leggero di quella figura femminile che riusciva silenziosamente e chissà come a togliere dai posti più impensati quel “Ciccio Bello” o l’automobile “Ferrari Rally” comprati con un certo sacrificio alla Standa, all’Upim, al Coin... e magari da Cagnoni, uno dei Re dei giochi lussuosi.

Antonio Caputo era vestito abbastanza bene, un loden verde, un maglione, un pantalone piuttosto elegante... solo un leggero odore emanavano quegli indumenti come se ci avesse dormito dentro, senza il piacere di un pigiama, o di lenzuola fresche.

– Povero ragazzo, come è possibile? Non ti voglio chiedere nulla... sarebbe ovvio... senza senso... hai le mani fredde...vuoi un paio di guanti? Ne ho un paio nella borsa.

– No, no, grazie tante signora...lei è stata fin troppo gentile...adesso va molto meglio...grazie, grazie.

– Non ringraziare... io mi sento colpevole... se penso che ieri non hai mangiato... Dio mio se lo sapevo ti facevo mangiare con me! Mi hai detto che vuoi tornare dai tuoi genitori... hai ragione... sai anch’io alla tua età avevo tanto da contestare in famiglia... ma poi, se lasci passare solo un po’ di tempo si capisce che alla fine sono gli unici... i soli che ci vogliono veramente bene. Devi avere avuto una amara esperienza, mi dispiace che Milano tu la debba ricordare male perché vedi... Milano è la mia città, io non posso pensare che qualcuno possa avere fame, che non trovi un lavoro, e invece è possibile.

– Ho deciso di tornare.... non ne posso più di dormire da baraccato.

– In che senso baraccato!.

– Ci sono alcune baracche al Parco, verso l’arco della Pace, ho passato lì un po’ di tempo, ma fa troppo freddo, ho pensato ai miei e così ho pensato di tornare... forse parto subito... vado alla Stazione Centrale... prendo il primo treno per Napoli... se viene il controllore gli dico che non ho il biglietto... oppure mi faccio fare il foglio di via.

– Lo sanno i tuoi che torni?.

– Si ho scritto e mi hanno risposto che mi aspettano... solo che mio padre fa il muratore e non ha soldi... così non mi ha potuto mandare niente.

– Ti farò due domande, rispondimi sinceramente... ti voglio aiutare veramente: hai a che fare con la Polizia? Con la droga?.

– No, no, glielo assicuro... non ho nulla a che fare con questo.

– Allora farò così: ti porterò a fare il foglio di via, così non dovrai partire nel modo peggiore di quanto già non sia... poi ti darò qualcosa per le tue necessità.

Ecco, Antonio Caputo, baraccato 3/A al Parco di Milano verso l’Arco della Pace, tu mi hai seguito in modo così fiducioso, mi hai atteso paziente quando sono dovuta andare alla Casa di Cura S. Giuseppe a cercare qualcosa che le farmacie non avevano. Ho un cugino che sta morendo di cancro ed ha bisogno di quella medicina e gliela debbo portare, per me quel cugino è come un fratello.

Ti ho mandato a prendere un cappuccino caldo, su quei due bocconi di torta pasqualina fredda. Mi sembravi un povero cucciolotto, uno di quelli che ti seguono solo perché gli hai allungato una carezza e ti scambiano per una mamma, quella persona calda che ti abbraccia e ti dà quel calore che rimane nel cuore, nello spirito, che rinvigorisce, che fa sopportare tante cose.

Non diciamo che mi sono sentita mamma, piuttosto una zia con un nipote da proteggere e da salvare.

Come mi sembrava meschino quel sacchettino che tenevi in mano, avrei dovuto portarti subito a casa mia, farti una minestra calda, una di quelle bistecche semplici ma sane.

Ma non potevo... i disperati come te... devono essere salvati in modo regolare, nel modo giusto, attraverso quella giustizia che ci può anche a volte far paura, che temiamo come un’ingiustizia...ma è la sola alternativa valida nella confusione dei nostri pensieri quotidiani.

Se volevo aiutarti, non dovevo sbagliare anch’io.

La Questura di via Fatebenefratelli era lì, di fronte all’automobile posteggiata.

Abbiamo attraversato la strada, ci hanno fermati all’ingresso.

Ricorda... ci fermò un poliziotto con una mitraglietta e una divisa, fu molto gentile, ci chiese... noi rispondemmo... anzi fui sempre io a parlare, ci mandò in un ufficio, anche lì chiesero a me e poi a te.

Io ti guardai mentre rispondevi un po’ vago.... sorridevi mentre dicevi di essere maggiorenne... di non avere un documento... di voler tornare dai tuoi... di avere la necessità di andarci...di non avere soldi... di esserti arrangiato in questi ultimi due o tre anni.

Sorridevi... non mi sembrò strano... perché vedi anch’io non so frenare il sorriso quando sono in tensione, quando qualcosa mi impaurisce... se la paura non è troppa... stai certo che anch’io sorrido... qualche volta ho pure riso suscitando degli sguardi di disapprovazione.

Ma ognuno ha il proprio sistema nervoso... e il mio agiva probabilmente come agiva il tuo in quel momento.

Io piango solo quando sono sola, sola con me stessa e la mia tristezza.

Fu dunque la paura! Paura della Polizia.... della Questura... che cosa fu che ti fece sparire? Sparire nel giro di pochissimi minuti... due, tre al massimo.

Bastò che ti dicessero – aspetta un attimo di là –, mentre io rimanevo al di qua.

Era quello l’unico momento atteso per porre fine ad una commedia? Oppure fu la paura... quella cosa inconscia e atavica che ci portiamo irragionevolmente addosso... oppure ragionevolmente, leggendo i titoli dei giornali?

Non è delusione credimi... le commedie non deludono... rimangono commedie e basta... ti possono a volte piacere a volte no... basta una scrollata di spalle e subito vai incontro ad altre commedie che insidiosamente ti aspettano non sempre all’angolo della via... ma lì sul marciapiede, sulle strisce pedonali... un po’ ovunque.

Fu l’amarezza che mi prese... lo sgomento nel pensare che avevi veramente bisogno... e l’aiuto era lì a portata di mano... non ti avrei abbandonato... dovevi credermi.

Non sempre gli adulti deludono... come non sempre deludono i ragazzi della tua età... siamo un tutt’uno e non due cose separate, un tutt’uno che si aggrappa disperatamente e forse egoisticamente a quello sprazzo di vita che ci è concesso di vivere e che a volte bruciamo per la paura di non poterlo vivere a modo nostro.

Amarezza per te... ragazzo dallo sguardo febbricitante... infantile... fiducioso... che forse oggi hai lo stesso problema di ieri “la fame”, ragazzo dallo sguardo spento, smarrito, ragazzo con una famiglia a Napoli che forse ti aspetta veramente e ancora.

– Buon Anno, sinceramente, ne avete proprio bisogno – dissi a quelle persone che rivestivano una divisa, quella del poliziotto.

– Anche a lei: Buon Anno. Non ci pensi... succede ogni giorno – mi disse un viso altrettanto giovane di ventunenne che era lì a proteggere la mia ed anche la tua vita: Antonio Caputo a cui voglio credere.

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