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Nota dell'autore a
Florentia

Questa raccolta di poesie è il ritorno a Firenze, la mia città, per incontrarla ancora una volta nella sua bellezza, nelle contraddizioni di oggi, nelle speranze per il domani. E' anche, naturalmente, l'incontro con me stesso, il rapporto con la storia vissuta nella città.
Vivere a Firenze è una fortuna. E' immediato il dialogo con la bellezza. Rifuggo da un atteggiamento di semplice godimento estetico, mi piace pensare all'idea di bellezza come luogo d'incontro, come laboratorio nel quale gli infiniti punti di vista delle forme d'arte e delle culture dialogano fra loro, continuano a ricercare nuovi percorsi di senso e di prospettiva.

La mia ricerca parte dal vivere giorno per giorno questo patrimonio complesso e fragile, nella città murata e nel paesaggio delle colline. Sembra naturale avvicinarsi in punta di piedi a questa storia, per ascoltare, senza escluderne alcuna, il suono molteplice delle voci e cercare di fissarlo nei versi della poesia. Il nome Florentia, scelto per questa raccolta, svela questa intenzione.

Fui contento, quando qualche tempo fa, tolte da Piazza della Signoria le lastre di pietra di origine settecentesca, comparvero le vasche (fullonica) per la tintura dei panni insieme a costruzioni del I secolo a.C. e dei secoli successivi, chiari segni delle origini romane della città e di una storia legata, secondo il significato del nome, alla fertilità del terreno e, mi piace pensare, alla sua vocazione di luogo fertile di incontri e di idee. I resti emersi dagli scavi dimostravano in maniera concreta che Firenze non è solo quella del Rinascimento. Non si deve allora compiere l'errore di partire (e fermarsi ... ) da un'unica epoca, quella del Rinascimento per costruire l'intero volto di Firenze, con il rischio di perdersi nella rete della retorica.

La raccolta esprime appunto l'interesse ad incontrare Firenze come persona viva, in carne ed ossa, nella sua interezza. Di questo incontro fanno parte pagine di storia recente, di solito trascurate, come la memoria del lavoro, della vita quotidiana nel centro urbano e nelle periferie: credo che la voce della poesia possa portare un contributo perché non si disperdano i ricordi, i segni della nostra vita recente rappresentati da fabbriche storiche come la Manifattura Tabacchi o la Galileo, teatri di lotte per l'emancipazione sociale e civile.

Fanno parte inoltre di questo incontro le sorprese che ci possono riservare le piazze e le strade osservandole con occhi curiosi. Mi accorgo che nel mio modo di guardare, rimane qualcosa dei giochi dell'infanzia, come quello di contare i passi attraversando una piazza, di fermarmi su particolari strani - le sessanta api in rilievo nel monumento equestre di piazza dell'Annunziata - per costruire storie fantastiche, di ricercare nel gioco degli spazi forme geometriche da comporre insieme come avviene nei quadri di Vasily Kandinsky.

Fra le sorprese è poi sempre più frequente la scoperta di scene di vita legate a condizioni di miseria, a storie di migrazioni: la poesia ne può, anzi direi, ne deve parlare. Come sappiamo, il suo linguaggio è qualcosa di speciale, coglie, di solito, l'aspetto essenziale, autentico, delle cose, con l'aiuto di tutti i nostri sensi. Ha la capacità di arricchire lo sguardo di tutti noi, di guardare nel profondo, di stabilire relazioni insolite fra persone, di ieri e di oggi. Sullo sfondo dei luoghi classici del Rinascimento fiorentino sorprende, a volte, la presenza di scene di povertà, di degrado, come ferite. Sul taccuino, ideale, che porto nel mio vagabondare per la città, ho fissato la figura di giovani immigrati che vivono sui marciapiedi, lo scontro con le forze dell'ordine, i tratti di una compagna dei tempi di scuola che vive ai margini della città, alla stazione, la voce folle della donna affacciata alla finestra. Tutti siamo partecipi di questo, sono fatti che accadono intorno a noi giorno per giorno, momento per momento.

Il nostro occhio è attento a come agisce il potere nella città, vediamo che a volte interviene con modi sbrigativi, che sono lontani da quella cultura dell'accoglienza che fa parte della nostra storia e si è fatta di pietra e di calce nella costruzione di un numero incredibile di ospitali per i diseredati, i pellegrini.

Fra le voci della città particolare risalto ha quella dell'Arno, fiume-padre e fiume-minaccia per la città. Le piene del fiume sono uno spettacolo per i fiorentini di particolare suggestione e fonte, come noto, di rinnovate paure. Vediamo in particolare che le piene trascinano una massa incredibile di detriti, di rifiuti, di residui che si accumulano lungo le rive del fiume e sono una ferita all'incanto dei luoghi.

Credo che ci debba essere oggi uno spazio per la voce della poesia civile, di denuncia, di richiamo a principi fondanti di solidarietà, di rispetto, di amore: è una voce che può risuonare alta in una società, come la nostra, spesso afona e distratta. Può essere di conforto avere a portata di mano, con il nostro taccuino, i colori della memoria. Senza memoria si vive in un presente indistinto nel quale prevale la paura dell'altro, emerge facilmente il sonno della ragione. Credo che per il discorso poetico sia naturale stabilire una stretta relazione fra ieri e oggi, fra le nostre radici - spesso di emigrazione, di miseria, di persecuzione politica - e le speranze per il futuro.

Mi accorgo che molte pagine dei miei appunti evocano i toni grigi dell'epoca che stiamo vivendo e, forse, della mia età avanzata. E' naturale ricercare in ogni direzione, le ragioni della speranza, dell'amore, nutrimento primo della poesia. Ho presente le voci di migliaia di giovani che sei anni or sono invasero con le loro bandiere per la pace i viali di Firenze in occasione del Social Forum; l'impegno alacre dei ragazzi e delle ragazze che frequentano i nuovi edifici dell'università, nel quartiere-dormitorio di Novoli o in altre parti della città.

Mi accorgo infine che il filo che tiene uniti molti fogli della raccolta di poesie è l'allegria contagiosa dei bambini, quello che scorgiamo nei loro sguardi innocenti. Per mille versi vorrei cantare il senso, la gioia che ci trasmettono, vorremmo che il suono delle loro risa, dei loro giochi fosse sempre più al centro della vita della città.

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