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Prefazione a
Itinera

Silvia Ranzi

"i viaggi di ogni tempo iniziano
dalla corte della mia infanzia"

Il titolo Itinera, scelto da Roberto Mosi per questa significativa raccolta di poesie, rivela l'intima struttura di una parabola lirica in cui la coscienza del poeta si misura con la sterminata mimesi del reale, emancipando il suo /canto libero/ dalla neutra oggettività, per addentrarsi in una variegata pluralità di percorsi esistenziali di intensa risonanza autobiografica sul piano etico e sociale.

Acuto ed elegiaco insieme è lo scandaglio dell'inquietudine del vivere alla ricerca di significati inediti per combattere l'alienazione uniformante, nella direzione di esperienze aggregative, rigeneranti nel mondo degli affetti e nel caldo conforto dell'amicizia: "la vita è una fonte generosa | scorre tra radici di teneri affetti" Lasciare spazio alla dimensione del "sogno" è l'antidoto invocato dall'incontaminata età dell'infanzia per mantenere viva in età adulta quella speranza che permette al poeta di credere nel cambiamento e disinquinare una società post-moderna sempre più complessa e caotica dai profili consumistici fagocitanti, dalle profonde solitudini individuali e dallo spettro di antiche e moderne guerre incombenti all'orizzonte.

Messa da parte la pratica del linguaggio referenziale, dopo una lunga attività di Funzionario nell'Amministrazione Pubblica, Roberto Mosi riscopre "l'esercizio" della scrittura quale esperienza "iniziatica" per dare libero sfogo alla facoltà creativa, affidandosi alle parole per rivestire le emozioni sul piano fonico e semantico nel gioco allusivo di segrete analogie.

La quotidianità nel suo diumo reiterarsi è foriera di significati che si di-stillano nella trama dei versi, con l'apporto suggestivo della pausa notturna in cui esalano "illuminazioni" suggerite dalla memoria contemplativa dell'lo pensante e interrogante:

... si alza, notturna, la spirale
dei sogni, nube di lucenti
coriandoli galleggia lieve
sul roseo nulla quotidiano.

La nascita della nipotina Marta, accompagnando la sua crescita nel tempo, è un evento continuo e sorprendente, descritto nel succedersi impressionistico di lieti momenti di svago, trascorsi per trastullarla. Risvegliano nel poeta quella fase ludica dell'esistenza, in cui si rinnova il rito vivificante della parola fabulatrice che nasce dalla materialità per tra-scenderla in una sostanza trasfigurante: "Intreccio parole rubate | alla dispensa delle fate".

"Filosofia del meraviglioso" con cui Roberto Mosi entra in sintonia quando omaggia nei suoi versi l'Arte scultorea di J.M.Folon, ammirata per la veste onirico-simbolica intrisa di malinconia per la fragilità della condizione umana, così ben espressa nei suoi malinconici prototipi "Petit bon-homme", in perfetta simbiosi con il quieto ambiente naturalistico fiorentino.

Nell'avvicendarsi di passato-presente-futuro si dipana la preziosa dina-mica dei componimenti poetici in una poliedrica varietà di "occasioni esistenziali", da cui emerge il profilo di una personalità che intende superare i limiti del reale verso una completezza della propria identità, nella dimensione incoercibile del "Viaggio".

Ho fatto parte di un popolo
migrante sui treni
sopravvissuto alla guerra,
alla scoperta di città rinate.

"Peregrinare", come dimensione dell'esistenza "in fieri", non per mania di evasione, né per dimenticare, ma per conoscersi nel confronto con l'ambiente circostante vicino o lontano, passato o presente, purchè viva nel ricordo, assaporandolo come parte di noi.

La memoria visiva, uditiva, sensoriale si placa nella rilevazione morfologica e atmosferica del paesaggio naturalistico o paesistico con accenti de-scrittivi cromatico-linguistici delle coordinate spazio-temporali, avvalorate da indizi storici e culturali insiti nei luoghi visitati, con rimandi introspettivo-simbolici nella registrazione lirica di un diario dalle svariate tappe geografiche.

Incondizionata è l'affezione per la propria terra, la Toscana, nei suoi felici segmenti di vita campestre; con predilezione per Firenze, le piazze cittadine, le antiche vestigia di un passato glorioso, "Città cupola", vertice armonico e prospettico nella verdeggiante valle coronata da dolci colline. Irrinunciabili i soggiorni estivi nella tersa solarità del litorale Versiliese, cullati dal mare al cospetto delle solenni Alpi Apuane, dilatando il campo visivo alla ridente Riviera degli Etruschi fin'oltre il Promontorio di Populonia.

Cadenzato è il delinearsi di un filone lirico trasversale, di ascendenza "Calviniana", in cui si configura l'estro icastico di conferire "denominazioni metaforiche" alla fisionomia di città nel loro tessuto territoriale, ambientale, commerciale: insediamenti dell'abitare, luoghi di incontro, di scambio morale e culturale, cari per soggiorni abituali o visionati attraverso soste turistiche: "La città piazza", "La città nave", "La città porto", "La città luna", "La città dispensa".

Preziosa per connotazioni visive di ispirata riesumazione è la sezione de-dicata ad affascinanti viaggi nel Vicino-Oriente, in cui si alternano trasalimenti estatici a momenti di richiamo alla cruda realtà: dalla Tunisia meridionale, nella regione sahariana al confine con l'Algeria, a Petra capitale degli Edomiti in Giordania, fino al porto d'Aquaba sul Mar Rosso, crocevia di popoli confinanti e nemici, "L'acqua è torbida nel mare | di Aqaba, attraversata | da grigie navi da guerra".

A contatto con queste civiltà esotiche, diverse per etnia, di fronte ad economie di sussistenza, esplorando entroterra montuosi con villaggi alveari dal fascino arcano, il poeta alimenta la sua esperienza umana e riscopre un salutare respiro d'infinito dinnanzi alla vastità della zona desertica con le sue spettacolari volte stellate.

Il realismo "rievocativo", carico di accenti percettivo-emozionali e ricco di spunti meditativi, è animato dalla volontà di rieducare lo sguardo: saper apprezzare l'inestimabile fenomenologia naturalistica nella diversità degli ecosistemi, per riconquistare un rinnovato anelito della coscienza sulla base di antichi richiami primordiali: "Nella notte di stelle disteso | sulla stuoia, mi sento felice | vicino al cuore della terra".

Una parentesi di italianità mediterranea il soggiorno in Basilicata, l'antica Lucania, visitando paesi situati sulle pendici del Monte Sirino nella valle del fiume Noce, foriero di nuovi incontri nella cornice di un'anedottica del peregrinare, avvicinando usi, costumi e problemi di integrazione sociale.

A chiusura della Raccolta, si spalancano i vertiginosi scenari di Capo Nord, in Lapponia, ai confini del mondo dove il sole tramonta a mezza-notte, in cui il poeta avverte la sproporzione tra la consapevolezza della precarietà dell'esistenza umana e l'esigenza di eternità insondabile: "una fredda paura m'invade...".

Lo smarrimento si attenua a contatto con il popolo "Sami" che conserva le ascendenze dell'antica spiritualità sciamanica, il cui fascino ridimensiona la sofferenza individuale in partecipazione cosmica:

Nel viaggio raccolgo
i dolori del mondo...
nel viaggio raccolgo
le speranze del mondo
... per non rinunciare ad inseguire
sogni iridati di pace.

Stupore, malinconia, fertilità di immagini, sentimento individuale e corale connotano il linguaggio poetico di Roberto Mosi in un ritmo lirico limpido, lineare e simbolico, aderente e travalicante il vero: disamina incisiva dei moti interiori, rituale nella rimembranza, ironico e riflessivo quando entrano in gioco tematiche sociali dell'etica quotidiana nelle contraddizioni dell'oggi, ma costantemente aperto alla possibilità di rendere "ideale" l'utopia attraverso "il sogno".

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