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Prefazione a
Calu ritrovata

Giuseppe Panella

«Sì, l’ora nuova è perlomeno assai severa. A ogni modo posso dire che la vittoria è mia: il digrignar di denti, i sibili di fuoco, i sospiri ammorbati si attenuano. Tutti i ricordi immondi si cancellano. Si dileguano gli ultimi rimpianti, – gelosie per accattoni, briganti, amici della morte, minorati d’ogni sorta. – Dannati, se io mi vendicassi! Bisogna essere assolutamente moderni. Niente cantici: mantenere il passo conquistato. Dura notte ! il sangue fuma asciugando sul mio viso, e dietro di me nient’altro che quell’orrendo arboscello! …Il combattimento spirituale è rude quanto la battaglia d’uomini; ma la visione della giustizia è piacere di Dio solamente. Tuttavia è la vigilia. Accogliamo ogni influsso di vigore e di reale tenerezza. E all’aurora, armati di pazienza ardente, entreremo nelle fulgide città»

(Arthur Rimbaud, Una stagione in inferno, nella traduzione italiana di Diane Grange Fiori)

1. Calu e la “lamina di Magliano”

Come in un romanzo d’avventure o in una vicenda sentimentale d’altri tempi, dopo alterne e furiose e un po’ misteriose vicende di fortuna o di sfortuna altalenanti, alla fine si torna sempre a pensare a Calu. Che cosa sia Calu (una donna dolcissima e ardente, una città bellissima e spersa per il vasto bruciante e disanimante deserto, un simbolo trascinante e un po’ sbiadito, la fiaccola dell’Utopia che non muore mai) non si saprà mai del tutto e per bene.

Ad essa Walter Nesti, poeta e traduttore di poliedrica e vivace presenza culturale, ha dedicato addirittura una trilogia poetica che è stata pubblicata scaglionata nel tempo: il primo atto, Itinerario a Calu (Pomezia, Edizioni Pomezia Notizie, 1989) si concludeva con Calu appena raggiunta anche se non compiutamente posseduta mentre il secondo, Calu perduta (San Marco in Lamis (Foggia), I Quaderni della Valle, 2002) si chiudeva con il ritorno al deserto della voce narrante consapevole dell’assenza di ciò che aveva amato.

Nel capitolo terzo della trilogia (la Calu ritrovata che qui si pubblica)

era finita l’attesa dei giorni | racimolati dentro i borri bui | dolce silenzio sulle gote glabre | riposava nel sonno il desiderio | sicuro del tuo corpo del tuo amore”

e, di conseguenza, l’amore trionfa rispetto alle difficoltà morali e materiali che lo avevano rimesso in discussione dato che (come scrive Virgilio peraltro citato in esergo al libro) Omnia vincit Amor et mos cedamus Amori.

Ma, ovviamente, il poema in tre parti di Nesti non è una semplice storia d’amore in versi o, comunque, in ogni modo, non vuol essere soltanto questo (la poesia non è mai soltanto scrittura semplice e univocamente destinata e la molteplicità di senso è una sua caratteristica essenziale).

Calu è un sentimento condiviso, è un progetto di vita, è una sensazione possente e insopportabile di cui lo scopo non è conosciuto ma è certo insopprimibile.

Essa rappresenta un transito, un percorso che va dal visibile verso il regno dell’invisibile. Calu è, infatti, una divinità che si inscrive sotto il segno della morte.

Lo conferma una laminetta lenticolare di piombo rinvenuta a Magliano e conservata nel Museo Archeologico di Firenze (C. I. E. 5237) che è caratterizzata dalla presenza di un’iscrizione incisa, sui due lati, a forma di spirale con un movimento che va dal margine esterno verso il centro: vi si contano almeno 70 parole (anche se talvolta – chiosano gli archeologi – non è facile distinguere se un gruppo di lettere contiene una o due parole).

La lamina probabilmente risale al V secolo a.C. e allude a offerte da compiersi in diversi periodi dell’anno a varie divinità.

Il Piombo di Magliano, rinvenuto nel territorio etrusco di Vulci, presenta, infatti, una prescrizione sacrificale riferita a Calu. Questa era, dunque, una divinità della morte e l’ animale ad essa corrispondente era il lupo. In Etruria non si hanno raffigurazioni certe di Calu, proprio perché viene rappresentato assieme ad altri dèmoni piuttosto che singolarmente.

Pare comunque che essa fosse una divinità legata alla morte intesa piuttosto come avvenimento, come evento, come passaggio che come stato (la mentalità etrusca, come è ben noto, riservava maggiore attenzione proprio al momento del passaggio dalla vita alla morte e non considerva significativa la morte in sé).

Naturalmente non c’è niente di più stretto e di più vicino, di più facilmente collegabile e di più difficilmente ineludibile come del rapporto tra Amore e Morte – un topos della poesia lirica classico occidentale classico da sempre che i poeti cercano altrettanto da sempre di coniugare in maniera originale e simbolicamente potente.

Il viaggio verso Calu è, di conseguenza, un viaggio verso l’Amore e la Morte, un tragitto attraverso il deserto che conduce alla conoscenza delle ragioni della vita.

2. Itinerario a Calu

«1. L’ultimo sangue dell’anno fluiva | dalle vene squarciate dell’euforia | tacchini sgozzati e capitoni enormi | manciate coriandoli-valuta bocca stracciata | da paresi segnata di abbondanza || Il deserto mi afferra oltre la strada | buca i reticolati del pensiero | il gallo dell’angoscia becca le carni | vivido nel suo mattiniero canto | strega d’inquietudine la falsa pace. || 2. Intorno intorno ancora c’è il sapore | aspro di lunghe affumicate lune | col sudore dei fiumi coi catrami pesanti | ho segnato l’itinerario dell’insicurezza | dove le mani afferrano e il corpo affoga. || Impazzisce il deserto nel giardino | schiuma le sue onde sabbiose | alle radici degli alberi da frutto | allibiti dal vento che li graffia | marca di solitudine la polpa»[1].

E’ questo l’incipit affannato e potente della prima ricerca di Calu.

Compare già il deserto sia come espressione della mancanza di valori o di ambizioni morali (il Capodanno quale fiera del consumismo più bieco e della morte del sogno in una vita più autentica – l’abbondanza come malattia e insoddisfazione) sia come luogo designato della Waste Land (non a caso citata in esergo al volumetto) dell’esistenza nel Moderno.

Il giardino (momento di pace e di tranquilla degustazione del piacere di esistere) si trasforma in un deserto in cui la tensione e l’appressamento della morte sono preannunciati dal carattere tempestoso della situazione in cui viene affrontato e interagito.

Inizia la marcia di avvicinamento, la traversata del deserto…. il passaggio attraverso la difficoltà del vivere nell’attesa di una “terra verde di speranza”[2].

Il percorso che conduce al possesso di Calu è pieno di insidie, di prove faticose e difficili, di momenti di sconforto: una vera e propria iniziazione al piacere attraverso il dolore, una marcia forzata attraverso le privazioni per giungere a ciò che si vuole veramente:

« 5. Improvviso compare da un anfratto | la bellezza del mondo fatta uccello | ali leggere piume variopinte | canto sublime involge le mie vene | e alla sosta mi invita all’abbandono || Quante volte nel grigio del deserto | prostrato con la faccia nella sabbia | spiavo il cielo fino all’orizzonte | e mai vidi le forme mai il canto | dolcissimo ferì l’udito e gli occhi. || 6. Ora Calu mi aspetta in cima al monte | inchiodata al silenzio dell’attesa | e non puoi impedirmi uccello della gloria | proseguire l’ascesa e la fatica. || Dirigi il corpo il canto all’altro lato | dove in breve pendio scende la roccia | dissolvi l’aureola di nebbia | vola deciso giù verso il deserto | altri me stesso stanno di frontiera | da tempo immemorabile al suo arrivo»[3].

Non è facile – come si intuisce dal travaglio presente nel canto che ne descrive l’approdo – raggiungere Calu (la “bellezza del mondo”), non è semplice superare le prove iniziatiche che ne precludono in maniera così drastica l’acquisizione e, quindi, “il possesso e l’estasi” (sarà questo, infatti, il titolo della quarta e penultima parte del poemetto).

Calu alfine raggiunta rappresenta, in questo modo, il completamento della quest della voce poetante: dopo la traversata improba ed esaltante del deserto di sabbia e di rocce infuocate, dopo la gioia e la felicità somma (una sorta di vera e propria trasumanazione) della conoscenza e del possesso, la vicenda sembrerebbe chiudersi nell’apoteosi del godimento di sé e della persona amata.

Eppure subito si insinua il dubbio e l’incertezza, il “disprezzo” di Calu si fa mano a mano insondabile cifra dell’abbandono:

«Vedo incupire il cielo sopra i tetti | abbuiarsi le strade dove prima | inondato di luce ti sentivo | avvolta alla mia pelle al mio delirio. || E già tu oltre i tetti ti disperdi | del reale l’immagine svanisce | ritorna cupo l’eco della valle | dove so che mi attende nel deserto | lo scorrere insensato del mio tempo | del quale ignoro il moto e la ragione. || Per un attimo alluma una finestra | cerco infilarmi dentro la tua stanza | nel buio aguzzo gli occhi per vederti | ma ormai sorgi lontana dal mio corpo | fresca di sera adolescenza muta. || Un borro ghiaccio scorre ci divide | Calu di morte senti non di vita | anche se tento ancora di riaverti | nell’inganno del sole ormai consunto | il possesso ti rende più straniera»[4].

3. Calu perduta

E’ ormai il tempo del Paradise Lost : la felicità umana ha tempi assai brevi di durata e di continuità.

Ed è anche il tempo dell’addio. Calu è perduta per sempre (o almeno sembra) e il rapporto con essa (che aveva assunto l’aspetto di un impetuoso ritorno alla giovinezza trascorsa) va in frantumi e si agghiaccia come il segnale dolente e inquieto di una vecchiezza che appare incipiente ed inevitabile.

«X. Ora sapevo quello che volevi | il ritorno al deserto putrescente | l’affondare dei giorni nella sabbia | mulinata dal vento fino all’orlo | della piazza tuo corpo ricrrcato || Calu furente nella rabbia fredda | impediva l’arrivo a quella vetta | respingeva nei miasmi della valle | l’onda del desiderio stemperato | nel gelo dello sguardo ora lontano»[5].

Calu è ora fredda e distante – è diventata una donna “bella seppur dagli occhi di ghiaccio” (p. 11) e il suo amore si è trasformato in odio (almeno sembra così). E la voce poetante, allora, è ricacciata nel deserto della solitudine da cui era provenuta.

L’amore travolgente narrato in Itinerario a Calu con parole e silenzi così espressivi, il percorso compiuto fino al raggiungimento dell’obiettivo del desiderio, la passione esplosa e consumata fino alla fine e all’estremo delle sue possibilità si rovesciano in un deserto di passione e di sentimenti negati fino a ripiegamento nello sconforto e nell’angoscia:

«VIII. La nostalgia è un demone | che al futuro spazi non rimanda | se non di immagini frante | agitate da specchi catafratti || Ora qui non riposa per raggi aguzzi desiderio vivo | sanguinante sull’epidermide rosa | il passo sul pietrisco sbrecciato | cala nel fondo e ciò ch’è stato è stato | non occorre cercare altra risposta. ||

IX. Era la pasqua rosa | dei petali del pesco | disseminati sopra l’erba rasa || Il trascorrer dell’Agnello | infranto al gocciolar del fresco | era fuga di vita abrasa | sangue rappreso sopra pietre bianche | vento veloce di furie improvvise | aggraticciate alle radici spente | indifese all’offerta e all’abbandono»[6].

E’ uno dei passaggi più liricamente struggenti del libro: la rabbia dell’abbandono si compone in visioni sacrificali (l’Agnello della Pasqua di Resurrezione con il sangue che gocciola rivelandone la forza salvifica) senza però volersi come forma mistica dell’espressione del Sé – il senso del viaggio si rivela coincidente con il suo evolversi continuo e mostra tutta la potenza necessaria del suo disincanto rispetto al mondo dei sogni precedententemente vissuti come tali.

Nel deserto di nuovo attraversato, l’ansia del ritorno ai luoghi della felicità troppo poco a lungo assaporata e l’angoscia della ricerca di Calu perduta si trasforma in delirio e visione morbosa di rivincita su chi lo ha abbandonato ed ora lo rivorrebbe.

Ma anche questa illusione si rivela tale e la voce poetante si abbandona alla vita nomade (è questo il titolo del canto quarto del poemetto) nel deserto in cui la sofferenza fisica si mescola al desiderio di trovare l’oblio morale. Anche per essa è cominciato Il Tempo degli Assassini (parte finale del volumetto) – come accadeva per il Rimbaud della Saison en Enfer (un autore e un testo assai cari a Walter Nesti e da lui più volte rivisitati e tradotti) :

«II. Inseguivo fantasmi nella rena | visitati da ippogrifi sbiaditi | dal sole che trovava nel viola | forza di luce forza di morte | lontane onde a increspare le dune | di una ragnatela fragile || Rimasuglio imborraccinato al bosco | emigrante sperduto nel barlume | e acquattato di paura al limite | schiacciato dal pensiero fosco. ||

III. Nulla più nulla sorprende le mani | attaccate al pruno in cerca di appiglio | livido scoiattolo sulla ruvida scorza | colpito dal grido dell’aquila | Aspra la bocca non avrebbe detto | i miasmi di colate della lava | fiume repente a toccare la pelle || Respinto dal fulgore della notte | nel passaggio frusciante innamorato | sconvolge la linfa al primo apprendersi»[7].

Il delirio si riempie di immagini sconcertanti e terrifiche, la paura invade l’anima e paralizza il corpo, il dolore della separazione si trasforma in incubo diurno di morte incombente.

Eppure proprio da qui bisognerà ripartire per ri-attraversare il deserto del proprio sgomento e ritornare da “Calu assente nel vuoto” (p. 66).

Calu raggiunta, Calu persa: è questo ancora il modello di Paradise Lost del poeta di Poggio alla Malva. Ad esso seguirà il Paradize Regained del terzo esemplare della trilogia.

4. Calu ritrovata

Ma ormai è il tempo del ritorno e soprattutto della riconquista dell’amore: Calu perduta può essere ancora riconquistata. L’importante è trovarne la forza spezzando il cerchio gelido della solitudine e del dolore. Il passato diventa veramente tale solo quando il ricordo cede e finisce accantonato nell’oblio e nella morte:

«X. Al limite di quel vuoto | mi sentivo sconfitto | balbettavo la distesa dei giorni | nbaratro di silenzi che annegava | la speranza scolpita dal sorriso || In quel dilemma di ruderi | di ruvide mescolanze di terra | riemergeva all’antica memoria | Calu dal volto acceso di piacere | corpo che dalla pietra prende vita».

La memoria di Calu, il suo riemergere alla coscienza, permette di ritrovare il suo volto, il suo corpo, il suo desiderio. Il suo corpo affiora nelle tenebre che avvolgono la misteriosa città della palude (quella dove vanno sempre a morire i ricordi, probabilmente):

«III. Emergevi dall’ombra delle piante | ti avvertivo nel fiato della notte | sprigionato dalle essenze dei pini | dal cupo stormire dei cipressi | bruciava la città nella palude | la gioia dello sperpero effondeva | luce lunare sui nostri volti || In quello spazio lasciato al nostro gioco | affascinati dal miracolo morbido | ci sentivamo nudi e potenti»

E’ il nuovo e possente trionfo dei corpi a liberare il proprio potenziale poetico; il tempo sembra che venga azzerato dal desiderio nel momento in cui la forza del piacere rende liberi e capaci di ottenere tutto ciò che si vuole (e si può) raggiungere. I corpi si incontrano e da essi scaturisce la consapevolezza di un destino che si potrà sapientemente condividere ancora:

«IX. Ti ho raggiunta sul filo del dolore | allacciando le mani alla tua angoscia | per non laciarti annegare || Nel buio acre della disperazione | ti ho indicato la luce sopra il monte | e in quella luce ti ho sentita fremere | come il corpo di Calu in quel mattino | arresa al desiderio al mio volere | e non oso pensare che il dolore | sia la strada che porta a ritrovarti».

Calu viene di nuovo raggiunta e ritorna a chi la desidera con la potenza di un amore che è più forte della morte: è quello che conta, in effetti.

Il ritorno al passato è in realtà una sorta di epifania del futuro che vede riallacciarsi alla prepotenza del desiderio vissuto in prima persona il principio fondamentale dell’esistenza.

In questo modo Calu si rilvela per quello che effettivamente è: il principio fondamentale della realtà che in quanto tale può condurre alla vita come alla morte, alla fine definitiva come ad una nuova nascita per chi vi si approssima.

«VII. Fissavo il colle mi sentivo rinato | pieno di linfa come albero verde | che il gelo dell’inverno ha risparmiato | pronto al nuovo attacco del vento | al ribollire del limo penetrato dal sole | attingevo alle radici forza dal possesso | di Calu risorta nuova dall’abisso || Si riannodava il sogno | all’ultimo tornante della via | dove il male lo aveva spezzato».

La quest della voce poetante è finita e potrà tra poche pagine di percorso lirico gustare di nuovo il sapore del “connubio felice”.e ricongiungersi definitivamente a ciò che costituiva la sua meta agognata. Calu viene definitivamente ritrovata e diventa parte integrante del progetto di vita di chi l’ha cercata con tanto affanno e tanta voluttà.

E’ inevitabile pensare a questo percorso come alla “via regia” dei mistici (dei versi di San Juan de la Cruz compaiono quale esergo di Calu perduta – tanto per fare un esempio) come è inevitabile che venga alla mente il “metodo alchemico” messo in opera da Arthur Rimbaud nella Saison en enfer e in alcune delle sue Illuminations più significative.

Si tratta – come si può ben considerare – di autori cari a Nesti che è da sempre prolifico lettore e traduttore di ciò che legge.

L’Itinerarium a Calu è, quindi, in prima istanza, una rappresentazione narrativamente e liricamente possente della forza del desiderio umano il cui obiettivo non è (e non può) essere soltanto il soddisfacimento del principio del piacere ma può condurre, attraverso di esso, al vagheggiamento della fine come sua altra faccia egualmente accettata e ricercata (come ben ha spiegato Freud in quel suo testo aurorale del 1920). Questa ambivalenza del desiderio spiegherebbe l’ambiguità dell’accostamento di natura quasi cultuale (e certamente riproposto su base rituale) alla figura di Calu.

Ma non si può dimenticare – per concludere – come il desiderio narrato e metaforizzato nasca dal profondo della poesia come sua manifestazione primaria e insopprimibile.

Ed è proprio nella ricerca della poeticità inafferrabile della vita e nel suo possesso imperituro che il fascino della scrittura di Nesti si dispiega e si ritrova nelle pagine più mosse e commosse del suo poema, simbolicamente protesa ad afferrarla quale sostanza autenticamente fondante la necessità autentica dell’esistere umano.

Note


[1] Walter Nesti, Itinerario a Calu, Pomezia, Pomezia-Notizie Editore, 1989, p. 5.

[2] Walter Nesti, Itinerario a Calu cit. , p. 11.

[3] Walter Nesti, Itinerario a Calu cit. , pp. 14-15.

[4] Walter Nesti, Itinerario a Calu cit. , p. 23.

[5] Walter Nesti, Calu perduta, San Marco in Lamis (FG), Quaderni della Valle, 2002, p. 18.

[6] Walter Nesti, Calu perduta cit. , pp. 28-29.

[7] Walter Nesti, Calu perduta cit. , pp.58-59.


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