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Di là dalla notte

Perdonami. Con gesto per te incomprensibile ho respinto seccamente la tua mano che con amore tentava esplorare il mio corpo. I tuoi occhi più veri del suono della voce che sgomenta chiedeva il perché. Non saprai mai il perché. Il tuo cervello innamorato non afferrerebbe il nesso fra il tuo gesto e quello di un uomo compiuto in un tempo che ormai si perde nella preistoria della mia vita. Ero molto giovane allora.

Lui non era più tanto giovane. E poi c’eri tu. Si, anche allora c’eri tu. Per qualche tempo ci foste entrambi. Tutti e due cari e importanti. Tu, l’amore che in quella tarda estate cominciava a popolare di sogni l’avvenire, la possibilità di una vita a due, il matrimonio come fine ultimo di un’esistenza maturata nel sentimento certo che leggevo nei tuoi occhi; lui, l’esperienza forte e intensa di qualcosa che ormai stava per finire e che non avevo avuto il coraggio di chiamare amore. Perché, vedi, forse il mio primo grande sbaglio è nato da una incapacità a penetrare il senso delle cose, ad afferrare la somma di esperienze che fluivano da quel volto che ormai cominciava a perdere i segni della giovinezza, di sottovalutare l’importanza dei tesori che cadevano sopra la mia persona quasi fossi un idolo, tesori di cui ammiravo la bellezza e di cui, forse, disponevo con troppa leggerezza, a mio piacimento. Con capriccio.

"Sono nato troppo presto", ripeteva spesso, con ironia ma anche con monotonia e le pieghe agli angoli della bocca denotavano un’amarezza profonda, che solo ora intendo e vedo, dove già v’era la consapevolezza del proprio destino, non solo, ma anche di come si sarebbe compiuto.

Perdonami. Mi dispiace aver respinto la tua mano leggera che tentava di forzare il santuario del mio corpo. Ma non posso farci nulla. Non riuscirò mai a farci nulla. So che questo è il preludio a una fine che prima o poi ci franerà addosso con tutta l’intensità delle cose lasciate troppo a lungo a covare.

***

La sua mano leggera e pur grave sopra il mio corpo. La mia voce aspra, crudele, troppo giovane (oh quanto troppo giovane) "lasciami stare". E l’ombra che avanzava su quel volto come quando una nuvola passa veloce davanti al sole. Gli occhi erano gli ultimi a spegnarsi. I suoi occhi grigi che tanto mi avevano ammaliato due anni prima. (Il mio corpo era sbocciato sotto lo sguardo amoroso di quegli occhi; le sue mani avevano tolto ad uno ad uno i veli dell’inconoscienza, mostrato alla mia esuberante giovinezza gli stupendi segreti della vita, avevano fatto provare al mio corpo ignaro i primi singulti del piacere. Il mio corpo tremante sotto l’esperte carezze delle sue mani).

Ma già allora l’immagine irridente del tuo volto si insinuava tra me e lui, la mia retta coscienza inalberava il paravento del torto all’amore giovane e puro, doveva operare una esclusione, a tutti i costi. Nessun triangolo poteva essere ammesso nella linearità di una coscienza intatta. Così allora credevo. Abituata da secoli, incapace di difendermi dagli assalti retorici della linearità degli affetti. Il cuore non è divisibile.

E la mia voce si alzava, giovane, crudele, la voce della coscienza operava la scelta secondo le convenienze e sbranava impietosamente il feticcio del proprio corpo; respingeva lontano la mano che diventava sempre più stanca e sempre di meno aveva il coraggio di tendersi per ritrovare un equilibrio ormai compromesso. Con giovane, cocciuta voce ripetevo "lasciami stare".

***

Perdonami. A te e a lui devo chiedere perdono. Sto ripercorrendo a ritroso la medesima strada. Ora sono le pieghe amare della sua bocca che mi vedo davanti quando la tua mano avanza felina sulla mia pelle nuda. Il mio corpo si contrae. Non sono più capace di provare piacere. Sento allargarsi nel petto un urlo che vorrebbe esplodere "lasciami stare", ma ho troppa paura con te di gridare, il volto triste ormai composto in perfetta serenità ammonisce alla mia incoscienza.

(Solo allora le pieghe erano sparite e vidi quanto bella fosse la sua bocca. Tu mi tenevi la mano. Tremavo. "Gli volevi bene?", la tua voce leggera, comprensiva, senza dubbi; e quel corpo rigido improvvisamente si anima, ne vedo i gesti consueti, lo spasimo mi dilacera, sento la forza della sua passione premere contro il mio corpo "capirai" rispondo e ti trascino via per non gettarmi su quell’ammasso inerte, per non cercare con frenesia sotto i vestiti funebri i segni della virilità che mi aprì alla vita, che rivelò me a me, chi ero, di dove venivo, dove andavo. L’orrore era troppo grande per dare un senso alle mie parole. Staccai per la prima volta quasi con rabbia la tua mano dal mio braccio).

Ho fatto male a lui, a te, a me. Ho dilacerato le nostre tre vite per obbedire a un ideale di perfezione morale ricevuto in eredità da secoli di antenati imbecilli. Ho portato il seme della corruzione nella purezza inattaccabile del diamante. Ho cominciato a sognare le sue mani quando ho saputo di averle perse per sempre. Prima credevo bastasse dire "lasciami stare" per difendermi da lui e da me, ma la sua presenza era già una sicurezza, il gioco poteva essere spinto oltre il necessario, tanto lui era là, un fischio, correva con gli occhi accesi, tenero come forse a te non è accaduto di essere mai. Amavo quella tenerezza. Ma non gliel’ho mai detto.

Quanti errori si commettono anche amando. Forse se una volta gli avessi detto "Sapessi quanto amo la tua tenerezza. Abbracciami", avrei visto fiorire le stelle nel grigio dei suoi occhi buoni e quella mano stanca di essere respinta non avrebbe trovato la forza di premere il grilletto.

***

Perdonami. Non so più a chi chiedere perdono. Ma sento il bisogno di un’assoluzione. La pietà di me fissa le tappe del mio tormento. So che non potrò più possedere il tuo corpo perché non mi sarà più possibile possedere il suo. E’ un anello che si è saldato con la sua morte e che ci ha imprigionati tutti e due. Tu vittima innocente. Io meno. Lui vittima delle vittime.

L’abbiamo ucciso tutti e due. Tu ed io. Il mio amore per te lo ha ucciso, ma non perché ti amavo, bada bene, era superiore lui a queste cose, sapeva perfettamente che il cuore non è un abitacolo stretto, e il corpo può fremere in modi diversi quando diverse mani amate ne sollecitano le corde; non perché ti amavo, ma perché non volevo ammettere di amarlo quando tutte le fibre del mio essere lo chiamavano, quando la più trascurata cellula del mio corpo vibrava al suono della sua voce, perché insistevo nel respingere il carisma delle sue mani mentre pretendevo avere la sua presenza.

Si può amare e cessare di amare. Si può desiderare e cessare di desiderare. Ma non si può pretendere che un uomo innamorato ti stia vicino e impedire alle sue mani di esplorare un corpo che rappresenta l’essenza stessa della sua vita. Il mio corpo.

(Il fumo delle sigarette rendeva l’aria irrespirabile. Io parlavo di te. Ti accettava. Scusava anche i tuoi difetti. Ti voleva bene attraverso di me. Ma sperava che il mio amore per te non lo lasciasse in balìa della sua solitudine. Vedeva le cose con la larghezza del suo amore. E io con la mia crudele giovinezza pretendevo la lealtà a un ideale di purezza astratta. Per te, capisci. Per te. Eppure il mio sangue si accendeva al tocco delle sue mani, la sua presenza quasi giornaliera era ossigeno alla mia vita. Lui era il rifugio di tutte le mie pene. Anche di quelle che tu mi procuravi, allora. Era capace e grande il suo cuore. Sapeva accogliere tutto.

E poi, quel giorno, l’umiliazione atroce del suo volto. "Non dobbiamo più vederci. Se non vuoi che ti abbracci, se non desideri più il contatto del mio corpo non dobbiamo vederci. Cerchiano di dimenticare. E’ stata una cosa bella finché è durata". "Ma perché?". Non capiva. Non si capisce mai quando si deve capire).

Spesso ora mi desto di soprassalto ed ho l’impressione che non tu ma lui mi sia vicino in questo letto. La sua presenza invisibile è la mia sola compagnia.

***

Perdonami. Forse affretterò la frana che prima o poi dovrà travolgerci. Tu non fai nulla per impedirlo. E non potresti fare nulla. Perché non sai e non saprai mai. Solo guardandoti dormire posso parlartene, alla luce del giorno le parole cercherebbero nella menzogna l’aiuto all’evasione. Lui fu il primo a possedere il mio corpo. Il suo sesso di uomo fu il primo sesso di uomo che vidi. La sua bocca fu la prima bocca che baciai. Tu venisti dopo. Lui era già in me, radicato come un male maligno, quando tu venisti. Era già in me da due anni. E un altro grande errore fu quello di credere, di voler credere ad ogni costo, che il tuo amore avesse cacciato il suo amore. Lui sapeva che non era vero. Vedeva giusto. Capiva che c’era posto per tutti. Perché l’amore che avevo per te non era uguale all’amore che avevo per lui anche se era lo stesso amore; non meno intenso, non meno grande, ma non lo stesso. E non potevano contrapporsi. Non dovevano. L’uno non poteva cacciare l’altro. Io credetti di sublimarlo relegandolo nella sfera della pura amicizia, masochisticamente privandomi di quei contatti che pure desideravo, ma non si può levare l’olio alla lampada e pretendere che continui a brillare.

(Il volto umiliato, le mani che stringevano spasmodicamente la sigaretta fino a sbriciolarla fra dita inconsapevoli, la voce dimessa, ormai atona "non lo desideri?" - "no, nn lo desidero" - "ora, in questo momento, o per sempre" - "per sempre" - "bene, allora ti prego, per favore, non vediamoci più" - "sei il solito stupido". Accolse l’offesa come un dono, come l’unico estremo dono che potesse provenire dalla mia persona e borbottò qualcosa che allora non capii o non volli capire. La mia leggerezza armava la mano che poco prima si era tesa fremente, in carismatica offerta, verso il mio corpo).

Fui anche l’ultima persona a baciare la sua bocca. Estremo e inutile omaggio a chi non poteva più apprezzare il mio gesto. Prima che i duri martelli inchiodassero il legno della cassa la disperazione aveva spinto nuovamente il mio corpo verso quelle membra ormai rigide. Volevo racchiudere nel mio sguardo l’immagine di quel volto placato prima che la notte lo coprisse per sempre. Guardai la sua bocca così distesa, serena, e mi sembrò immensamente bella. L’istinto fu forte e racchiusi nella mia disperazione il rigido freddo di quelle labbra tante volte respinte. Perdonami. Devo confessarti che su quelle labbra implorai "Ti amo".

 

 

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