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A volo d'angelo

La nebbia spingeva contro i vetri che sembravano gonfiarsi come tende di plastica. Nelle volute di fumo le parole di quella lingua dura, che risvegliava in lui terrori ancestrali, trovavano a fatica la strada per imporsi. Alta dominava la parlata latina nei due idiomi principali, assassinati da bocche inesperte. “Fuma questa sigaretta, mon joli, oggi è domenica e l’entrapanore non ti vede”. Il frisu lo fissa con occhi di sangue come cazzotti alla bocca dello stomaco.

Ha provato una volta il gusto delle budella che gli uscivano dalla bocca, guarda oltre i vetri il nulla che sembra invadere l’aria sciropposa, tabaccosa del café Bemy. Il gesto stanco ma risoluto della mano “Non posso”. Gli occhi di fuoco attraversano il cervello come un trapano elettrico. “Fuma, je te dis, domani il travaglio ti sembrerà meno duro”. Mesti gli occhi nuotano sulle volute puzzolenti di fumo. “Ho le mie nazionali”.

La risata isterica spaventa il fumo che tenta disperatamente l’uscita in massa dallo spiraglio della porta lasciata inavvertitamente aperta da un cliente. Solo alcune volute, più fortunate, riescono a confondersi ed annullarsi nella nebbia compatta della strada. Qualche grumolo di nebbia si insinua nella stanza confondendosi al fumo puzzolente. La mano si tende minacciosa verso la bocca e accosta la sigaretta. “E dài, fuma”.

Un gesto troppo brusco nel respingere l’offferta. “Fuma, ti ho detto”. Sente il pericolo di quegli occhi accesi come fari nella notte. “Demain soir, camarade, non mi sento bene oggi, je suis fatigué”. Guarda l’Abruzzese dalla coccia dura - è entrato adesso - gli occhi chiedono aiuto, un sos lanciato attraverso il fumo. La coccia dura dell’Abruzzese non realizza il messaggio. Agita alta la mano sulle teste vocianti, si appiccica al bancone grommoso. “Domani è lunedì, c’est lundi, vuoi farmi tondo? Mai visto un italiano al caffè il lunedì sera”.

Ancora un gesto inesperto - pericoloso - gli occhi lo frugano graffiando dentro le carni. “Va bene, une autre fois, c’est la même chose no?” La cicca della sigaretta spenta con le unghie dell’indice e del pollice della mano destra finisce nel taschino del giubbetto. “Non dirai di no nemmeno alla femme j’espère, vieni, alzati, levati da questo cesso puzzolente”. Gli occhi vagano dolenti rimbalzando di faccia in faccia alla ricerca di un guizzo, uno sguardo, un barlume di conoscenza. L’atroce solitudine in quella baraonda.

Il frisu ha il potere di bruciargli la volontà col fuoco divoratore dello sguardo infuocato. Troppo rischioso attraversare lo spazio dei tre metri che lo separano dal bancone grommoso. L’Abruzzese, perso nel suo delirio, si è completamente dimenticato di lui. “Non ho l’argent, voglio dire in tasca non ne ho abbastanza per andare a femme”. La risata fa tremare questa volta i bicchieri sui tavolini. “Sei épatante, un drôle di ragazzo, vuoi vedere che non sei mai andato...dimmi, mai assaggiato le canu?”. Scoppiano risate intorno come mortaretti. Anche l’Abruzzese volta il suo duro coccione, sorride melenso, alza la mano sopra la marmaglia, riaffonda poi nell’ampio boccale di birra. Un attimo di speranza che sembra durare in eterno. I gomiti affondano ora nei lombi con la disperazione dei violenti. “Alors, vogliamo far mattina in questo lurido caffè?”

Non è nemmeno detto che voglia condurlo da una donna. A volte lo aveva sfiorato il sospetto, subito ricacciato sotto le calcagna dei piedi, che il frisu fosse tapette. Negli angoli oscuri delle vie aveva sorpreso più di una volta la mano distratta a sfiorargli i pantaloni. E allo scarto improvviso “Non sono come tu credi, non aver paura di me”.

Non voleva uscire fuori, non sapeva quali pericoli o minacce potevano sbucare dalle cortine della nebbia. La cicca, che gli avrebbe riportato alla bocca il sapore delle budella, o la donna fontomatica che poi poteva identificarsi con il frisu-tapette. Rabbrividì. Ma ora gli occhi lo spingevano verso la porta. Ebbe l’impressione di essere una voluta di fumo che cercava scampo nell’uscita senza sapere che si sarebbe annullata nella nebbia.

L’Abruzzese dal bancone agitò ancora inutilmente la sua manona di manœuvre.

“Perché non andiamo alla gare, può darsi ci sia qualche amico”. La disperante speranza di un tavolone cui aggrapparsi emergeva da quel mare appiccicoso di nebbia. I lampioni fuochi fatui sospesi nella notte dei cimiteri. Il rumore dei passi sull’antico pavé risvegliava l’eco dei terrori giovanili «Partisaner kaputt». Un lungo scivolone “Stai attento, crapaud”.

“Non si vede un cazzo in questa nebbia”. La parola oscena si alza stanca mentre il dolore subitaneo della pelle sfregata contro la pietra allontana per un attimo la guardia. Una mano leggera e veloce indugia sui pantaloni. “Ma va’ all’inferno ta...” L’offesa stroncata da un colpo alla bocca dello stomaco. Un calcio improvviso fa scricchiolare le ossa della tibia. La nebbia si colora di giallo. “Non si può nemmeno scherzare”.

“Con me non devi scherzare, salaud!”. La disperazione trascina i suoi passi nella notte. “Allora andiamo alla stazione?”. Le luci sospese sulla massa gelatinosa non danno né calore né coraggio. Un altro colpo alla bocca dello stomaco lo piega in due come un sacco. “Credi di farmela, eh? Ma a me non la si fa, capito?, non la si fa, macaroni”.

Si aggrappa a quel braccio orrendo. L’unico modo per reagire. In oscena offerta il corpo da lasciar esplorare, la bocca aperta alla violenza della cicca disgustosa.”E va bene, come vuoi. Entends-tu? come vuoi”. Il corruccio degli dei. “Ma va’ a scier!”

I passi inconsapevoli portano i corpi lontano dalla volontà. Un fascio di luci gialle fuga la nebbia balorda, testimone complice della violenza. Rapido strusciare di pneumatici. Le frisu ha il passo stanco del soldato battuto. Ebbe la certezza di averlo battuto guardandolo sotto un fascio di luce dove gli occhi avevano accolto la nebbia della strada lasciata alle spalle. “Siamo alla gare”.

Una mano pesante si abbatte sulla sua spalla, ma ha un tocco simpatico, amichevole. “Non volevi andarci? Viens! Speri di trovare qualche amico, eh, crapaud”. Nega forte con la testa come sola e unica difesa. Entrare sotto la volta di quella stazione mostruosa significa ritrovare la salvezza. Come nel medio evo chi cercava rifugio tra le navate di una cattedrale.

Il piazzale illuminato è un terreno scoperto, vulnerabile, un campo minato asserragliato ai bordi dalle auto in attesa. Volti consueti, zingareschi, con le cicche che volano alte e si spiaccicano per terra. “Ma come sei emmerdant con la tua gare!” Dita forti gli stritolano il braccio. Vede la porta aprirsi come la salvezza, sotto la volta della cattedrale facce rassicuranti hanno ancora intatta la forza della ribellione. “Les italiens, merde! Andiamocene via, non voglio restare qui, non voglio”.

Le dita contratte sul suo braccio. Gli occhi di fuoco che frugano il cervello. “Tutti questi italiani, maqueraux”. Il coraggio della ribellione, per un attimo “Anch’io sono italiano. Le sais-tu? Lasciami andare e vai all’inferno”. Un treno striscia i piedi sul ferro delle rotaie. Una marea di uomini con valigie di fibra legate con corde viene sputata sul quai, eruttata con violenza. In balia della città sconosciuta. Occhi strafiguriti cercano un punto d’appiglio. E’ sempre pronto per tutti all’angolo un frisu con le sue cicche disgustose e le mani distratte.

“Merde, merde, merde”. Le mani tremanti hanno cavato fuori dal taschino del giubbetto la cicca puzzolente, una allumette trema nell’aria, la luce si annulla nella sguaiataggine luminosa del piazzale. Il fumo si stempera nell’aria. “Fuma mon petit, fuma”.

Un esercito di sconfitti, gli uomini con le valigie traversano il piazzale. Sono nel fulgore della luce, in piena apoteosi. Poco oltre verranno inghiottiti dalla nebbia.

Nessun Abruzzese dalla coccia dura in giro nemmeno a pagarlo a peso d’oro. La cicca violentemente strusciata contro le labbra serrate nel rifiuto. “E fuma, macaroni, fuma”. Il treno che poco prima ha vomitato un esercito di sbandati sta ancora ansando sotto le tettoie metalliche. Fasci di luce ne fanno un comodo bersaglio. “Fume, je le veux”. Il ponte, alto sulla ferrovia, nell’ombra; sotto il fiume di luci. Pur di non tornare a provare ancora l’atroce sapore delle budella nella bocca si stenderebbe lungo sul cemento del ponte; lascerebbe che le lumachevoli mani del frisu indugiassero sul suo corpo. Ancora l’unica possibilità di difesa stringere i denti. Offrire qualcos’altro.

Il pugno si abbatte a mazza sulla testa. Brillano più intensamente le luci del treno. “Laisse-moi, laisse-moi”. Un accenno di fuga interrotto da un piede svelto che si insinua fra le gambe. Le mani si scottano contro i ferri del parapetto. Dalla posizione orizzontale l’immagine agghiacciante della scarpa. “Nom de dieu, no!” Carezzevole la mano si posa sui pantaloni. La cicca si avvicina alle labbra. Senza scampo. La montagna di un corpo sul suo. Apre la bocca e aspira la prima boccata. La cicca rimane violentemente pressata contro i denti. La mano non carezza più, ma un ginocchio posa sfacciato sulla bocca dello stomaco. Aspira con voluttà.

Le luci dei finestrini del treno si muovono, vengono avanti fiancheggiate da fasci di luminescenze multicolori. Cerca disperatamente di strapparsi la violenza dallo stomaco. Deve fumare. Fuma, meccanicamente, rapidamente, tenta di annullare la cicca più sveltamente possibile. Il ginocchio lo preme sempre, con forza, gli occhi lo guardano incandescenti. “Il travaglio ti sembrerà meno duro domani, fuma mon frère”.

Vorrebbe parlare, interrompere l’ingozzata di aspirate. I finestrini del treno continuano a muoversi, avanzano verso di lui come nel sogno. Pensa a quel treno come a una salvezza. Sente già il sapore nauseabondo delle budella che gli sale alla gola. Il treno avanza verso il ponte. Aspira con voluttà, disordinatamente. La mano si stacca dalla bocca. Una bestemmia lacera l’aria. “Cochon, mi sono bruciato le dita”.

La montagna del corpo si allontana appena, insegue ingorda il fuoco della sigaretta caduta poco lontano. Il ginocchio non preme più la bocca dello stomaco. Riprende la posizione verticale anche se il ponte gira vorticosamente. Un pugno gli accarezza l’orecchio “Crapaud d’un crapaud, ho un dito bruciato per colpa tua”.

Si sente felice. Il treno si avvicina. Non pensa più ai pugni che lo accarezzano nelle varie parti del corpo. Solo il colpo vigliacco all’inguine lo fa gridare, e il grido si alza vittorioso nell’aria “Sei uno sporco finocchio”.

“Cosa vuoi dire macaroni, tiens et tiens et tiens”. Colpisce all’impazzata. Lui non accenna nemmeno la difesa. Tanto il treno è vicinissimo, quasi sotto il ponte. Quel treno fila verso l’Italia. Basta un nulla. Appena un accenno di fuga. Inciampa.

I colpi cadono a grappoli. Il treno sta arrivando. “Vuol dire tapette, ecco cosa vuol dire”. Si degaggia dai colpi, scavalca agile la stacccionata. Le luci del treno gli vengono incontro a grande velocità. Le frisu è ormai lontano. Non può più raggiungerlo. L’aria lo investe come una parete di roccia. Il treno fischia allarmato passando sotto al ponte mentre a volo d’angelo tenta disperatamente di raggiungerlo.


Nota

In questo racconto sono state impiegate parole o locuzioni francesi, a volte di carattere puramente dialettale o trasposte in italiano nel linguaggio degli emigranti italiani del Nord della Francia, Belgio, Lussemburgo. Delle maggiori ne diamo qui di seguito la traduzione:

Allumette: fiammifero; Canu: organo genitale femminile, volgarmente topa o qualcosa di simile; Cochon: maiale; Crapaud: rospo, ma anche nel senso di ragazzaccio; Degaggia = da dégager: si svincola, si libera, si scioglie. Entrapanore: Impresario; Femme: donna, ma qui nel senso di puttana; Frisu: riccetto o ricciuto, ma qui il soprannome ha una valenza ambigua; Macaroni: in senso offensivo nei confronti degli italiani; Manœuvre: Manovale, ma anche nel senso di persona semplice, poco accorta; Maqueraux: magnaccia, ma qui riferito come offesa generalizzata a tutti gli italiani; Salaud: maiale; Scier = la locuzione “va’ a scier” si traduce alla lettera: “Va’ a cacare!”;; Tapette: finocchio, recchione e simili; Travaglio: Lavoro.

autore
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