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Prefazione a
Bollettini dall'ultimo delirio

Teresio Zaninetti

Ragno fervido in attesa”: c'è, forse involontario ma probabilmente non casuale per certe analogie, un richiamo a Baudelaire; del maudit francese, tuttavia, nei versi di Nesti non compare che un frammento, quasi un ricordo, scaturito da chissà quale memoria racchiusa negli “antri squinternati della mente”. Ed è quello che trancia le viscere e che, “come un bosco in fiamme”, decapita a un tempo ragione e incoscienza senza fornire opportunità di rivalsa. Il legame col poeta francese ha, peraltro, motivazioni quasi obbligate, essendo Nesti un traduttore alquanto affinato di autori quali Rimbaud e Nerval. Il germe della ribellione/trasgressione sonnecchia dunque nelle vene, apparentemente quieto o comunque assorto nel proprio attendere ed attendersi: “il gatto” ‑ precisa Nesti – “può dormire anche profondo/ma scatta all'improvviso se gli pesti la coda”. Dunque un passato, un vissuto, stanno appisolati, ma non inermi: esiste “una scelta a volte obbligata”, quindi una doppia scelta in quanto non‑scelta ma piuttosto costrizione che, pur facendosi consapevolmente “condizione perenne di hobo della poesia”, non sembra annichilire definitivamente il proprio pulsare; “i passi sulla ghiaia grondante delusione” al contrario fanno sentire la capacità, la forte capacità si può dire, del giusto risentimento che potrebbe anche rivelarsi efferato; come una emorragia, nel suo possibile divampare: “l'arca piena di mostri genererà scintille”, dichiara infatti il poeta.

Eccoci dunque stabilizzati in una posizione di attesa “a volte obbligata”. In attesa di che? Che la propria personale sopportazione arrivi al culmine, o che qualcosa accada, nel frattempo, al di fuori del nostro circostanziato isolamento? E' solamente l'isolamento del poeta, questo, o è l'isolamento dell' uomo che lo guida o addirittura dell'umanità che lo sottende, che lo incita anzi, ad una presa di coscienza ancora più ampia?

E' fuori d'ogni dubbio, infatti, che nel poeta ‑ allorché se ne fa carico, consapevole o meno di ciò che tale funzione implichi nei rapporti dinamici e dialettici con l'alterità - coagulino spontaneamente i bisogni, i desideri, le speranze del mondo che egli viene a rappresentare. E, se non è il poeta stesso a ritrarsene, sgomento e spaventato di fronte alla portata di tale impegno, in lui le speranze dell'alterità divengono urgenza pressante, talora ossessiva, i cui nodi esistenziali non possono risolversi soltanto a livello personale. “Le scarpe rotte sul greto dei torrenti”, ad esempio, al di là dell'immediato riscontro soggettivo acquistano il senso preciso di quel paradosso oggettivo contro il quale qualsiasi apparenza di realtà s'inabissa: esse, più che rappresentare, sono lo stesso avere di chi le usa, alla stessa stregua di un corpo di cui, a causa della mercificazione capitalistica, l'individuo viene espropriato. L'oggettivizzazione del poeta non consente dunque scappatoie: né a se stesso, né a chi lo ascolta; la realtà sociale e politica, mediante questo verso, è quel che è: la prevaricazione del potere si stagna, chiara, netta, al di qua d' ogni fumisteria. E, come scrive Nesti, “mentre nella libertà del tuo corpo ti addormenti”, che è poi l'estremo e grottesco paradosso, apparentemente inestricabile, “la morte scivolante su zattere alla deriva/o la dissoluta certezza/non ha il colore stesso del napalm di una volta?” L'inquieta ed inquietante domanda, interagendo con la sensibilità a un tempo umana ed artistica del poeta e con il suo peculiare senso del tempo e dello spazio entro cui sono giocati ed agiti (ma non sempre) i ruoli e le divisioni sociali, divarica immediatamente ogni pur legittimo, ma non accettabile, tentativo di giustificazione. La catarsi del divenire personale è inesorabilmente avvinghiata al divenire della e/o delle società, che della supposta civiltà fanno scempio e rigenerano incultura, barbarie ed ignoranza.Tanto che il Nesti, ben lontano comunque da certi toni populistici o da assurde propagande, e di certo memore del significato insito nella frase del personaggio lampedusiano quando afferma "tutto deve cambiare, affinché nulla cambi", arriva ad esprimere: “Sconviene a questo punto l'indagine profonda/ma i morti sono sempre gli stessi/e mai le morti utili atto stesso modo/Lasciamo dunque sugli alberi tintinnare/le pazze palle a imbalsamare la pace”. Una dichiarazione che ha ben poco a che vedere con le troppo facili aggressività dei politicanti e degli imbonitori dell'attuale "pensiero debole".

Senza alcun dubbio, una dichiarazione "forte" dietro la quale non pochi potrebbero, se il tempo ‑ quello che “punge improvviso” ma che ormai da parecchi decenni costringe al silenzio e alla solitudine ‑ non fosse oggi così impietoso, sentirsi in diritto di allinearsi.

Della parte estetica va sottolineato, nel Nesti di questa raccolta, il limpido decorso dai toni variegati, che ora s'innervano su timbri risentiti, ora s'adagiano lenti e pacati in vigorosa e quasi sensuale dolcezza; straripante, nel lessico, la varietà modale, dietro cui s'evidenziano pause riflessive e critiche di derivazione classica. Una classicità che non guasta, se, come è ben rilevabile attraverso un'approfondita lettura dei testi, nulla toglie alle molteplici raffinatezze innovative dello stile, tutto sospinto da un bisogno di chiarezza e di tensione verso e per la conoscenza. Al punto che l'impeto si slancia anche contro la propria impotenza, come chiaramente esplicitano questi versi: “speranza più assassina della morte/ perché tanto anche se ora ammalia/il sole sprofonda nella tenebra/dell’erba presto gialla senza crescere”.

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