Servizi
Contatti

Eventi


Prefazione a
La protesta e il cuore

Dolfo Poggesi

Avventurarsi in una analisi della poetica di WalterNesti, tentare di cifrarne la rilevanza con strumenti critici raffinati è compito che, a mio parere, esula dai limiti di una presentazione.

Anzitutto basterà precisare che il rapporto tra poesia e cronaca è tutt’altro che accidentale, giacché Nesti non si sofferma volentieri su valori definitivamente acquisiti e decantati nella memoria, non trae motivo apprezzabile da quel passato remoto inesauribile fonte di recriminazioni o nostalgie. Queste pagine poetiche sono invece diretta emanazione della quotidianità ancora calda e perfino scottante. Messi da parte gli interessi accessori, il piccolo armamentario di comodo, l'oggettaglia personale su cui normalmente si soffermava la solitudine dei poeti, questi versi vanno subito al sodo.

Ed anche per quanto di esperienza diretta del mondo e della vita dell'autore posso aver acquisito attraverso una pluriennale amicizia, sono in grado di attestare che sussiste un solido e diretto rapporto tra la vita quotidiana, l'essere sociale Walter Nesti e la sua poesia.

Il messaggio, nella sua sostanza, è una rimeditazione della dura realtà dell' uomo di questi giorni: il rimpianto per il passato è poco più di un sottofondo musicale, non il motivo conduttore; la realtà è una presa di coscienza della condizione umana, nei suoi aspetti individuali e collettivi, la constatazione del fallimento del momento intellettuale isolato.

Non è possibile, come ho accennato, addivenire ad una adeguata comprensione di questi versi senza soffermarsi sull'uomo, l'autore, e dire sopratutto ciò che rappresenta nel contesto della letteratura di questi giorni, più o meno affermata che sia. Un uomo che vive in campagna ma lavora in città, quindi partecipa giorno per giorno di una contrapposta esperienza. Proprio da questa sua peculiarità di essere inserito quotidianamente in due realtà ambientali e sociologiche così profondamente diverse, nasce l'apparente dicotomia del suo messaggio.

Chi conosce il paese di Poggio alla Malva sa quanto quelle colline, quelle pinete che respirano il vento della campagna siano immerse nella cultura rinascimentale. Da quelle finestre si scorgono i pini e i lecci che si ritrovano nei quadri del rinascimento, i poggi di Carmignano, l'ansa dell'Arno che ancora stringe il masso della Gonfolina. Sul poggio l'antico borgo di Artimino si solleva fuori da tutto il presente, con la sua torre, le sue mura, la vecchia chiesa dugentesca, un mondo disteso di vigneti e di olivi, e tutto questo non può non essere presente, dalla parte di chi soffre, nella poesia di Nesti. In effetti, mentre all'ombra della villa medicea un tratto di mondo sembra rimasto fuori dal tempo ‑ colline ricoperte di pinete attorno alle antiche case coloniche fiorentine, così razionali eppur così inserite nel paesaggio ‑ nella pianura e nei centri residenziali, in continua espansione, infuriano i bulldozer. Ancora per poco però, perché ormai la pala meccanica, simbolo di questo tempo, è sospesa sui colli di Artimino.

“Sono cresciuti pali di cemento
per le vigne da uva”
“la fontana nel deserto dei pini
è diventata secca”

Dalle sue finestre Walter Nesti ha potuto vedere abbattere gli antichi oliveti, sorgere razionalmente allineati i pali di cemento, mutare faccia ed assetto le fattorie, sotto la spinta delle sovvenzioni governative. Vede alzarsi le impalcature tubolari sopra le case che furono di contadini e che ora, sotto le mentite spoglie di case di campagna, celano trattorie rustiche dove si accalcano le automobili e gracchiano le radioline. E lo scempio ecologico è uno dei momenti traumatizzanti di Nesti, la violenta manomissione dello habitat », l'abbattimento del luogo della propria storia.

« Ma dove crescono ancora i fiori gialli
come i cani gialli della mia infanzia? ».

Siamo ancora ad un livello arretrato di trent'anni rispetto ai nostri « maestri » americani, dove oggi è oramai incominciato un roll back, la gente rifluisce dalle città verso le campagne, non sotto l'aspetto della seconda residenza, ma per tagliare definitivamente le radici con la città e ripiantarle dove già avevano attecchito prima. I giovani americani, in numero sempre crescente, scelgono il mestiere di contadino, sia pure tecnologicamente provvisto. E questo è un sintomo che mi pare estremamente significativo. Giacché, nell'abbandono della vecchia divisa e della vecchia dimensione sta probabilmente lo choc dell'uomo moderno, l'effetto traumatizzante di questa trasformazione brutale, di questa corsa disperata verso i grandi magazzini.

Dunque, un uomo che soffre il male del secolo, stretto da un presente in cui i margini di sopravvivenza come individuo sono oltremodo ristretti per il continuo, irreversibile processo di alienazione, per la graduale disidentificazione dell'uomo, esposto alle esche e al ricatto del neocapitalismo illuminato: la carriera, gli elettrodomestici, i beni individuali sfornati a catena dalla civiltà dei consumi. Processo degenerativo di cui Nesti ha pienamente misura, che lo riempie di inquietudine e di cui scorge le negative conseguenze sociali:

« un crepitìo e urla ....cosa è stato? ».

Si può dunque osservare che il motivo di origine del momento poetico sta nella peculiarità esistenziale e nelle alternanze quotidiane di estasi rustica e divenire tecnologico: nato da queste modalità esistenziali così inconciliabili Nesti cerca di porle in rapporto dialettico e addivenire ad una sintesi.

Nasce così una poesia che è si, momento isolato, la cui veste esteriore, direi, è quella tradizionale, ma il cui materiale edificativo è costituito dai problemi di questi giorni, cui Nesti si sforza di trovare una soluzione. Tuttavia è consapevole dei limiti della propria matrice, consapevole di essersi mosso da un terreno tradizionale che mostra sempre più la propria inadeguatezza. Sa bene che una cultura individualista non può che prendere atto della propria impotenza:

“noi soli, da soli, non saremo un ostacolo”

e arriva per di più ad individuare la responsabilità di chi cerca una soluzione individuale, ancorché apparentemente fortunata:

« anche tu, col tuo sereno riposo
sappilo
tieni il pollice verso»

Giacchè non ci può essere vero successo o vero possesso in questo contesto:

“....anche amarci è difficile
stanno fra noi le ombre
di chi programma i nostri destini”

“....le torrette dei thanks
i cannoni puntati contro la tua sporca
sicurezza”

Così, su di un modulo apparentemente solitario, malinconico, reminescente, che sgomenta e inorridisce su tutto ciò che sta dirompendo; sopravvento di forze che appaiono disumane

« attendiamo inerti l'ultimo crollo fatale ».

In Nesti l'amarezza non coinvolge il ragionamento che presto ha partita vinta sullo sconforto. La contemplazione non è più motivo sufficiente a «cantare» ma stimola la ricerca di che cosa tutto ciò significhi e dove vada a parare, nella consapevolezza di un presente insufficiente e il rifiuto di accettarlo come dato irreversibile.

Irreversibile finché l'uomo non prenda coscienza dei propri errori, l'isolamento, la non partecipazione, la protesta fine a se stessa.

Poesia che, forse, potrebbe anche a volte definirsi crepuscolare, se non fosse per quel di più che si rifiuta all'ingiustizia ed al dolore non necessario. Come ho già osservato, 1a considerazione della sua e della nostra condizione non avviene in forma disimpegnata: Nesti avverte bene che quella che ha sott'occhio è la sua realtà ed anche quella degli altri: una realtà in divenire, su cui noi abbiamo pure qualcosa da dire. Perciò sta da una parte ben precisa. Se per un momento appare disperato, il momento susseguente riconferma la sua fondamentale fiducia nella lotta degli uomini:

« la forza sta nel sangue e nelle mani
volontà di volere di potere come una fame
divoratrice .... ».

E c'è, in queste pagine, una chiara individuazione delle forze giovani, le forze significanti ‑ le masse lavoratrici ‑ che sole potranno, insieme, opporsi ad un futuro incontrollato e certo tragico.

« Sappiamo aspettare e aspettare
siamo nati per questo e respingere
le mani che vorrebbero cacciarci
nell'abisso».

«Natura e lotta ci hanno resi indistruttibili/
siamo la nuova aristocrazia
alla conquista del mondo ».

Vorrei concludere, allora, che il respiro di contestazione, disteso, che insorge dalla quiete abbarbicata ‑ ancora per poco ‑ sui colli medicei e l'attualità della sua sintesi, fanno di Walter Nesti un poeta di borgata, direi di fattoria e di fabbrica, non certo di caffé o circolo elitario di città, un uomo ed un poeta di questi giorni, giacché al lume della propria esperienza quotidiana si è fatto consapevole di una esigenza di rinnovamento ed ha preso le distanze da un mondo destinato a cadere, come quello di Artimino, sotto l'incalzare delle ruspe.

Lastra a Signa, febbraio 1976

autore
Literary © 1997-2019 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Gerenza