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Le pauvre Christ de Bomba
di Mongo Beti, Presence Africaine, Paris 1976

Traduzione dal francese di Walter Nesti

La figlia venduta (da p. 84 a p.88)
Ekokot

Sabato, 8 febbraio

Questa è una delle due tappe più importanti. Ekokot è un villaggio grande e popoloso, ma la canonica si trova un po’ fuori, come se avesse voluto fuggire il clamore del centro. Non lontano da qui passa una piccola camionabile con un discreto traffico, si dice. Autoarticolati trasportano tronchi d’albero. Ne ho già visti due dal nostro arrivo; non avevo più visto un’auto da una settimana.

Ci troviamo a più di trenta chilometri dalla missione di Bomba. Sono tanti trenta chilometri da qui a casa.

Stanno parlando di costruire a Ekokot una vera missione come a Bomba. Pare che per quest’incarico sia stato scelto un prete nero; quel prete nero lo aspettano ancora. Lo compiango sin d’ora. In un posto come questo, con gente come i Tala, la missione non sarà certo una sinecura. Come lo compiango quel prete nero. Senza esperienza del luogo, come ha invece il Reverendo Padre Superiore, come se la caverà? Mi pare di aver sentito dire che quel prete sia Jean Bita: lui forse potrebbe anche farcela. Forse è l’unica persona che potrebbe riuscire qui, fatta eccezione per il R.P.S. E’ un tipo dinamico, e si dice che abbia molto ascendente sulle persone, sia cristiani che pagani. Ha anche fama di mistico, e c’è chi dice che faccia miracoli. Io non ho mai sentito il R.P.S. fare allusione a questi miracoli, mentre invece i cristiani neri, quando si trovano riuniti, parlano spesso dei miracoli dell’abate Jean Bita.

Per un certo periodo l’abate Jean Bita fu vicario alla missione di N., alle dipendenze di un superiore bianco. Si dice che per merito suo ci furono molte conversioni, e il paese che stava deteriorandosi divenne migliore. Fu soprattutto in quella missione che l’abate si fece un nome. Due sono i miracoli che principalmente vengono ricordati.

Un giorno, mentre strapazzava un ragazzo a causa della sua totale ignoranza del concetto di castità e questi gli rispondeva con insolenza, lui gli disse:

“Come punizione stanotte dormirai nella foresta”.

Per tutta risposta il ragazzo si fece beffe dell’abate Jean Bita, ma tornando al villaggio si perse nella foresta e poté tornare a casa solo il giorno dopo.

Un’altra volta, mentre l’abate Jean Bita era in viaggio, nel traversare un fiume vide due donne che facevano il bagno nude, ignorando le raccomandazioni che lui e gli altri preti avevano sempre impartito. Disse alla donne:

“Sapete quante volte, io o miei confratelli vi abbiamo raccomandato di non fare il bagno nude nei fiumi prossimi a strade frequentate, ma è come predicare al vento. Da codesto orecchio non ci sentite. Ecco ora vi do la punizione che vi meritate. Che siate cristiane o pagane resterete in piedi in questo fiume per due giorni, nella stessa posizione in cui vi trovate ora; in piedi e nude...”

Dapprima le donne credettero a uno scherzo. Ma dopo, per quanti sforzi facessero, non furono in grado di uscire dal fiume, dove restarono in piedi e nude per due giorni.

Ed ecco che proprio l’abate Bita dovrebbe fondare la missione di Ekekot. Certo per il momento sono soltanto chiacchere. Del resto l’arrivo di Jean Bita a Ekekot significherebbe che il R.P.S. ha rinunciato almeno a una importante frazione della regione dei Tala. E io vorrei tanto che non vi rinunci, malgrado tutto quello che è successo e la diabolica ingratitudine di questa gente, la loro empietà e le loro nere colpe.

Comincio a temere che però vi rinunci. Da un po’ di tempo si comporta in modo strano. Per esempio come iersera a Evindi, alla festa di quel capo. Si è lasciato trascinare a discutere con degli imbecilli. E dire che non ha più fatto cenno di quella storia, quando gli basterebbe dire una parolina all’amministratore suo amico che viene spesso a trovarlo, per far destituire quel capo cattivo. Si, comincio a temere che il R.P.S. abbia proprio l’intenzione di lasciare.

Accidenti, mi piove sul letto? Si, piove proprio sul letto. Comunque non c’è da prendersela, le capanne della canonica qui a Ekekot sono mal tenute, come in tutta la regione dei Tala del resto. Dio mio, come piove! Aveva già piovuto a Evindi, prima della partenza.

Evindi! Non dimenticherò mai quella tappa. Stamani, all’assemblea, ho avuto modo di constatare un volta di più quanto l’errore sia radicato in questa regione.

Una donna era accusata di non essersi rifiutata alla richiesta di cinquemila franchi fatta dal marito al futuro sposo di sua figlia. Cinquemila franchi, è orrendo!

“Come hai potuto permettere che tua figlia venisse acquistata a un prezzo così alto? “ le ha chiesto il R.P.S. “Cinquemila franchi, non ti vergogni? Una cristiana che vende sua figlia per cinquemila franchi!”

“Padre”, ha risposto la donna, “sai come succede. Dovresti sapere come succede. Lo sai che i figli ci appartengono soltanto durante la gravidanza, prima del parto. Dopo noi donne non c’entriamo più; non abbiamo più nulla da dire. Eppure lo sai Padre. Che potevo fare? Quel giovanotto è venuto, ha detto che voleva sposare mia figlia, almeno così penso perché la discussione è avvenuta nella capanna degli uomini. Discutevano di affari seri nella loro capanna dove non c’è fumo e le mura sono bianche. Hanno discusso a lungo nella capanna degli uomini. Si sono messi d’accordo sulla somma. Si sono finalmente trovati d’accordo per la somma di cinquemila franchi. Io e mia figlia eravamo all’oscuro di tutto. Soltanto dopo che si erano messi d’accordo hanno chiamato mia figlia. Abbiamo sentito mio marito chiamare: “Kaba”. Sentendosi chiamare, mia figlia si è precipitata. E’ uscita dalla nostra capanna, la capanna delle donne; correva. E’ entrata affannata nella capanna degli uomini. Indicando il giovane, suo padre le ha detto: “Vedi quest’uomo? Sarà tuo marito, vero?”.

“Certamente papà”, ha risposto mia figlia. Quando è tornata piangeva da far schiantare il cuore. Tutto questo dovresti saperlo ormai da tanto che stai con noi. Cosa potevo fare io? Certo, se fosse stato per me, avrei dato mia figlia senza pretendere in cambio del denaro, così come tu ci hai sempre insegnato. O tutt’al più avrei chiesto qualche pentola: i nostri vecchi hanno sempre fatto così, e se lo hanno fatto Padre ci dovrà pur essere una ragione. Ma, lo ripeto, io non potevo farci niente”.

Il R.P.S., seduto davanti al tavolo, si accarezzava la barba guardando la donna. Poi ha avuto una smorfia e ha detto:

“Avresti dovuto parlarne con tuo marito, minacciarlo di denunciarlo all’amministratore. L’amministratore proibisce ai genitori di chiedere cinquemila franchi per le proprie figlie, non lo sapevi? Potevi minacciare la denuncia. Cinquecento franchi toh, è quello che poteva chiedere tuo marito a suo genero, cinquecento franchi al massimo. Lo ha stabilito l’amministratore: è una legge. Non lo sapevi?”

“Oh, Padre, mi picchia così spesso! A maggior ragione mi picchierebbe se lo minacciassi di mandarlo in prigione, anzi penso che mi ripudierebbe. E poi a lui non piace essere contraddetto. Se viene a sapere quello che hai detto di lui, la prossima volta che passerai di qui mi proibirà di venire”.

Il R.P.S. ha chiesto a Mathieu, che stava al suo fianco:

“E’ vero che suo marito la batte?”

“Si”, ha risposto Mathieu, “molto spesso”.

Dall’assemblea, composta in gran parte di donne, si è levato un mormorio di approvazione: era vero che suo marito la picchiava spesso. Il R.P.S. ha riammesso la donna alla pratica dei sacramenti. Prima di sedersi la donna ha dichiarato:

“Ti ringrazio, Padre. Non puoi sapere quanto ti sono grata. Se tu potessi leggere nel mio cuore vedresti la mia grande riconoscenza. Sono una buona cristiana, Padre: credo in Dio e ho sempre pagato l’obolo per il culto, posso mostrare le ricevute”.

“Non ne vale la pena, siedi” ha imposto Mathieu.

C’era un sospetto di nervosismo nella voce del giovane catechista ad interim.

Poi è venuta un’altra donna: le lacrime le colavano sulle guance e tremava da far pietà. Mathieu ha spiegato il suo caso parlando all’orecchio del R.P.S.

L’incontro di un giovane chierico con la donna (da p. 113 a p. 121)
Ndimi

Lunedì, 10 febbraio

Iersera non avevo ancora sospetti. Stavo disteso sul letto preoccupato per il R.P.S. che aveva trentanove di febbre, in seguito a quell’incidente nel fiume. Pensavo con sgomento a tutta l’acqua che aveva rigettato sul greto del fiume. Non avevo sospetti, non potevo sapere. E lei ha bussato alla porta. Prima che avessi avuto il tempo di alzarmi la porta si è aperta perché non l’avevo chiusa dall’interno col chiavistello. Certo, avrei dovuto diffidare. E’ entrata in camera. Non ho avuto neppure il tempo di dire una parola che ha acceso un fiammifero e mi ha detto:

“Non dormi? Ti ho acciuffato maialino a sognare le donne!”

Non ho risposto: ero sbalordito. Al vago chiarore del fiammifero ho intravisto la sua sottoveste bianca, il collo nudo, i seni rotondi sotto la stoffa, all’inizio dei lacci. Senza perder tempo si è seduta sul mio letto. Il fiammifero si era spento e la camera era ripiombata nel buio. Stavo sollevato a metà, appoggiato al gomito sinistro. Il fondo della sua schiena, quasi nuda, appoggiava nell’incavo fra le mie gambe e il basso ventre. Poi, leggermente, si è serrata contro le mie cosce, muovendo le reni. Io restavo fermo, poggiato al gomito sinistro, senza dir nulla, stupefatto. Non mi ero mai trovato così vicino a una donna. Cominciavo ad aver paura. Il cuore mi batteva forte e a ogni battito il sangue mi saliva alla testa come un fiume in piena che mi travolgeva. Un diabolico tam-tam rullava nelle mie orecchie, sirene suonavano nella mia testa, e avrei giurato che anche un areo vi ronzasse dentro. Quella donna aveva portato nella mia testa tutto quello sconquasso infernale. Perché, mio Dio, non me ne sono reso conto in tempo? Oh, quella donna. Avrei dovuto diffidare. Avrei fatto molto meglio a scappare fuori. Mi sto ancora chiedendo perché non l’ho fatto.

E ancora il fondo della sua schiena nuda nell’incavo fra le mie gambe e il basso ventre; il fondo della sua schiena che, ogni volta, spingeva in avanti muovendo le reni. A un certo punto sono indietreggiato verso il muro per scostarmi, ma anche lei si è spinta in avanti incuneando nuovamente il fondo nudo della sua schiena fra le mie gambe ed è stato allora che ho provato una sensazione accentuata del suo contatto. Ha detto:

“Non so che mi piglia. Non riuscivo a prendere sonno. Neanche tu, vero?”

Non ho risposto e lei ha riso sommessamente. L’ho sentita ridere a piccoli scatti. Ha detto ancora:

“Figliol d’un prete, non ti vergogni? Un bel ragazzo come te giocare a fare il prete, che idea!”

Non ho risposto. Rimanevo appoggiato al gomito sinistro, sollevato sul letto a metà. Lei si è spinta ancora contro di me muovendo le reni.

Non ne potevo più di tutto quel chiasso nella mia testa: le campane che suonavano a distesa come se fosse il giorno della consacrazione di una nuova chiesa; il motore dell’aereo che ronzava per la partenza di non so chi; le sirene che suonavano tutte insieme per non so quale festa e poi quel tam-tam infernale. Ora vi si aggiungevano anche i silofoni. E quella macchina che faceva tremare il mio torace, come se mi trovassi su un treno o sul predellino di un camion che viaggiava su una strada sconquassata dalla pioggia.

Avevo la gola secca. Lei ha continuato:

“Ma non parli mai? Hai un brutto carattere”.

Mi sono passato la lingua sulle labbra per tre volte prima di riuscire a dire:

“Questa è la mia camera, non è la camera di Zaccaria. Sono venuto qui perché c’era troppo umido nell’altra capanna, ma è la mia camera questa”.

Mi sono accorto che la mia voce aveva degli accenti spezzati, come quella del nuovo vicario quando canta la messa.

Ha riso e ha detto:

“Credi che ti voglia mangiare?”

Mi voltava la schiena.

Ho sentito il sudore scorrermi per tutto il corpo: sulle tempie, fra i capelli, sulle braccia, sul ventre, sulla schiena. Tremavo dal freddo. No, non dal freddo, sono certo che avevo caldo poiché sudavo. Accidenti. Non riesco più a sapere se avevo caldo o freddo. Sudavo abbondantemente e nello stesso tempo tremavo come se fossi rimasto tutta la notte sotto la pioggia. E mi pareva di avere un macigno sul petto.

Il sesso mi doleva, poiché voleva drizzarsi, come all’alba nel momento in cui cantano le pernici. Ma non riusciva a trovare spazio per drizzarsi. Quella donna, Catherine, aveva spinto il fondo della sua schiena nell’incavo delle mie gambe e spingeva da vicino.

Mi era venuta voglia di orinare. Ora ero sicuro che se il mio sesso, che voleva drizzarsi, continuava a rimanere schiacciato contro il fondo schiena nudo di quella donna, avrei finito per orinare nel letto. Eppure prima di coricarmi avevo orinato.

La donna ha acceso un fiammifero e mi ha guardato. Mi ha chiesto:

“Perché hai paura?”

Ho avuto vergogna.

“Chi ti dice che ho paura?”, ho risposto nervoso.

“Chi me lo dice? Ma via, si vede lontano un miglio che crepi dalla paura”.

“Ti prego, torna in camera tua. Per l’amor di Dio vattene da qui”.

Ha riso, poi ha detto:

“Non parlare a voce alta, stupidone. Il tuo Padre potrebbe sentirti. Che succederebbe se ti trovasse con una donna, eh?”

Mi sono chetato. Poco dopo ho detto:

“Zaccaria potrebbe tornare. Cosa ne penserebbe lui? Vattene”.

“Ma via, stupidotto. Zaccaria non tornerà, passerà la notte laggiù. E anche se tornasse gli direi che ce ne stavamo tutti e due a parlare. Vedi, non ho ragione quando dico che hai paura? Non ti vergogni?”

Non ne potevo più e mi sono disteso.

Mi sono disteso supino e lei si è distesa vicino a me. Mi voltava la schiena. Poi, all’improvviso, si è girata dalla mia parte e io non mi sono mosso. La voglia di orinare che mi aveva lasciato per un momento è tornata. Il sesso è tornato di nuovo a drizzarsi sotto alle lenzuola, ma questa volta non mi sentivo troppo a disagio. Quelle scosse che mi sballottavano come un camion su una strada sconquassata dalla pioggia. Per un attimo mi è parso che la voglia d’orinare fosse diminuita e le ho detto:

“Ma in fondo cosa ci fai qui? Cosa vuoi?”

In fondo non volevo che se ne andasse, ero soltanto curioso. Preferivo perfino i suoi gesti misteriosi, inquietanti, a tutto quello che avrebbe potuto dirmi. Ma nello stesso tempo mi pareva giusto strapazzarla un po’, parlarle dall’alto in basso.

Poi sono scoppiato in lacrime senza sapere perché. Ho pianto a piccoli singhiozzi soffocati. Dio mio, Tu sei testimone che ho pianto, che non volevo fare quello che ho fatto. La colpa è sua, Tu lo sai bene, io non c’entro per nulla. Lei è entrata nella mia camera nel momento in cui ero preoccupato per il R.P.S.: non è vero che pensavo alle donne. Dio mio, la colpa è sua, Tu sei testimone.

Piangevo, e lei mi ha passato il braccio sotto alla testa e ha detto:

“Andiamo, su, non piangere, ragazzo. Un bel ragazzo come te non deve piangere”.

Mi accarezzava le guance. Ha continuato:

“Io sono la tua cara amica, lo sai no?”

“Sto per gridare” ho fatto.

L’ho intesa ridere sommessamente. Ha detto che se gridavo non sarebbe stato bello né per lei né per me. Mi sono chetato e ho smesso di piangere. Volevo farle delle domande: da quanto tempo stava con Zaccaria, da dove veniva, perché mi pareva di averla già vista da qualche parte. Ma non so per quale sorta di riluttanza non riuscivo a chiederle nulla.

Mi sono asciugato gli occhi col dorso della mano destra. La mia mano si è incontrata con la sua sulla mia guancia. Le nostre mani si sono intrecciate. Mi ha detto:

“Non piangi più, vero?”

Non ho risposto.

Ha detto che facevo bene a non piangere. Perché un bel ragazzo come me non deve piangere. Dove avevo gli occhi, io? Si era mai visto un bel ragazzo piangere? Non mi piaceva che mi parlasse in quel modo, ma non glie l’ho detto.

Non mi sono accorto che la sua mano era scivolata sotto al lenzuolo. Ho trasalito al contatto della sua pelle. Mi chiedevo dove volesse arrivare, ma non avevo alcun sospetto perché sin’allora non mi era mai accaduto nulla di simile. Se soltanto avessi saputo quello che sarebbe successo, certamente mi sarei messo in guardia. Ma ignoravo tutto ed è stato quello che mi ha perduto....

Che buon profumo veniva da Catherine! Sentivo il suo profumo e il suo seno duro contro il mio braccio sinistro. A un certo punto ho pensato di voltarmi verso il muro, ma non sapevo dove volesse arrivare e non l’ho fatto. E la sua mano scivolava e si insinuava contro il mio fianco, ed era fredda la sua mano, fredda come un serpente. Ne trasalivo spesso ed ella rideva. Ho quasi cessato di respirare e nella mia testa non vi era più confusione. Soltanto, m’era tornata una gran voglia di orinare.

Mi ha fatto il solletico: ho riso, mio malgrado. Ho riso quando mi ha solleticato e allora lei mi ha detto di non ridere troppo forte perché avrebbero potuto sentirci. In fondo, credo che fosse contenta perché avevo riso, perché fino a quel punto gli avevo sempre detto di andarsene.

Ha continuato a solleticarmi e io mi rivoltavo in tutti i sensi per non ridere. Ma lei non smetteva di farmi il solletico e io le ho detto:

“Ti prego Catherine, smettila”.

Ha smesso immediatamente. Si è sollevata leggermente, ha acceso un fiammifero e si è chinata su di me che ero disteso sulla schiena. Il suo volto aveva una strana espressione. Tutto ciò che avevo ammirato nel suo volto era lì, a pochi millimetri da me. I suoi denti, che metteva in mostra quando rideva, le sue gote che il sorriso piegava in minutissime rughe, la fronte stretta che faceva pensare a un rettangolo, gli occhi spalancati. E il suo profumo!

Ha detto:

“Come sai che mi chiamo Catherine?”

“Beh, ho sentito Zaccaria” ho detto.

Ha avuto un sorriso soffocato e ha risposto:

“Non avrei mai pensato che tu stessi ad ascoltare. Hai l’aria sempre così spaesata”. Mi ha dato un colpetto sulla guancia. Il fiammifero si è spento.

“Indovina come mi chiamo io”, le ho chiesto.

“Oh, lo so. Denis”.

Siccome le nostre mani si erano sciolte, le ho afferrato nuovamente la mano e glie l’ho stretta fra la mia. Accidenti, questa volta la colpa è stata mia. L’ho fatto così, senza pensare a male. Dio mio, Tu mi sei testimone che l’ho fatto senza pensare a male. Non riesco nemmeno a capire perché l’abbia fatto.

Mi torceva dolcemente le dita. Si è di nuovo stesa nel letto. Ha detto:

“Voltati verso di me e mettiti sul fianco”.

Ma non le ho obbedito e lei mi ha detto:

“Non aver paura, stupidone. Non ti farò del male, non ti farò neppure il solletico. Vedrai, sarà molto divertente”.

Mi sono voltato e non avevo la minima idea di quello che volesse fare. Accidenti, se solo avessi saputo quello che voleva fare, Dio mio Tu mi sei testimone, non mi sarei voltato. Giuro che se avessi saputo quello che voleva farmi non mi sarei voltato.

Ma mi sono voltato. Ho sentito la mano di Catherine, leggera, scivolare fredda come un serpente verso il basso ventre, poi sulla coscia, poi sulla gamba fino alla pianta del piede. Poi è passata all’altra gamba, è risalita dolcemente verso la coscia, poi...ma non è tornata al basso ventre. L’ho sentita insinuarsi fra le mie cosce e mi ha afferrato il sesso. Ho trasalito, Catherine mi ha detto:

“Non fare lo stupido. Rimani tranquillo”.

Non mi sono mosso. Non sapevo più in che mondo ero. L’ho lasciata fare. Ora il mio sesso si era di nuovo drizzato, Catherine lo tirava e ciò mi faceva male. Mi serrava contro il suo petto e io facevo fatica a respirare. Avvertivo i suoi seni duri contro il mio torace e la mia bocca era schiacciata contro la sua guancia. Respiravamo molto forte, entrambi. Non ne potevo più e lei continuava a tirarmi il sesso che si era gonfiato smisuratamente, me ne rendevo conto, era diventato duro come un pezzo di legno. Ora la mia testa era sgombra, ma la voglia d’orinare era tornata, m’inondava, era lancinante, atroce.

Ho detto a Catherine:

“Lasciami. Lasciami ti dico, ho voglio di pisciare”.

Lei mi ha stretto fra le braccia. Pensavo mi facesse passare sopra al suo corpo, ma si è voltata e si è distesa sulla schiena, mi ha stretto al petto, ha allargato le gambe e ha afferrato nuovamente il mio sesso.

All’improvviso mi è parso di non aver più sesso. E Catherine si muoveva nel letto, da sinistra a destra, da destra a sinistra, ininterrottamente. Mi trovavo conficcato in un pantano e al medesimo istante un’onda di calore invadeva il mio basso ventre. Catherine mi teneva il deretano a piene mani e si agitava ininterrottamente nel letto. Mi mordeva la gota e i suoi seni duri opprimevano il mio torace. E sempre quella voglia di orinare. Ora non riuscivo più a trattenermi. L’ho detto a Catherine.

“Piscia allora. Cosa aspetti a pisciare”.

In quel momento mi sono reso conto che il sesso non era stato tagliato, ma che si era conficcato nel pantano, come a volte nel pantano si infila un piede, mentre tutto il resto del corpo resta fuori. Ma quello era un pantano curioso, che a volte si faceva duro, a volte molle. Intanto la voglia di orinare a volte mi prendeva con incredibile violenza, a volte se ne andava.

“Dio mio, ma piscia, piscia”, mi faceva Catherine, “che cosa aspetti?”

“Tra poco, tra poco”, rispondevo. E mi vergognavo tremendamente. A un certo punto le ho perfino detto:

“Forse farei meglio ad andar fuori a pisciare, non mi va di pisciare nel letto”.

“Stupido che non sei altro”.

Allora la voglia di orinare se ne è andata rapidamente come a un bambino a cui si è fatto paura. Catherine mi ha preso il deretano a piene mani e si è messa ad agitarsi con le reni. Io cominciavo ad essere stanco. Lei mi ha detto:

“Muoviti, muoviti così...”.

E io mi sono mosso. Ora facevo tutto quello che mi chiedeva, tanto ero stanco. In ogni caso mi sono agitato per un certo numero di volte.

Lentamente un serpentello, un piccolo serpentello si è mosso dalla mia colonna vertebrale dove se ne stava acquattato, ha srotolato senza fretta i suoi anelli entro il mio bacino, si è fatto avanti con dolcezza ed è entrato furtivamente, timidamente nel mio basso ventre. Ora non avevo più voglia di orinare, ma di morire. Stavo per morire! Era una sensazione orribile. Volevo gridare; credo anche che abbia gridato un poco, perché ho sentito la mano di Catherine pressarmi la bocca.

Catherine si agitava convulsamente. Io mi sono contratto in uno spasimo d’ultima agonia.

Non posso dire ciò che è successo. Credo di essermi addormentato, ma non ne sono sicuro. E può anche darsi che sia veramente morto e che poi mi sia risvegliato per miracolo. Prima di morire la mamma mi parlava spesso di gente che moriva e che poi si risvegliava pochi minuti dopo. Diceva che non potevano restare morti per lungo tempo, perché allora non si sarebbero risvegliati più. Forse è quanto mi è accaduto. Sono morto e mi sono risvegliato pochi istanti dopo. Per miracolo.


da: “Le Pauvre Christ de Bomba” di Mongo Beti, Presence Africaine, Paris 1976) - Traduzione dal francese di Walter Nesti

La presenza di Cristo nell’Africa Nera, l’ambiguità dell’azione missionaria (siamo negli anni ’30), il problema dell’universalità del messaggio cristiano sono i temi che Mongo Beti affronta in questo romanzo dove la potenza visiva e la creazione di personaggi inimitabili (per es. Il Padre Drumont), sono pari all’espressività realistica non disgiunta da una certa passione critica. Il povero Cristo di Bomba, ovvero la passione senza redenzione d’un testimone di un Dio che non era nero.

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