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Il percorso poetico di Fernanda Nicolis

Giuseppe Corrà

Forse c’è un solo vero, efficace modo per accostarsi alla poesia: lasciarsi umilmente condurre per mano dal suo autore, seguendone le indicazioni e permettendo ai suoi versi, alle sue immagini di risuonare nel nostro intimo per ricreare in noi le emozioni da lui evocate dal silenzio, dalla realtà più vera perché più autentica anche se meno appariscente della vita, fino a poterle rivivere, ri-impastare con la nostra sensibilità, la nostra capacità creativa magistralmente sollecitata dal poeta stesso che ha parole anche per chi è muto, per chi non le trova.

Se questo è vero, Fernanda Nicolis rende agevole il nostro cammino ponendo, proprio all’inizio della sua prima raccolta di versi, Le voci nascoste, editata nel 2001 e mai smentendola nei libri successivi, Incontri nel silenzio del 2004, La casa di vetro del 2006 e I luoghi dell’anima ancora del 2006, la chiave necessaria per penetrare in lei, nella propria poesia, sempre volta al recupero di quei valori essenziali che la nostra epoca tecnologica rischia di smarrire in mezzo a tanto baccano e tanta reclame urlata da ombre suadenti ed ammaglianti come le Sirene d’Ulisse che attraggono sugli scogli e nelle secche.

“Scrivo per mettere ordine nel mio cuore, nella mia vita – riporto così i concetti espressi nei suoi versi –, per rasserenare le mie tempeste trasformandole in ali bianche di gabbiano a fianco della mia vela che solca questa mia esistenza. Scrivo per raccogliere le emozioni che il mio cuore non può contenere, per conservarle per gioco come piccole conchiglie disperse”.

Resta solo da scoprire che senso abbia ancora “il gioco” nella vita di un adulto, da interrogarsi se “le conchiglie” possano avere un altro valore aldilà di quello puramente affettivo e se, anche limitandosi solo ad esso, questa sia davvero una ricchezza da poco.

Sono ormai vent’anni che Fernanda (la confidenza è d’obbligo verso chi ha riversato sui fogli prima nudi il proprio cuore, il proprio intimo più recondito) scrive versi. All’inizio raccolti come appunti personali, poi divenuti autentica dimensione della sua vita, del suo rapporto con gli altri, capaci di accompagnarla quotidianamente e di dare all’esistenza ulteriore significato. Scrive lei stessa nell’avviso Al lettore posto ancora all’inizio di Le voci nascoste: “Per me la poesia è la nicchia che mi riservo per dare voce e colore a tutto quello che mi si raccoglie dentro. E non potrei fare altrimenti, perché scrivere per me è la porta attraverso cui posso fuggire l’estraneità del mondo”.

Poesie le sue a cui mancano sempre e volutamente i titoli. Un valore “per non limitare la individuale ricettività del lettore”, come scrive Franca Barbuggiani nella prefazione a La casa di vetro o un limite che non permette il riconoscimento sicuro del tema a cui le parole (sempre scelte con cura estrema dall’autrice perché anche per lei la parola è e-vocazione, è fonte creativa) cercano di dare carne, sangue e spirito?

Personalmente, quando rivivo la grande poesia, ho bisogno di rifarmi a dei titoli: mi danno sicurezza, certezza. Ma sono anche pronto ad accettare di sentirmi dire che questo è un mio limite, un mio inconscio desiderio di “possedere” la poesia che, per propria natura, è libera come l’aria pura, non appartiene a nessuno perchè è di tutti coloro che la sanno amare.

Poesie sempre brevi. E questo dona ad esse agilità, immediatezza d’immagini. Ottime caratteristiche che evitano il pericolo di una poesia predicatoria pregna di inutile retorica come, talvolta avviene anche nei grandi: Leopardi, Carducci, D’Annunzio… per citare i primi nomi che mi vengono spontanei alla mente. Caratteristiche positive la brevità e l’agilità solo se noi lettori, noi fruitori della poesia altrui siamo pronti a cogliere quanto quel lampo illumina e svela con la propria luce accecante e rapida. Altrimenti la brevità e l’agilità rischiano di trasformarsi in un fastidioso limite.

Poesie a cui l’uso di una punteggiatura, secondo il mio personale modo di vedere, spesso inappropriata, crea nelle due prime raccolte difficoltà inutili alla comprensione, al godimento. Forse è più opportuno ometterla quasi del tutto come difatti avviene ne La casa di vetro. Anche qui, però, mi pare importante ricordare il monito latino: “De gustibus non est desputandum”, se si tratta solo di “gusto” personale.

Ma allora, il critico che ci sta a fare? A godere come un pigro parassita del lavoro altrui che bistratta perché spesso si coglie incapace di compierlo personalmente (“… nondum matura est, nolo acerbam sumere”, sentenziava a proposito dell’uva che non riusciva a cogliere la volpe della celeberrima favola di Fedro), a complicare inutilmente con la propria pedanteria saccente l’inarrivabile dolcezza e sublimità della poesia? O, solo se onesto, a permettere di gustare ancor più in profondità un’opera d’arte?

Per me, è meglio non rispondere a questi interrogativi per non avviare polemiche fastidiose e, qui, fuorvianti. Meglio, invece, ricercare se nella poesia di Fernanda ci siano delle tematiche, dei filoni costanti che l’autrice visita con acuta e rara capacità di analisi a cui la propria femminilità aggiunge ancora più valore. Dei filoni, della tematiche espressi in una forma che appare attenta alla grande lezione ungarettiana dove sovente occorre rinunciare a voler spiegare fino in fondo ogni singola immagine per limitarsi (ma è davvero un limite?) a cogliere la poesia nella sua complessità e nella sua più autentica essenzialità suggerita, disvelata da scarne, ermetiche parole, ma scelte, levigate con cura minuziosa, quasi maniacale. Una passione che lo stesso Ungaretti deve aver appreso alla scuola dei grandi del passato, primo fra tutti, Leopardi.

Nell’intera opera poetica di Fernanda, anche aiutati dalle titolazioni con cui ha voluto scandire personalmente le proprie raccolte, si possono rinvenire versi che indagano l’anima, i sentimenti, la natura e tematiche sociali. Interessi solo apparentemente divergenti e contrastanti perché si ricompongono in un unicum grazie ad un comune denominatore: la poesia è sempre essenzialmente testimonianza del proprio mondo, di tutto il proprio mondo, che assume voce universale quanto più “l’io” è capace di divenire “noi”. Quando, come dice Umberto Saba nella sua famosa poesia La capra:

ha una voce e non varia
….
Saba trova il punto di passaggio dall’io al noi solo nel dolore. Ma, personalmente credo, che la poesia autentica, come quella di Fernanda, sia una voce solista, personalissima che riesce a divenire voce corale anche quando canta la gioia, la meraviglia e tutti gli aspetti della vita, positivi o negativi che siano. Con buona pace di Saba, non è solo quella del dolore l’unica voce universale. Scrive Fernanda:
C’è una quieta rassegnazione
nelle cose – una solenne dignità
come di falco che misuri
le frontiere del suo volo

così – nella certezza della povertà
con pudore vivo – e della vita parlo
ma solo con voce sommessa
come di chi entra in una cattedrale.

Per lei, anche quando il dolore sembra avere il sopravvento su tutto, può spuntare l’arcobaleno a cui è possibile aggrappare sogni e speranze da raccontare sommessamente, proprio come di chi entra in una cattedrale (la vita, il mondo…?). Basta saperci credere nel proprio sogno:
Quindici febbraio
Duemila tre
Volevamo
riscrivere il mondo
e abbiamo scelto
sette colori –
gli stessi per tutti

Li abbiamo stesi
uno dopo l’altro
a fasciare il mondo
intero.
Indistruttibile
arcobaleno
è la nostra speranza.

Così – almeno per un giorno –
abbiamo creduto nell’uomo.
La “speranza”, nonostante tutto, è la vera voce attraverso la quale il canto solista diventa canto corale, diventa voce universale, diventa autentica poesia:
Fra pareti di vetro
vivo giorni d’autunno
ma non mi fermo a contarli
Scrivo le pallide poesie del ricordo
Curo i pochi fiori che restano
Sui fogli le parole sono solchi
di solitudine assorta
ma anche in solitudine di terra
dormono come in una culla
piccole rose fuori stagione
L’elenco dei riconoscimenti ottenuti, che si può leggere pressoché aggiornato nelle pagine finali della terza raccolta, è certamente una conferma di quanto la voce personale di Fernanda sappia attingere ai bisogni veri di ciascuno di noi. E, poiché l’autrice stessa conferma di non voler fermarsi nella propria produzione, mi induce a pensare che abbia ancora molto da regalarci. Molto e sempre di valore poiché
Ora
è tempo di semina
La terra è arata
e la luna piena

In mano
una manciata di versi
piccoli semi
affidati al tempo.

Semi che il tempo custodirà e, forse, farà germogliare a rallegrare la mia vita. E, se questo è un valore, grazie davvero alla poesia, anche a quella del nostro tempo! Ma Fernanda scrive ancora:
Quando anche la parola più vera
si perde nell’indifferenza di molti
e dietro di sé non lascia nemmeno
il richiamo naturale dell’eco

allora capisco che ogni pensiero
appartiene solo a se stesso
e mi pento di aver messo all’incanto
sogni - anima - mente

Perché proprio con questi versi, in cui sembrerebbe di cogliere una qualche sfiducia nella possibilità di poter comunicare con gli altri, si apre la raccolta I luoghi dell’anima? Che senso ha scrivere poesie e, nello stesso tempo, pentirsi “di aver messo all’incanto | sogni - anima – mente” perché “la parola più vera | si perde nell’indifferenza di molti?”.

La mia è solo una domanda retorica. Capisco benissimo che per Fernanda la poesia è un rischio e vale la pena di correrlo. Sempre, perché “il sogno vive e cresce | scruta l’infinito | racconta l’incredibile | diventa poesia”. Perciò:

China sul foglio della vita
nell’angolo più in basso
scrivo anche oggi la firma
della mia presenza…
e poco importa che non sia
ben allineata sulla riga
o l’inchiostro non sia steso
senza sbavature…
anche così il segno fissa
e a lungo conserva il senso
di ciò che la penna
con lealtà scrive.
autore
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