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Le cifre costitutive della poesia di Fernanda Nicolis

Prof. Claudio Fantozzi

Possiamo evidenziare tre cifre stilistiche e valoriali essenziali della poesia di Fernanda Nicolis: l’essenzialità, l’assunzione di uno stile scabro, apparentemente semplice, eppure frutto di uno scavo tecnico che permettesse alla purezza interiore, alla verità comunicativa dell’autrice di trovare un’espressione adeguata. L’essenzialità, l’eliminazione di barocchismi e di inutili orpelli favorisce la connotazione poetica che raggiunge il suo acme nel carico simbolico della semplice parola.

Ritengo errato credere che l’essenzialità non dica altro che se stessa, che sia orecchiabilità: le poesie della Nicolis, tutt’altro che orecchiabili, affidano alla nuda parola un valore simbolico altissimo, un’evocazione metaforica che solo ad una lettura attenta può essere colta. Prendiamo ad esempio questi versi: “è quando incontra la parola | che il dolore comincia vivere | è la sua anima oscura che supplica | e chiede di uscire. | La stanchezza infinita di chi soffre | una volta parola | non è stata vissuta invano. | Irrompe nell’ombra con forme splendenti | quelle riservate agli eletti di Dio”.

Oltre al valore di catarsi, affidato alla parola, qual è il simbolo che il termine nudo”parola “cerca di rivelare? Forse la parola è l’indicibile, la realtà metafisica che i nostri sensi non percepiscono? C’è sempre nella poesia della Nicolis la ricerca di un filo che non tiene, di un’altra dimensione evocata dall’apparenza ma subito svanita, scomparsa, come ne ”I limoni “di Eugenio Montale con quella esplosione di luce dei frutti gialli immersa in un senso ulteriore che sfugge.

Molto montaliana, del resto, la poetessa in questi versi di “E’ nella stanza” ”come la pura ossatura del fondo | che certi fiumi mettono a nudo | nei tratti di secca” nei quali la ruvidità espressiva, oltre ad esprimersi, in forma fortemente emozionale, rimanda ad interrogativi esistenziali non svelati: cosa c’è nel fiume oltre l’ossatura del fondo? quale mistero cela l’asprezza della vita?

Il lessico usato dalla poetessa è, poi, un insieme di parole vive, palpitanti, emotive, non sterili come fossili. Si vedano questi versi:”Ora in me piange | una cosa indolenzita e secca | un ramo che non sa morire | né germogliare | e mi ricade dentro spezzato | da ruvidi stecchi | che sanno solo ferire”.

Le parole “indolenzita, secca, ruvidi, stecchi” hanno suoni particolari, con insistenza soprattutto sulle consonanti: sono parole parlanti, vive, grumi di sofferenza che trasmettono emotività a livello altissimo. La Nicolis personifica, vivifica la parola, l’asciuttezza, l’apparente freddezza, sono veicoli di trasmissione emotiva della duplicità parola /vita, unite e opposte come nelle due facce di una moneta.

La seconda cifra comune ai componimenti della poetessa veneta è quella della trascorrenza, della fluidità, del fluttuare di momenti ed emozioni come se la vita, la verità dell’anima, si riflettesse per un attimo in uno specchio d’acqua per subito dileguarsi .Basti leggere i seguenti versi: ”Quanto ti ho cercato anima – | e quanto ancora ti cerco – | ma tu mi sfuggi e ti nascondi | dietro gesti spessi come muri – | e ti sprofondi in stagni d’ombra | così estremi così vibranti – | da sembrare quasi il respiro | di una cosa viva-umana – | che brucia come una ferita”. Sembrerebbe che i muri trattenessero verità, che l’acqua morta degli stagni lasciasse galleggiare l’anima senza farla defluire ma, per la N., ci sono due tipi di fluttuazione del senso profondo della vita: la fluttuazione come trasparenza dell’immagine che subito si perde (il fiume) e la fluttuazione come pesantezza, ostacolo (il muro e lo stagno) che impediscono di decifrare l’apparenza, che non permettono il salto percettivo e mistico. Mi hanno particolarmente colpito, a questo proposito, questi versi: ...come certi fiumi che a nostra insaputa | inventano forme divine arcane”. Il fiume, come i gialli frutti montaliani – i limoni allude, con i disegni formati dalle sue acque, ad un significato metafisico ma non lo rivela e, più spesso, l’acqua lascia dileguare le tracce del mistero. Viene allora da pensare a quanto fugaci siano gli istanti di rivelazione nella vita, a quanto la poetessa abbia meditato sul verso, ancora di Montale, della raccolta “Le Occasioni“: “Non recidereforbice quel volto“, quasi un‘invocazione affinché la violenza del dissolversi non infierisca sui ricordi, sugli attimi di luce, ma li trattenga.

Certo, esiste una serie di ricordi che persistono ma anch’essi, così pesanti, dolorosi, duri come sassi, non ci avvicinano all’anima ed anzi ci costringono a restare attaccati ad un’apparenza che ci invischia col rimpianto (…”il ricordo può bastare | se i sogni sono pochi”). Per la poetessa il ricordo aiuta a vivere anche quando rinnova il dolore ma non è una forma conoscitiva dell’anima che spesso si presenta, nella memoria, come luce intravista e perduta, occasione sprecata. La dissolvenza è l’unico modo che permette di accostarsi alla sostanzialità dell’anima e di perderla, dopo esserci accesi di fulgidi frammenti.

La terza cifra costitutiva del mondo poetico di Fernanda Nicolis è il “Correlativo oggettivo“. Si tratta di una figura poetico/stilistica individuata dal grande poeta e drammaturgo Eliot e che possiamo ritrovare in Montale: in pratica ogni oggetto della poesia è correlato ad un’emozione, a un concetto, di cui l’oggetto stesso è simbolo.

Possiamo ritrovare il “correlativo oggettivo “in moltissime liriche di Fernanda N.: basti pensare all’”ardente tulipano”, alla “stanza del passato”, alla “voce di rondine” della sera, all’”acacia”, al “pettirosso”, alla “luna rossa d’agosto“, ai tanti altri oggetti (animali, piante, luoghi, situazioni) che popolano questo libro. Qual è il loro messaggio simbolico? In che senso ci aiutano a scoprire il mistero della vita? Direbbe Pascoli che soltanto chi ha animo di fanciullo può cogliere i messaggi e le voci della realtà, interpretarne il senso o, meglio ancora, affidarsi al mistero di quel mondo sotterraneo e inconscio che la poetessa chiama “anima“.

Cogliere le voci dell’anima non vuol dire smettere di soffrire, non sentire stanchezza perché gravati dalla fatica di vivere ma, comunque, significa avere una luce dentro, una radiosità (“Sarà un sogno splendente | un sogno splendente di mistica luce”), una capacità di intravedere “una vita che scorre parallela alla pazienza di Dio”, un silenzio colmo di molteplici significati non rivelati.

La poesia di N. non è di facile lettura, non concede niente alle sdolcinatezze, ai sentimentalismi da quattro soldi, è irta e difficile proprio per la sua simbolicità e per la dimensione mistica che sottende, per la gioia di un percorso duro ma mai abbandonato, per il mistero che balugina dietro i versi dell’apparente malinconia.

È una poesia di sussurri, di tocchi lievi, di voci, di presagi, di soffi di vento trascendenti: come non ritrovare l’angoscia quasi parasensoriale de “L’Assiuolo “di Pascoli nei versi “…solo la bianca voce risuona | come una cetra incantata”? Certo, la Nicolis ha una purezza, un candore di fondo che nella poesia pascoliana risalta meno, ma il trasalimento dell’anima è lo stesso.

La poetessa scrive: “Quando anche la parola più vera | si perde nell’indifferenza di molti | e dietro di sé non lascia nemmeno | il richiamo naturale dell’eco | allora capisco che ogni pensiero appartiene solo a se stesso | e mi pento di aver messo all’incanto | sogni-anima-mente”. Io ritengo che Fernanda abbia fatto bene a comunicare il suo mondo perché non per tutti i pensieri e i sogni degli altri sono poca cosa; ci sono persone che credono nello scambio personale, nell’interazione delle anime e sognano un luogo psichico comune da poter attraversare.

Proprio la poesia, e quelle tue in particolare, è uno strumento terapeutico, liberatorio di ansie e patemi . Per averci regalato poesia pura, poesia autentica e sincera, i tuoi fratelli d’anima, ti ringraziano, Fernanda.

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