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Presentazione a
Vie di sosta e di abbandono

Claudio Fantozzi

Questa raccolta di Fernanda Nicolis è un cosmo complesso, fondato sull'immagine che, nella sua inderminatezza lirica, evoca suggestioni e relazioni con il mondo della natura e con la socialità contemporanea intesa come disvalore dell'apparenza. Intimamente leopardiana, la Nicolis identifica la piacevolezza della comunicazione poetica nell'indefinitezza lessicale e, quindi nell'emozionalità fonetica; profondamente pascoliana rifiuta il gusto ottocentesco e romantico del messaggio e vuole farci ascoltare quelle voci della natura che svelano in maniera assoluta e definitiva il senso e il destino dell'uomo. La corrispondenza tra uomo e natura, in particolare tra languori, tramonti, decadenze naturalistiche e stanche malinconie umane è espressa con versi classici ed ermetici contemporaneamente ("come la caduta delle foglie apre lo sguardo a nuove radure | così l'anima che si fa nuda più facilmente si fa visitare"; "gli stanchi alberi in lontananza... fra me e la vita lunghe processioni d'immagini... "; "...cieli che sprofondate lenti | curvi | effimeri..."), segnali tecnici, simboli profetici di una rivelazione.

La verità è la nudità, nella morte, nel declino, nell'elegia della rosa, nella neve interiore che si aggancia misteriosamente al candore dei petali; l'inesplicabilità si realizza attraverso abrasioni e sconfitte dell'angoscia, esplosa in un grido, strozzerà nella gola antichi e nuovi fonemi. Approdare al territorio lirico di Fernanda con la pretesa di spiegare i suoi contenuti lirici, di metterli in prosa, di dar loro una logica è assurdo: non esistono contenuti né messaggi, l'unico referente comunicativo a cui possiamo connotare questi versi è il "non dire" del mistico, l'ineffabilità di fulgori ed epifanie assolutamente antiretoriche, vuote di sillogismo e di filosofia.

Mi è sembrata molto emblematica questa sequenza lirica "...Soltanto un dente di cane | mostrava spavaldo il suo giallo collare | e nel cuore spezzato delle canne | batteva un bisbiglio crepitante e breve | piccole voci che giocano a nascondino". Al di là della metafora e di un lessico assolutamente prezioso, l'umiltà profetica di chi sa svelare decadenze ci offre un'immagine montaliana, il dente di cane giallo come i limoni del poeta ligure, lo squillo fulgido che strappa, in un giorno qualunque, le tende del mistero. Il candore del fanciullino pascoliano coglie nella natura delle piccole voci che, celandosi alla storia delle verità manifeste, creano il mondo dell'anima. L'umanità è povera di anima e non la può reperire nella retorica dell'uomo di potere, avvinghiato a parole pronunciate solo per se stesso, fonemi insensati, intrisi di ideologia e, quindi poveri: la ricchezza, ci insegna Fernanda, è espoliazione di apparenza, riduzione al grado zero della sonorità verbale, negazione del morfema come strumento umano (la parola ha senso) indipendentemente da ogni finalizzazione comunicativa umana). L'anima, come in una natura morta del pittore Morandi, è negli oggetti che si rivelano per se stessi, senza sovrapposizione di senso, nell'essenzialità capace di evocare, secondo le regole non scritte della sintassi interiore. L'arco poetico, in questa raccolta, è piuttosto ampio e, sotto il denominatore comune dell'autenticità, collega il misticismo naturalistico con una affettuosa attenzione al sociale, mai inteso come problema politico ma come ferita dell'anima, usurpazione dell'innocenza, della purezza.

La poesia più bella del libro, scritta con un incanto addolorato, con una lattea chiarezza, è quella della "terra delle case di latta": qui il lessico ha uno spessore nuovo, è meno indefinito e più materiale ("i materassi pulciosi, i corpi disfatti, le mani rapaci, la muffa, il fango"). Si tratta di una poesia-denuncia, nella quale il senso del "sublime lirico" lascia il posto ad un bisogno di onestà, di concretezza, alla rabbia dei puri contro strutture sociali e politiche che li hanno sempre prevaricati. Eppure Fernanda non smette di essere se stessa neanche nelle poesie sociali, continua ad essere vera, incapace di finzioni, impegnata ad estirpare miti barocchi e a rendere il verso sempre più evocativo, riducendo le parole a rami, sterpi, a foglie morte.

Grazie per avermi rivelato ancora una volta il palpito del cuore nell'espressività vivente delle tue immagini spoglie e frondose, autunnali e primaverili; grazie di insegnarci, senza volerlo, le strade della sosta e dell'abbandono, i percorsi della rinascita, Fernanda.

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