Nevio Nigro è poeta
raro, discreto, strenuamente attento a cogliere e a rendere con la parola più
sapientemente misurata e precisa l’esperienza della vita in quanto rispecchiata
da paesaggi, stagioni, sensazioni, contemplazioni, memoria. Non c’è
nulla mai nella sua poesia che non risponda a questa mirabile strategia della
descrizione che sfuma immediatamente nella meditazione, nel ripiegamento
sull’anima o sui ricordi.
La Musa è, appunto,
sempre "dentro", e se guarda al di fuori, non è che per
manifestare in modo più efficace e visivamente incisivo
l’esperienza del cuore e la dolce passione della memoria.
Per questo tanti componimenti di Nigro hanno
titoli ricavati dalle stagioni: che sono, sì, quelle
dell’anno, ma sono soprattutto quelle della vita, legate a momenti e a
esperienze che il loro ritorno fa uscire fuori dall’anima fornendo il linguaggio
adeguato delle cose per esprimerle. Penso, per esempio, ai
Pensieri di primavera, a Mare d’inverno, che
è, in particolare, un testo di singolare purezza e
intensità, a Pensiero d’autunno, perché
qui il rapporto fra l’occasione interiore di meditazione
e l’evocazione di luoghi ed effetti di stagione
è più perfettamente equilibrato e
limpido.
Ma uguale forza poetica hanno Sulla riva
del mare e Inquietudine, cioè poesie di
sottile evocazione dei ricordi di incontri e figure di donne lungo il mare, che
proprio il mare sembra fissare con nettezza come sfondo infinito di un passato
divorato dal tempo, ma salvato proprio dalla capacità della parola poetica di
farlo riesistere su quell’allegoria dell’eternita e dell’essere.
Nevio Nigro scrive esemplarmente per assoluta
necessità, e per questo come scandita da un lento scaturire dal profondo
è la sua poesia, al tempo stesso tanto netta, essenziale,
libera da ogni tentazione di pateticità e di decoratività.
È il frutto di una difficile conquista, scavata come in
ogni parola che la compone, così come il ritmo vi
è esatto, nella sua sofferta e profonda natura di
echeggiamento d’anima.
È un solitario
attingimento, che non sembra avere punti di riferimento in altre esperienze e
situazioni poetiche di questi anni, nell’impressione, che dà,
di una poesia fuori del tempo, detta per l’eternità, tale
che appaia anzitutto la dimostrazione concreta ed evidente che la conoscenza
della verità del mondo soltanto con la poesia si può
raggiungere, bene al di là di tutte le apparenti e
sparenti illusioni della storia e della scienza.
Da qualche anno ricevo
di tempo in tempo, con una lenta e rada cadenza, i testi poetici che Nevio Nigro
va componendo, magari da luoghi di villeggiatura o di viaggi, sempre brevi,
esatti, perfettamente distillati da una liricità sospesa
e sorpresa di fronte a un paesaggio, a un effetto di luce o d’ombra, a un
ricordo affiorato dolcemente, a un’increspatura dell’anima. Poi, a un tratto,
ecco che la misura del libro è colma, e quei singoli
testi vengono a comporsi lungo una coerenza sicura, a descrivere un itinerario
di parole e di moti dell’animo, che si rimandano da componimento a componimento,
da immagine a immagine, e così la nuova raccolta
è pronta, costruita sul musicale motivo di figure e di
situazioni, di temi e di visioni, come una composizione sulle note ricorrenti e
sulle variazioni dei suoni.
Direi che questo libro sia, ora, scandito sul
ritorno delle immagini lunari e marine insieme, con effetti sempre fascinosi e
sapientissimi, e sulla trama delle forme della comunicazione a un’interlocutrice
mai nominata, ma ben lì attenta, in ascolto, davanti al
dolce risonare dei versi. Il paesaggio non è mai soltanto
se stesso, cioè la poesia di Nigro non è
mai soltanto descrizione. Esso acquista ampiezza, echi vivi e profondi,
significato, dal fatto che è come "presentato" e
"proposto" ogni volta alla contemplazione e alla partecipazione di un’altra
persona, che sembra incarnare l’intera folla di destinatari discreti e
segreti, a cui la suprema confidenza di verità e di
bellezza che è la poesia porta.
C’è certamente, una
motivazione orfica all’origine della poesia di Nigro: la luce della luna,
l’autunno o la primavera, l’ombra del mare, il viale di platani, il rumore
dell’onda, il ricordo, sono non già il presupposto
oggettivo, ma gli effetti della creazione poetica. Voglio dire che nulla
è reale, e tutto, invece, è ideale
in questa poesia.
Sono paradigmi dell’anima, e di qui deriva la
grazia suprema e breve dei componimenti poetici.
Dall’ombra notturna, allora, come allegoria
tanto frequente nel libro, vengono in luce i lampi dell’essere, le luci
metafisicamente lunari della rivelazione di un mondo del tutto alternativo
rispetto a quello oggettivo, reale.
È
una poesia che si regge su tale miracolo di orfica essenzialità
creatrice, come in una sfera di purissimo cristallo apparendo al lettore luoghi
e visioni, per un istante concretatisi nella parola che li fa esistere. La
felicità inventiva è proprio questo: la verità
non può essere rivelata che per la poca quanto intensa
luce della parola che la fonda, la fa esistere, ne accresce il mondo, lo rifa,
lo continua, aggiunge altro a ciò che già
c’è.