Prefazione a
Quel passo di danza
Maria Luisa Spaziani
Ritorno a salutare
Nevio Nigro a una sua ulteriore prova, rileggo a distanza di anni una mia breve
prefazione e mi riconfermo nella simpatia e nel giudizio proposto allora: se
Nigro si avvale di colori puri e metafore immediate, la
sua semplicità non è mancanza di
critica o di cultura, ma è conquista dell’età
matura, un punto d’arrivo, una conquista.
Fra Il sale dei baci del 1992 e questa
raccolta del 2004 (Quel passo di danza) ci vorrebbe un bilancino o lo
strumento del saggiatore così caro a Montaigne (non certo
l’anima vuota del computer) per intuire e documentare
differenze e ulteriori progressi: poiché
il "sogno" permea tutto, l’amore è
sempre presente con l’energia simbolistica dell’assenza, la Luna
è l’emblema classico dello sguardo rapito verso l’alto.
Ma che il paesaggio esterno/interno non si
limiti a uno sfumato lilla e rosa da stampa giapponese lo dimostra il "mordere"
di certi versi ai quali poi la memoria si ancora là dove
la lingua tocca il profondo.
E vorrei spiegarmi proprio raccogliendo le sue
parole, i suoi versi che più hanno fermato la mia
attenzione.
Non piango giovinezza.
Ma sempre
ovunque vado
la ripenso.
Il tempo
e in fondo agli occhi.
Non nelle rughe.
Pareva di altri
lo sprofondare dei giorni.
Il verde era con noi.
E soprattutto, dalla poesia Incontro,
due e due versi non di seguito: "L’eta delle rose | non
muove a ritroso", e "La bellezza appassita |
è mansueta", che ha la forza malinconica di un aforisma.
Sembrano versi facili? Guardiamoci dalla
patetica reazione del custode del museo Picasso che tutto il giorno
si trova sotto gli occhi quadri che avrebbe saputo fare anche lui.
Coninuerò ad essere una lettrice fedele di Nevio Nigro.
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