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Pietro Nigro

canto I:
Il deserto

Emersi da un abisso
e l'oscurità era ancora nei miei occhi;
nulla nel mio ricordo
che avesse una sagoma:
nè un'astrazione, nè un concetto, nè un'idea;
percorreva il pensiero
la via di una coscienza ancora ignota.

Come tiepido soffio
posò sulla gota l'improvvisa sensazione
di una presenza:
aprii gli occhi
e tutt'intorno era il deserto.

Non sapevo ancora cosa fosse
nè a che sarei andato incontro.

M'accecava l'abbacinante luce
e rendeva difficile alla mente
l'arduo compito di cominciare a capire.

Voltai le spalle al sole
e cessò la sensazione di lama
che trapassava le orbite;
riposai gli occhi chinando lo sguardo
e scoprii la diversità di colore
tra la sabbia dove batteva il sole
e quella che il mio corpo aveva spento.

Vi posai la mano
e sentii come una piacevole carezza.
Due diverse sensazioni:
una al caldo della sabbia bruciata
e l'altra al fresco d'un oscuro angolo
che il mio corpo proteggeva,
e un presentimento di protezione
nei momenti difficili,
grembo preservatore e rifugio
di una sensibilità esasperata.

Dopo essermi immerso in quell'ombra
a ristorarmi
alzai gli occhi alle dune
e pensai a quale punto del cerchio
in cui era chiusa la mia nuova esistenza
avrei affidato la mia attenzione.

S'imponeva ora la scelta:
mi sentii venir meno
e cercai intorno un aiuto, un appiglio,
un motivo per cui avrei dovuto fare una scelta
ed evitarne un'altra.
Il peso della prima responsabilità,
sebbene involontario quel mio essere lì,
m'opprimeva e mi prendeva alla gola:
sarebbe stato giusto quel che avrei fatto?
non sarebbe stato meglio sostare ancora?

Ma come un buco il sole scavava nel mio cranio
che non credevo avrebbe resistito tanto;
bisognava muoversi,
andare anche tentoni.

Fugge sempre la vita verso mete ignote,
ignoto è il da dove, e il perchè, e il dove,
ma fuggire deve per soddisfare una mente
che non può sostare senza morire.

Picchiava il sole sulle mie decisioni:
bisognava muoversi o morire.
Morire, ritornare al nulla;
ormai rifiuta la mente
concetti di distruzione,
perchè ama anche il soffrire
e rifiuta la morte
se non per troppo soffrire.

Improvviso un vento
rafforzò la mia decisione di vita:
vento di balsamo;
dopo quel canto d'ombra
un nuovo punto d'appoggio
ad una vita precaria,
nuovo monito di vita
per ancora deboli strumenti.

Quella nuova sensazione di frescura
rigenerò la mia volontà di scegliere
la via per il mio primo cammino
e mi levai.

Un punto attirò la mia attenzione:
il cerchio di sabbia nella parte più alta
era come rotto da un lieve avvallamento
come una via già tracciata,
ma levigata dal soffice spostamento
dei grani di sabbia
soffiati dal vento:
mi sembrò quasi un invito
a osservarlo da vicino.

Avanzai lentamente
a schivi passi,
pauroso dell'ignoto,
al di là della piccola duna:
che cosa avrei visto
raggiunta quell'altura,
passato il varco?

Affondavano i piedi nella sabbia infuocata
alla ricerca di refrigerio
e poi corsi come verso una speranza.

Annaspavo scivolando sulla duna
che sembrava volermi riportare indietro
e dopo non poca fatica
ecco la meta.

Spaziò lo sguardo sull'immenso deserto
sabbia e sole, sole, sabbia,
ed io naufrago in quel mare
di scoramento,
e la morte in agguato.

Meglio non nascere
se ancora al principiare del cammino
ghermisce la morte
le inutili illusioni
di una vita ignota,
ma già al nascere figlia della speranza,
nutrita di promettenti sogni.
Alba è felice
anche se lacerante sarà il tramonto,
e più sopportabile il giorno
anche se in tragica mistura di nembi
e azzurri di cieli aperti,
di tremolanti luci sotto frescure di alberi,
di neri abissi in mari rabbiosi
e di bonacce e riflessi di sole
su luccicanti acque,
di vellutati petali e colorate ali di farfalle
e spine che lacerano le carni,
e sangue che gocciola da vene aperte
dal dente del serpente,
e amori e odi, e odi-amori e amori-odi
in abbracci che inebriano
e possono togliere per sempre il respiro.
Più sopportabile il giorno,
ma se normale sarà il cammino
e non spezzi ancora al cominciare
progetti di vita,
e non sia l'ultimo passo
il dies irae di un'esistenza
che si rifiuti.

Uno sterminato deserto,
forse senza fine,
nella mia aurora
e languivano i miei sogni
nel timore del peggio.

E la morte in agguato
forse dietro quella duna
o quell'altra;
e la morte in agguato
forse dentro di me.

E avanzavo.

E nei piedi le piaghe,
nelle labbra lo sgretolio
e nella mente una febbre
che martellava le mie speranze
e le sprofondava
in un abisso senza più domani.

Uno spirito di conservazione
emergeva già come punto fermo di vita
contraddizione di morte
nell'affermarsi di una verità sconosciuta
nel mondo insensibile del nulla,
esistenza potenziale di realtà probabili.

Ero entrato nel cielo dell'esistenza
e di esso dovevo subire il corso
se piacevole talvolta
spiacevole come ogni cosa sensibile
mutevole nel tempo
verso un destino di morte.

Non potevo ubbidire al mio desiderio
di frescura che rinnovava sensazioni
dell'ombra del mio corpo sulla sabbia,
con un sole a picco
e nessuna promessa di un nuovo modo di esistere
che non conoscesse il male di vivere.

Inaridiva la mia lingua
e non sapeva come lenire
l'insopportabile bruciore.
Come uscire da questa realtà
che non volevo
e ripiombare nell'inconsapevole pre-vita
senza soffrire per l'annullamento di un presente
che sebbene doloroso pur sempre possiede
embrioni di speranza!

Mi lacrimavano gli occhi
e la nuova anima insoddisfatta,
che arrancava tra le dune
alla ricerca di una realtà diversa
confacentesi alle sue aspirazioni.

Lento procedeva il cammino
sulla sabbia infuocata,
il tempo passava lento
come il mio pensiero disfatto,
bruciavano nel tempo le ultime risorse
ad un passo dell'inevitabile crollo
che avrebbe frantumato quell'inutile tempo
senza un perchè, un valore, una risposta.

Un pensiero senza pensieri trascorsi
o pensieri di un futuro senza senso
privo di immagini d'esperienza.

Ma sarebbe finito quel deserto?
Sarebbe apparso un mondo diverso
che mi avrebbe permesso di sopravvivere?
Avrebbe il sole capito le mie miserie
e smesso di tormentare quell'innocente viandante
senz'altra risorsa che la sua pietà?

Sarebbe avvenuto l'imponderabile?
Sarebbe apparso il mistero?
Cosa sarebbe sorto da un tempo ancora ignoto?
Cosa sarebbe stato?
Cosa sarebbe stato!

E il cammino procedeva sempre più pesante,
e il sole sempre più dolorosamente
martellava il mio cervello,
e bruciava sempre più la sabbia i miei piedi.
E non vedevo la fine!

Le dune si succedevano alle dune,
i passi si succedevano ai passi,
la sofferenza alla sofferenza,
e il pensiero di una morte imminente
dominava la mente.
E la speranza lentamente si spegneva,
come stava spegnendosi il mio pensiero
e la mia esistenza.

Un passo ancora, un altro passo
e fu poi il crollo.

Vorticai non so per quanto tempo
e avvertii come una suprema leggerezza
ripercorrere i pochi istanti
della mia vana esperienza
di una vita senza senso.
Vorticai ancora,
gabbiano senza meta,
su quel sogno di vita
per poi posarmi alfine
nell'immenso mare del nulla.

 

 

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