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Pietro Nigro
da: Alfa e Omega, 1999

Prefazione
di FRANCO LANZA

Nelle poesie di forte pregnanza concettuale e meditativa, come queste di Pietro Nigro, il lettore colto è tentato di ridurre la vocazione a sistema, per dichiarare poi questo in termini filosofici, di corrente o scuola o pensiero, perfino di linguaggio ove lo consentano i testi. Personalmente ho sempre avuto in sospetto, quando l'approccio si produce nella sfera della poesia, le deduzioni troppo facili ed evidenti, perché esse sono sempre un atto dell'intelligenza (raramente d'amore) che s'appaga di una collocazione storica o di un contenuto tematico o di un'etichetta ideologica, e di ciò è contenta: "guarda e gode e più non vuole" come, a parti invertite, Carducci diceva del poeta di fronte agli imperativi della ragion pratica.

Tentiamo dunque una definizione. L'universo che canta Nigro è il cosmo in trasformazione, per cui passato e futuro si agganciano alla perenne incandescenza del presente, cioè dell'io che si effonde su tutte le cose. A prendere analiticamente i suoi enunciati di tipo metafisico lo potresti dire un teosofo alla Steiner o alla Onofri (che era infatti poeta, e di possente struttura) o un panteista animistico alla Boehme, alla Swedenborg, alla Hoelderlin (altro poeta, che lasciò scritto: "Io non ho mai capito il linguaggio degli uomini; sono cresciuto fra le braccia degli Dei"). Ma se da tali collocazioni speculative, che pur hanno qualche ragion d' essere, ritorniamo alia verifica nei testi dei poeta siciiiano, ci accorgiamo che in essi c'è sempre qualcosa di meno o di più di una filosofia. Di meno, perché il poeta dubita ad ogni passo, ad ogni enunciato, di quelli che s'usano dire i sistemi chiusi, nonché del "querulo, esagitato, logorroico / orizzonte della propria intelligenza"; di più, perché l'intuizione di una corporeità anteriore alla coscienza rema al contrario e produce immagini di conquista e di liberazione:

E tanto basta a risalire baratri e rupi
costruire nidi d'aquila
allevare occhi acuti solidi becchi
ali immense.

La "millenaria memoria" di Nigro ha dunque il senso d'una luce vittoriosa che coinvolge il principio e la fine, l'Alfa e l'Omega che giungono ad identificarsi nel plesso morte‑vita.

È un sentiero vertiginoso che Nigro percorre non propriamente da filosofo ma da costruttore d'immagini che abbracciano una grande varietà di sfondi: la Sicilia non propriamente del paesaggio ma dei miti culturali di Teocrito e d'Aretusa; la persistente nozione di corporeità che condiziona lo spirito ma è indistruttibile fonte di sogni, di favole ancestrali e di speranze; infine la poesia, rimasta in bocca come un sapore d'aranci che illude una perenne giovinezza, e che "verità reiterata / si crea e inventa volta per volta".

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