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Prefazione a
Nessun maggior dolore.
Le fonti poetiche nei libretti d'opera

Gianni Gori

Strofe, ultima Dea!

L'ordito storico dell'Opera è come un sistema circolatorio di vasi e capillari comunicanti che assorbono e fanno scorrere la poesia. Così come la poesia svela spesso la propria vocazione mimetica alla musica, mutando la propria con la natura della "musica pura". Non solo in termini di vocalità e di canto, ma persino di essenza strumentale: chamber music, come James Joyce titolava una sua raccolta giovanile di versi.

E in questo intreccio di amorosi sensi lirici risurgono per li rami varie ed allettanti presenze. Quelle, per esempio, dei poeti/scrittori/musicisti: da E.T.A. Hoffmann a Boito, passando per Wagner ovviamente, ma arrivando persino e un poco imprevedibilmente a Burgess. Proprio quello dell'Arancia meccanica ma anche di un'inedita Ulyssea (ancora Joyce – che amava l'opera – ad adocchiare la scena). E ancora una personalità maestosa della poesia del Novecento come Ezra Pound, che non era affatto un "compositore della domenica". Lo snida – quest'ultimo – insieme a molti altri, la nuova ricerca di Franca Olivo Fusco.

Dopo Va, pensiero pubblicato l'anno scorso – dedicato all'influsso della librettistica e della cultura operistica sui poeti – la ricerca abbraccia adesso una sorta di itinerario di ritorno, percorrendo lo scenario del melodramma e del teatro musicale lungo le tracce che vi ha impresso a fondo la memoria poetica, ponendosi come "fonte" di lirica drammaturgia e facendosi insomma Opera.

Nessun maggior dolore – eco dantesca in una sterminata valle di echi musicali, che di Dante è colma non meno che dei poeti epici – vede opportunamente la luce quasi in parallelo, per i tipi dello stesso editore, con il libro precedente e viene a configurare un dittico sulla "selva oscura" (ma per dirla con Nono anche "jovem e cheja de vida") dell'opera e della sua anima letteraria. Come nel volume precedente l'autrice si è qui divertita (sì, credo che il termine sia appropriato) a registrare ed a riordinare con cura affettuosa e curiosità appassionata quattro secoli di fascinazione poetica esercitata sulle forme, sul linguaggio librettistico, sulle strutture drammatiche, sulle fortune del teatro musicale. E consegna adesso al lettore, cui è caro il grande artifizio dell'opera, un duplice regesto da sfogliare con il diletto della scoperta e della reminiscenza svelata.

Vi troverà – il musicofilo accanto al lettore interessato al corso poeticoletterario – le tracce più profonde di una correlazione creativa non ancora esaurita. E nello stesso tempo lo inviterà – quando a sua volta gli capiterà di frequentare un'opera – a cogliere anche le possibili ascendenze criptate dalla vecchia librettistica. Come certe corrispondenze ritmiche tra le sticomitie alfieriane e le "strette" dialogiche dell'opera.

O come certe assonanze foscoliane in Francesco Maria Piave per il Verdi degli "anni di galera":

Al mio stanco cadavere un istante
Di riposo s'accordi;
E faccia il sonno l'ore
Men lente all'uom che muore.

(Il Corsaro - atto terzo)

O ancora, come la cantabilità manzoniana in Ernani e, naturalmente, nella melodrammatica pietas de La forza del destino; o più tardi il Pascoli delle "piccole cose" affine alle creature pucciniane. A conferma che i librettisti, spesso bistrattati di un tempo, non avevano sul loro tavolo soltanto il "rimario", ma lavoravano con antenne culturali ben tese e sensibili, pronte a captare ogni segnale di erudizione storica, di letteratura, di drammaturgia, di poesia.

Franca Olivo Fusco compone a modo suo una microstoria dell'opera attraverso la poesia, impaginandola secondo l'ordine cronologico dei "persuasori occulti" (e palesi) del melodramma. La fonte più rigogliosa, s'intende, è quella classica dei poeti greci e latini, e della poesia epico-cavalleresca (l'Opera, dal Barocco a Rossini, è fitta di Alcine, Orlandi, Armide, Rinaldi). Ma tutto il corso della poesia – da Omero a Brecht, da Lucrezio a Pasolini – è campo sterminato e disseminato di allettamenti per gli artefici del teatro musicale; specie per i grandi intellettuali del Novecento: Dallapiccola o Nono per esempio. Testi come l'Ulisse del primo e il Prometeo del secondo con la collaborazione di Massimo Cacciari, sono vere e proprie concrezioni di materiali poetici offerti alla musica. Si troveranno in queste pagine i riferimenti liricomelodrammatici più consolidati (e persino più popolari), i maggiori protagonisti e ispiratori del Romanticismo (da Puskin a Goethe, a Byron, quest'ultimo ricordato anche per l'opera più lirico-crepuscolare di Raffaello de Banfield), ma anche presenze inattese come Jacopo da Lentini nel Federico II di Marco Tutino.

Sono ancora una volta le voci poetiche affioranti nel teatro musicale del nostro tempo ad offrire al lettore le occasioni più intriganti: da Messiaen e Penderecki agli artisti del più attuale panorama operistico. Dove l'autrice coglie puntualmente esiti rari come Il viaggio di Fabio Vacchi su un poemetto romagnolo di Tonino Guerra.

Nessun maggior dolore offre per contrapposizione al lettore il maggior piacere della curiosità nello svelare, lungo il secolare rapporto tra Poesia e Opera, fermenti e reazioni in grado ancora di rigenerare la reciprocità creativa di una grande, remota avventura.

Trieste, 6 ottobre 2008

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