Servizi
Contatti

Eventi


Introduzione a
Il Dio col grembiule

Guido Pagliarino

Nel congedarmi dal lettore del mio precedente saggio divulgativo sul Cristianesimo 1, scrivevo: “[…] Il cristiano trova la pace del cuore nel seguire l’evangelica figura di Cristo nella fede ch’egli sia Dio. Gesú ha detto verso l’anno 29: ‘Chi vuole essere il più grande si faccia il più piccolo e serva gli altri’. L’ha fatto egli stesso nel corso della vita e ce ne resta un fortissimo simbolo, nel Vangelo secondo Giovanni, nella lavanda dei piedi che Cristo pratica agli apostoli poco prima della Passione”.

Schiudevo così una porta su questa nuova opera, che ha interamente per argomento Dio-Amore 2 al servizio degli uomini, un Dio col grembiule non solo neotestamentario ma che fa capolino già dall’Antica Scrittura. Sulla base di studi sgorgati dal Vaticano II vedremo questo Dio-Amore la cui rivelazione si compie con Cristo, questo Dio che in Gesú dà l’esempio e invita i cristiani d’ogni tempo ad agire come lui. Secondo il Cristianesimo, l’Antico (o Primo) Testamento è incompleto e chiede un’integrazione. Sappiamo dal Nuovo che quel compimento è negli stessi libri neotestamentari, si realizza in Cristo il Salvatore che fa chiarezza sul senso dei testi veterotestamentari e addirittura, in qualche caso, giustifica la loro stessa inclusione nella Bibbia, come per il Qoelet, libro che, pur non difettando di serenità, appare pessimistico se non si legga alla luce cristica, per la quale il cristiano riflette: “Sì, senza Gesú la nostra vita sarebbe stata proprio la nichilistica tragedia che dice Qoelet”. La Parola divina s’è rivelata progressivamente a mezzo di fatti storici che hanno indotto alla riflessione teologica. Il governo della storia da parte di Dio costituisce la nota comune tra la Prima e la Nuova Scrittura. Si consideri inoltre fin d’ora che per la Chiesa, come ha espresso il Vaticano II nella costituzione Dei Verbum, il Testamento è sì “ispirato, e coloro che lo generarono furono ispirati nella misura in cui contribuirono alla sua costituzione”, e non solo il Nuovo ma pure quello Antico “è parola di Dio e conserva un valore perenne”, ma dev’essere messo in conto che gli scritti del Vecchio Testamento “contengano anche cose imperfette e temporanee” e che “integralmente assunti nella predicazione evangelica, acquistano e manifestano il loro completo significato nel Nuovo Testamento e, a loro volta, lo illuminano e lo spiegano” 3; e con questo, ho fiducia che quei lettori che sono occasionali frequentatori della Bibbia, capitando su certi passi veterotestamentari dove Jahvè ordina o compie atti sanguinari, evitino di prenderli alla lettera scandalizzandosi – ne riparlerò nel saggio – mentre per contro mi auguro, grazie alla citazione della Dei Verbum, che non sarò io a suscitare scandalo in qualche credente fondamentalista, quando dirò di sezioni meramente umane e transeunti della Bibbia. Sempre con la Dei Verbum 4, aggiungo che “per ricavare con esattezza il contenuto dei testi sacri, si deve badare al contenuto e all’unità di tutta la Scrittura”.

Nel primo capitolo disegnerò la figura gesuanica di Dio che serve gli uomini, rilevando il contrasto fra questa e quella temibile immagine divina che veniva delineata nell’insegnamento ecclesiastico prima del Vaticano II, concilio che ha diretto di nuovo lo sguardo della Chiesa al Cristianesimo del I secolo, soprattutto con lo studio dei Testamenti nelle lingue originali e non più sull’imprecisa traduzione in latino di san Girolamo. Purtroppo la linea conciliare non è seguita da tutti e l’idea d’un Dio tremendo è ancora viva in certi ambienti, nella Chiesa stessa e non solo presso i seguaci del vescovo Lefèbvre, per cui c’è chi continua a insegnare in sostanza che Dio è da temere e servire con atti cultuali come già lo 5 Jahvè di tanti versetti veterotestamentari, secondo quella Legge che san Paolo, nella neotestamentaria lettera ai Gàlati6, afferma essere stata soltanto il servo-pedagogo che aveva il compito di condurre alla scuola di Cristo: pedagogo ormai inutile dopo l’insegnamento caritatevole del Maestro Gesú; è ovvio infatti che chi ama non diffama, non ruba e così via, senz’avvertire peso nel rispettare la morale; però a Cristo non basta che non si faccia male al prossimo, desidera che lo si aiuti.

Col secondo capitolo, andrò assai più indietro rispetto all’epoca di Gesú, fino al periodo 1200-1000 a.C. in cui sorge in Palestina una prima tradizione orale che si rifletterà nella Bibbia; passando per i duecento anni successivi, quelli dei primi re, tratterò dei secoli VIII – VI a.C. in cui sono scritti gl’iniziali testi profetici, in certe parti già annunciatori del Dio amoroso, e almeno un abbozzo del Deuteronomio, libro nel quale Jahvè è Dio della Legge, difensore anzitutto del popolo minuto e in particolare dei poveri, a differenza di quello formalista-legalista, in primo luogo desideroso di culto, del successivo Levitico. Discorrerò della deportazione a Babilonia del popolo d’Israele e dell’età della liberazione e del rimpatrio e parlerò del secondo tempio eretto in sostituzione di quello di Salomone distrutto dai Babilonesi, e di quel lungo periodo, detto in senso stretto del Giudaismo, che inizia nel VI secolo a.C. giungendo a oltrepassare d’un quarantennio il tempo di Gesú e in cui si mette per iscritto la maggior parte dell’Antica Scrittura giunta a noi. È questa un’epoca essenziale per la formazione della coscienza politico-religiosa giudaica nonché per l’abbandono definitivo del politeismo: parlerò della scuola teologica, formata da sacerdoti e scribi, che avendo conservato le tradizioni durante l’esilio, dal VI al IV secolo prima di Cristo in parte redige ex novo e in parte integra i libri del Pentateuco – Genesi, Esodo, Numeri, Levitico e Deuteronomio – nei quali Jahvè è, prima di tutto anche se non solamente, il Dio della Legge che stipula un patto d’alleanza (testamento) giuridica con Israele: un Dio legislatore e giudice, in vari passi castigatore analogamente allo Jahvè già presentato dal profeta dell’VIII secolo Amos. La teologia sacerdotale ha una visione tutto sommato ottimistica, sacerdoti e scribi ritengono d’essere i favoriti di Jahvè e che sia possibile, almeno per loro, vivere da “giusti”, il che significa per essi praticare il culto e stare soggetti alle prescrizioni legali. I profeti sono invece radicalmente pessimisti, convinti che l’egoismo degli esseri umani abbia fondamenta profondissime e che solo Dio possa liberarli dal peccato, che riguarda tutti: è benedetto da Dio chi confida in lui e maledetto è l’uomo che ha fiducia in sé (anzitutto, sono bersagli proprio gli uomini del governo politico-religioso, sedicenti giusti) e s’affida ad altri uomini (in primo luogo, agli appartenenti alla propria cerchia di potere) 7. Le due linee, da una parte quella aristocratica dell’inflessibile giustizia e del primato delle forme del culto e, dall’altra, quella profetica dell’amore per i poveri e per gli stranieri e della pietà per i peccatori, coesistono e arriveranno fino a Gesú il quale, inserendosi su questa seconda via e concludendola, rivelerà che Dio non è solo Amore che perdona, ma serve l’uomo e vuole divinizzarlo, e si scontrerà perciò coi capi d’Israele propugnatori del giustiziere Jahvè della Legge.

Nell’uso ebraico i rotoli contenenti i cinque basilari testi storico-legislativi d’Israele sono definiti la Torà (Torah), parola derivante dal verbo jaràh, insegnare, che significa appunto insegnamento, ma sono pure chiamati i Rotoli della Legge o la Legge di Mosè o semplicemente la Legge. La tradizione ebraica indica i libri della Torà con la parola iniziale di ciascuno. Il termine italiano Pentateuco deriva dal greco e fa riferimento ai cinque (penta) contenitori (teuchos = contenitore) di quei rotoli. I titoli di questi libri si devono ai cosiddetti Settanta, numero convenzionale dei molti, in realtà imprecisati, studiosi incaricati da Tolomeo Filadelfo sovrano d’Egitto di tradurre la Bibbia dall’ebraico al greco verso la metà del III secolo a.C., che avrebbero compiuto l’opera in soli settantadue giorni 8. I Settanta intitolarono quei rotoli considerandone il contenuto: Genesi (le origini), Esodo, l’uscita dall’Egitto degli Ebrei, Levitico, libro della legge dettata dai sacerdoti della tribù di Levi, Numeri, dalle varie enumerazioni contenute nei primi capitoli, Deuteronomio, ovvero la seconda legge, sempre dal greco. Per gli scribi del tempio di Gerusalemme e per i sacerdoti sadducei questo Pentateuco, questa Torà, era la sola Parola di Dio. Gli altri libri veterotestamentari, indicati in Israele sotto i nomi collettivi di Profeti e Scritti, erano accolti come ispirati, e non ancora tutti ai tempi di Cristo, solo in ambiente farisaico.

Parlerò dei documenti, o tradizioni, che gli studiosi considerano fonti sia del Pentateuco, sia dei successivi sei libri biblici detti storici anche se non esenti da idealizzazioni, secondo il modo antico, apologetico, di fare storia.

Tornerò quindi ancora indietro nel tempo e ridiscenderò verso gli anni di Gesú, trattando del politeismo presso gli Ebrei, del primo monoteismo (non giudaico ma ideato, per ragioni politiche, dal faraone Akhenaton), della miglior comprensione dell’amore di Dio da parte d’Israele, della nascita della speranza in un messia profeta, sacerdote e re e del sorgere dell’idea della vita eterna. La ricerca teologica del popolo ebraico, che secondo i fedeli è divinamente ispirata, scopre sempre più nel tempo un Dio diverso da quelli pagani, prima adorati dagli Ebrei accanto a uno Jahvè che mostrava a sua volta l’inquietante caratteristica di voler essere temuto e servito pena gravi castighi. A un certo momento i redattori biblici cominciano a esprimerlo come il Dio che sì punisce, ma solo allo scopo amorevole di correggere: analogamente, secondo la mentalità arcaica, a quei genitori che in passato picchiavano violentemente i figli nell’illusione di renderli migliori. Finalmente, o parallelamente considerando le anticipazioni d’Osea e di qualche altro profeta, la ricerca religiosa arriva alla consapevolezza d’uno Jahvè fondamentalmente amoroso, di quel Dio cioè che sarà pienamente rivelato da Gesú come il puro Amore e, sia pure imperfettamente, già sarà presentato, nel corso degli ultimi due secoli prima di Cristo, nei più recenti libri della Prima Scrittura 9.

Concluderò dove avevo iniziato, sul Dio rivelato da Gesú, talmente innamorato degli esseri umani da volerli per sempre con lui nel suo eterno e che dunque, a questo preciso fine, si pone al loro servizio.

Spero che quest’opera possa non solo interessare chi desideri allargare la propria cultura all’area storico-biblica, ma rendersi utile agl’insegnanti di religione, materia il cui programma, ormai da tempo, non ha più un taglio catechistico.

Il lettore incontrerà nel testo alcune parti scritte in corpo minore e, in fondo alle pagine, in carattere anche più piccolo, annotazioni. Queste ultime contengono, oltre alla bibliografia principale di ciascun capitolo, riferimenti a versetti biblici e nozioni accessorie, e chi desideri un’informazione solo basilare può saltarle; è bene invece che gli altri non solo vedano le notizie che riporto nelle note, ma vadano a leggersi nel loro contesto i versetti che richiamo: per agevolare il frequentatore occasionale del Testamento, ho aggiunto l’appendice Abbreviazioni dei nomi dei libri biblici. Suggerisco a chi voglia esaminare anche le annotazioni di vedere prima interamente il singolo capitolo e poi d’andare alle note relative, per evitare fastidiose interruzioni. Per quanto riguarda le parti del testo stampate in corpo minore, sarebbero semplicemente da leggere anche se, considerando il lettore frettoloso, le ho distinte graficamente.

Note

1 Guido Pagliarino, Cristianesimo e Gnosticismo: 2000 anni di sfida, Prospettiva editrice, 2003.
2 “…il Dio è Amore – …ho Theòs Agápe estín – ”(1Gv 4, 8 e 4,16).
3 “Costituzione dogmatica Dei Verbum sulla divina Rivelazione”, nn. 14, 15, 16.
4 Ibid. n. 12
5 Poiché in italiano la J non si dovrebbe pronunciare G, preferisco dire lo Iavé, con J semivocalica, anche se molti prediligono esprimersi, come nella pronuncia originale, con la J semiconsonantica: “il Giavé”.
6 Gal 3,19 e 3,25
7 “Il Signore dice: ’Io condanno chi si allontana da me, perché ha fiducia nell'uomo e conta soltanto su mezzi umani. Costui sarà come un rovo che cresce nel deserto, in una terra arida, piena di sale, dove è impossibile vivere: non gli accadrà mai nulla di buono. Ma io benedico chi ha fiducia in me e cerca in me la sua sicurezza. Egli sarà come un albero che cresce vicino a un fiume e stende le sue radici fino all'acqua. Non dovrà temere quando viene il caldo, perché le sue foglie resteranno verdi. Neppure un anno di siccità gli farà danno: continuerà a produrre i suoi frutti’ ” (Ger 17, 5-8).
8 Secondo alcuni la traduzione sarebbe da riferire al II secolo prima di Cristo. La datazione alla metà del III secolo a.C. deriva da un apocrifo celebrativo di Israele scritto in ambiente giudaico alessandrino, la Lettera di Aristea, opera in realtà d’ignoto autore, che parla appunto di questa traduzione: è fittiziamente attribuita ad Aristea, alto funzionario del re Tolomeo II Filadelfo tra il 285 e il 247. Anche il numero 70 dei traduttori e il numero 72 dei giorni in cui la tradizione è compiuta traggono da questo apocrifo (cfr. La bibbia apocrifa, Editrice Massimo s.a.s., 1990, p. 171 ss.).
9 Questi libri non sono di fede per la religione ebraica e per i cristiani della riforma protestante.

autore
Literary © 1997-2020 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Gerenza