Servizi
Contatti

Eventi


Scheda tecnica
Messaggi

dall'Introduzione del curatore
Guido Pagliarino

Nei primissimi anni '60, poeta diciottenne e matricola universitaria, ebbi la mia prima delusione dal confronto con la poetica del già famoso professor Sanguineti, ch’era allora all'Università di Torino e che, di lì a non molto, avrebbe fondato con altri il Gruppo '63. Fu una delusione indiretta, in verità: un mio amico e sodale di versi gli aveva sottoposto in lettura le proprie liriche, ricevendone una stroncatura; dopo di che, quel compagno avrebbe smesso semplicemente di scrivere: per quel critico progressista, le sue opere erano ormai cose vecchie. Dunque, nonostante la primitiva intenzione, io nemmeno provai a mostrargli qualcosa di mio. Scrivevo allora infatti in metro classico, e soprattutto sonetti, utile esercizio che comunque consiglio allo scopo d'affinare il proprio stile. Spontaneamente avevo però sentito d'essere alla giusta scuola, quella dei classici, e a differenza dell'influenzabile amico avrei continuato a scrivere anche in versi, pur se, via via, di meno in forma chiusa e sempre di più in metro libero; e soprattutto, avrei seguitato a leggere poesia, cioè a ricercare.

Perché ho voluto iniziare citando quella mia esperienza? Intanto, perché quest'opera s'indirizza pure alle scuole, e in particolare a quegli studenti, anche delle medie inferiori, che già han preso a cimentarsi con l'arte dello scrivere per diletto, nel senso alto dell'espressione; e se sarà poi il loro docente a indicare il miglior uso di questo testo, pur non mi pare inutile, anzitutto, di esortare semplicemente quei giovanissimi a non demoralizzarsi mai. In secondo luogo, e i due punti sono collegati, ho voluto mettere i lettori in guardia contro le mode; giudico infatti la sperimentazione di quei Novissimi del Gruppo '63, col linguaggio criptico e l'assenza di musicalità e ritmo che normalmente ne deriva, motivo d’allontanamento del pubblico dai libri di versi, nonché, e siamo sullo stesso piano, una delle due principali cause della bruttezza di tanta seguente, anche celebre, poesia contemporanea. L’altra causa di bruttezza di tanto scrivere attuale, parlo in. particolare della poesia, e quanto io chiamo lo stile di traduzione. In quegli stessi primi anni '60 infatti, e la situazione sarebbe vie più peggiorata, andavano trascurandosi i nostri classici e sempre più leggendosi le prosastiche-fedeli traduzioni di poeti stranieri, e molti assumevano così lo stile non degli originali, ma delle traduzioni. Purtroppo la poesia, per rimanere almeno un poco tale, è più imitabile che traducibile, tanto che io son convinto che sarebbero sempre opportune due traduzioni dietro a ogni originate, una più fedele ai concetti, l'altra più libera e musicale. Per bene che vada, l'arte rimane comunque solo in parte net tradotto, e in misura importante soltanto quando si tratti di grandissimi creatori d'immagini poetiche come lo Shakespeare il quale forse, ormai, per un nostrano lettore è addirittura più commovente in italiano che nell'arcaico suo inglese: ma pur sempre, anche per le traduzioni scekspiriane non si può parlare, del tutto, di sua poesia, perché anch'essa, come ogni poesia, deriva dall'inscindibile connubio tra forma e contenuto.

Per quanta riguarda il progresso, in accordo con Giorgio Bárberi Squarotti io penso che l'arte letteraria – la similitudine che segue è mia – sia come un gran campo coltivato nel tempo da persone diverse, generazione dopo generazione; che tornino sempre, cioè, ma con sapori diversi, gli stessi frutti, che medesimi siano gli argomenti di fondo, l'amore, la solitudine, il timor della morte, Dio... Differente invece la lingua dei vari autori nello spazio e nel tempo, sicuramente; ma quanto alla forma, nulla prova che un sonetto scritto nell'idioma contemporaneo, o che un poco anticipi, magari, la lingua prossima ventura, abbia minor diritto d'essere d'un sonetto del Petrarca o, e i tanti secoli in mezzo mi pare dicano per sé soli la medesima cosa, del Foscolo o del Saba, o del Gatto; e men che mai nulla indica che un racconto o un romanzo d'argomento avvincente e in uno stile pulito e frutto di lima sia ormai fuori moda, e che abbia diritto di vita in questo nostro secondo '900 solo qualche sperimentale noiosissimo Capriccio italiano. Quanto alla poesia in polimetro, si sa o si dovrebbe sapere ch'essa non è affatto un 'innovazione di questo secolo. Basti pensare, a puro titolo d'esempio, al ditirambo «Bacco in Toscana» del barocco, ma già volto alla leggiadra Arcadia, Francesco Redi, una composizione con versi di varia lunghezza, dal quinario al dodecasillabo, secondo un'attentissima sapiente metrica; o, per andare addirittura alle origini della poesia in volgare, si pensi al Cantico di San Francesco d'Assisi, con versetti non schematizzabili, d'impronta biblica. Certamente nel tempo c'e un 'evoluzione della lingua, di cui anche – non solo – i letterati son fattori; ma non ha alcun senso parlare di progresso in letteratura. Per ora nessuno ha battuto Dante, ed egli resta altrettanto commovente che ai suoi tempi. Il metro libero non è altro, ovviamente, che uno spezzare per l'ipometro o un aggiungere per l'ipermetro al fine d'un ritmo e d'una musicalità interni essenziali nel caso, come nel citato Redi, a esprimere meglio del metro chiuso lo spirito dell'autore; e se il rimare classico non è certo necessario all'arte poetica, anzi a volte la può ostacolare se forzato, tuttavia, e ce ne è maestro il Leopardi, consonanze, assonanze, rime sparse al mezzo o al fondo di qualche verso possono essere anch'esse ancelle di quella musica senza la quale non si può parlare che di prosa verticale o, quando il poeta più coerentemente scriva un unico verso, di prosa poetica. Essenziale dunque, sempre, è lo studio dei propri classici. Certo nessuno scriverà oggi nella lingua di Dante, se non per parodia; però il metro, libero o no ma sempre non prosastico, rimane vivo anche oggi presso valenti poeti, magari ignorati da parte della critica proprio per questo. Voglio ancora dire per completezza, pur ritenendolo superfluo, che senza il sentimento l'abilità tecnica nel comporre ritmici versi non basta a fare poesia. Per contro, e quanto segue superfluo non mi pare, si trovano oggi, ma non da oggi, troppi poeti e scrittori che si basano esclusivamente sul primo getto: hanno sì una genuina ispirazione, ma non vogliono usare la lima né, a volte, hanno tecnica sufficiente: «Musa, la lima ov'e?», gia lamentava il Leopardi a proposito di suoi contemporanei.

Ecco dunque, in breve, i principi che ho avuti innanzi nel curare quest'antologia. Sono le mie idee e, di fondo, con qualche secondaria divergenza su singoli scrittori, pure quelle di altri che si occuparono parallelamente della selezione: ciascun autore tenga conto di questa inevitabile soggettività, affinché non capiti ai più giovani di coloro che con dispiacere si dovette escludere di subire la stessa sorte di quel mio amico che, a distanza di non molto tempo, già mi diceva: «La poesia? Tutte stupidaggini!».

autore
Literary © 1997-2020 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Gerenza