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Prefazione a
Ingiurie e silenzi

Maria Carminati

In questa raccolta, che possiamo definire un poemetto per la sua caratteristica di unitarietà di temi e di linguaggio, di scenari e di figure, due sono gli elementi che si delineano immediatamente e con chiarezza all’attenzione del lettore: il contenuto tematico, intrecciato a un bisogno profondo di aperture interetniche e di appartenenza ideale, e l’aspetto stilistico–formale che assume una veste del tutto originale rispetto al linguaggio poetico precedentemente sperimentato.

Sotto il profilo dei temi portanti, si assiste ad una adesione intensamente empatica della cultura del mondo arabo – in senso lato – e di tutti gli elementi fortemente simbolici che ne costituiscono la connotazione, all’interno dell’immaginario occidentale. In particolare, gli incontaminati e scarni scenari naturali ancora in esso conservati, il legame indissolubile tra la natura e gli uomini, il rapporto non contratto con il tempo e con la morte, insieme alla ricerca di una radice di umanità che abbiamo perduto, divengono il tono dominante dello sfondo, presente in ognuno dei settantaquattro componimenti della raccolta, capace di conferire al testo quel particolare registro espressivo, teso tra la minuta essenzialità del quotidiano e il tragico confronto con la vita, e quell’aura di magica sensualità che attraversa le percezioni dei paesaggi e delle figure che li abitano.

Dal punto di vista formale, si realizza qui una rivisitazione personale del verso libero, che pure già era praticato da Leda Palma in precedenti raccolte, e che ora viene riformulato, ma in una forma strettamente funzionale ai contenuti espressi ed ai toni poetici che si alternano tra un messaggio dichiaratamente impegnato e un sottile, penetrante sentimento di distaccata, consapevole e anche amara contemplazione esistenziale.

Si evidenzia come, sotto l’aspetto grafico, il verso –centrato nella pagina e privo del tradizionale allineamento a sinistra, a bandiera – viene rappresentato attraverso un assetto spaziale che assume funzione dinamica e anticipatrice dei significati seguenti, richiamando certi tratti della poesia visiva. Inoltre questo carattere grafico-visivo del verso viene in qualche modo a porsi come sostituto del metro tradizionale, e la formazione grafica viene ad assumere una funzione strategica nella definizione della cadenza del verso, delle sue pause e della sua andatura ritmica.

I segnali tipografici rappresentano dunque un rinvio a quelli fonici, e i versi privandosi in tutto del metro vengono declinati nelle varie forme grafiche non tanto per attenuare le valenze fonico-ritmiche, quanto piuttosto per esaltarle, seppure nella assoluta indipendenza dai moduli metrici tradizionali.

Anche qui ritroviamo l’intensa vena lirica che caratterizza la poesia di Leda Palma, espressa però attraverso ritmi addensati, incalzanti che si alternano a pause distese e lente, dove la parola sembra placarsi, volgendosi verso una sfumatura di puro accenno, di delicata allusione, spesso marcata da fugaci annotazioni di paesaggi, tracce di orme instabili appena accennate su elementi mobili, sulla sabbia o sulla superficie scarna di un wadi inciso nel deserto. Potremo dire che la sua è una parola nomade, una materializzazione verbale dello spazio geografico e dell’ambiente che viene continuamente richiamato in questo diario poetico di viaggio verso un Oriente che è insieme luogo geografico e spazio dell’anima. Uno spartito ritmico complesso, intrecciato di variazioni inattese che seguono il tono di volta in volta intenso o tenue della parola, un dispiegarsi di voce multicorde – sempre affidata al verso polimetro – che si sgrana in una variabile sonorità musicale o si attesta su un registro più uniforme e compatto, a dire gli estremi di un incontro-scontro epocale dentro una visione del mondo che non si placa se non nella contemplazione dell’oltre, nel superamento del conflitto che contrappone così ferocemente oggi mondo arabo e mondo occidentale.

E se altrove, come è stato notato, lo sguardo dell’autrice si dispiegava tra un Occidente penetrato nei suoi molteplici differimenti e un Oriente assaporato – e vagheggiato – nei numerosi viaggi, attraversato come uno stato aurorale e raffigurato in una dimensione di sottile, mistica spiritualità, qui lo scenario poetico si condensa in un variabile gioco di contrapposizioni, di contese, di antagonismi irrisolti, mediato solo dalla vocazione riappacificante del viaggio, al quale è simbolicamente affidato il messaggio salvifico, l’antidoto alla sofferenza e al dolore che hanno a lungo, con conflitti irrisolvibili, insanguinato buona parte del Novecento e anche questo nuovo millennio, interrompendo quello che nel passato era stato un incontro di culture millenarie.

Nella poesia d’esordio (Benvenuto tu sei viaggio…) sembra trasparire un rito di invocazione prima di intraprendere un percorso pieno d’incognite e dove la stessa percezione del tempo può alterarsi: ma il significato del viaggio va oltre la sua accezione comune, per farsi occasione di incontro e di conoscenza, (…volevo seguire il bramito | il passo ritmato dei saggi | la gabbia aperta di Allah | il pensiero senza confine | abitare un nomade sangue…), per farsi attraversamento di una alterità che non ci è dato apprendere se non penetrando lo spirito dei luoghi, accedendo ai risvolti più nascosti e drammatici delle popolazioni incontrate, esperienza non percorribile in una esplorazione concepita come curiosità o svago per il tempo libero.

Il viaggio è soprattutto occasione di misura e di confronto con la diversità, magari per scoprire le radici comuni di una umanità sconfitta, per ritrovare nel dolore degli altri la stessa difficoltà esistenziale che, una volta rimossa, affiora alla memoria del presente. Il viaggio è anche viatico dentro se stessi, cammino interiore verso il profondo, alla ricerca degli aneliti della propria spiritualità, sentita in un afflato condiviso con quei valori eterni che l’autrice ritrova in quella cultura e in quel mondo altro, a volte in dettagli minimali, che spesso per contrasto esplodono come un grido di fronte alla irrazionalità della morte o alla condanna perpetua alla ghettizzazione, alla povertà, all’odio interetnico e alla guerra (…vado per altri sentieri | di morte che il cielo aggancia | con stormo di vergini | regalo di Allah | ragazzi annidati | di furia | profughi dissanguano | in fogne | che chiamano campi | a strisciare d’assenza | fili spinati l’indice | pronto al grilletto…).

E qui l’Oriente, anche se a volte sembra identificarsi specificatamente nel territorio palestinese o in quello israeliano (Ti guardo Israele |…lontano l’antico tempio | distrutto | nuovo il muro che umilia | separa ad armi puntate), è assunto nella sua dimensione più ampia; infatti il termine si dilata a comprendere una lunga serie di connotazioni geografiche che appartengono all’intera area mediterranea del mondo arabo. Basta andare ai versi di apertura di numerose poesie, per ritrovare una serie di immagini folgoranti, nitide, chiaramente connotanti un luogo e uno spazio (Sobbalza il respiro | la pista battuta |… Controsole a stanare | dal blu del turbante |,,,

Sono qui dentro l’wadi |… È fredda la sabbia di notte |… A onde e barriere dilegua | la sabbia |… Salamandra fulminea |… Rade la duna il rosso del tramonto |… E il viaggio si offre non solo come mediazione salvifica, ma come luogo di conoscenza della vita, dimensione di riflessione e di contemplazione. Attraverso i paesaggi solo accennati attraverso fuggevoli immagini di dettagli – una duna, un colpo di vento, un’oasi, un palmeto, una luce al tramonto, uno splendore solare che annienta, uno sguardo berbero, l’ossidiana degli occhi …nel cielo che avvolge il tuareg, un canto di nomadi del deserto – si va via via costruendo quel mondo d’oriente così amato e frequentato attraverso i ripetuti viaggi dell’autrice; frequentazioni motivate da un bisogno di avvicinarsi a quel mondo, alla sua spiritualità, alla sua cultura millenaria, alla sua tensione ancora attuale tra mondo dello spirito e mondo dell’esperienza, così pervaso da tradizioni di forte legame con la terra e con la natura, ove ancora, al riparo dalle vicende della guerra e dello strazio di una esistenza segnata dai muri della divisione, si può trovare il conforto del silenzio, quale metafora di una pace che pare irraggiungibile se non attraverso una distaccata e solitaria contemplazione, nella sospensione assoluta della parola.

Tu viaggio condurrai | il mio io | al sicuro alimento d’acqua chiara | dove l’ampio respiro beduino | s’abbevera dissolve | in continue morti…. È un ambiente che si svela pieno di fascino e di mistero, ricco di una cultura che pure ha saputo, in altri tempi, sedimentare e nutrire il pensiero occidentale, dialogare, vivere un confronto, acquisire una feconda capacità di ascolto e di relazione.

Il percorso poetico, sullo sfondo di questo scenario, si snoda attraverso due direttrici verbali speculari e contrapposte, una di fronte all’altra, che si osservano, si misurano, si confrontano: da un lato nell’ingiuria della guerra, di un destino martoriato per le popolazioni dei campi profughi o per le giovani vite spezzate dalle cinture di morte, così come per tutte le vittime incolpevoli del conflitto; dall’altra nel silenzio che rimane come sconfitta del dialogo, come limite dalla parola, e che solo nella contemplazione poetica fatta di ritmi e di pause, di suoni e di melodie, di suggestioni e di allusioni, può suggerire una diversa dimensione in cui il dolore, riconosciuto come elemento unificante dello stesso destino esistenziale, possa diventare premessa per una rinnovata conquista di fratellanza e per una nuova parola di perdono.

Alla parola, declinata attraverso le rappresentazioni simboliche di una natura ardua e inaccessibile ma intensamente amata, l’autrice sembra chiedere di assurgere a elemento di riappacificazione degli uomini, e la parola ha la capacità di farsi a sua volta paesaggio e volto, messaggio e metafora, e di trasmettere il significato di ogni segmento del mondo e dell’umanità: sensazione e pensiero, desiderio e speranza, promessa di pace e vincolo di solidarietà.

Le due figure simboliche che trovano espressione nel titolo della raccolta nel prefigurare l’intrinseca opposizione, la dicotomia che pare irriducibile tra la realtà di due mondi, sembrano alludere anche al dualismo antico degli elementi, della natura e della cultura, dell’essere e del divenire, all’alterità originaria, alla differenza intesa anche come differenza di genere tra l’elemento maschile e femminile. E dunque differenza di linguaggio tra la parola femminile, legata al silenzio, ma anche alla generatività, alla vita, all’accoglienza, e quella maschile più consonante all’ingiuria, alla violenza, alla morte. Affiora una dimensione dove il linguaggio poetico sembra nascere proprio per dare voce al femminile.

Recuperando antiche tradizioni arabe, come quella descritta nel suono dell’imzad, il violino tuareg a una corda che accompagnava i canti delle epopee, sempre suonato da una donna, sembra affiorare il richiamo – non detto esplicitamente – alla leggenda della più antica opera poetica ad opera di una donna, quell’ Enheduanna, sacerdotessa della Dea Inanna vissuta ad Ur nel terzo secolo a.C., alla quale sono attribuiti numerosi inni, in lingua sumerica, tra cui il famoso Inno ad Inanna [Il suo nome è il più antico tramandato come autore di opere poetiche nella letteratura mondiale, anche se la validità dell’attribuzione tradizionale è almeno dubbia, anche per motivi linguistici.].

Questa figura femminile è il simbolo di una donna forte, capace di infrangere le convenzioni non solo della vita ma anche della scrittura, e questa presenza di donna così intensa e decisiva viene ripresa nella poesia femminile araba contemporanea: per esempio nel famoso verso della poetessa bahrainita Hamda Khamis: "Ogni corpo è un essere vivente. Ogni poesia è femmina" (da Estasi d’amore).

E seppure i simboli di una condizioni femminile negata  e umiliata (Stormo i burka ala contro ala | nuvole in piena nel suk | …gli occhi sminuzzati | di grata | frammenti d’umano | …brandelli di vita…) siano fortemente evocati in alcune poesie della raccolta, essi vengono tuttavia in qualche modo esorcizzati da una ferma condanna che indirettamente viene marcata, per contrasto, dalla rappresentazione dolorosa della prigionia del corpo e dalla separazione femminile dalla vita sociale e civile (Non un raggio mi colora di sole | avvolta | nella custodia del burka |…non sarò mai fiore | né nome mai sarò | su questo nero foglio di | solitudine. …dentro il tuo burka sepolcro | pensieri sgominati | in guanto di tortura |… l’anima strappata…).

Eppure è proprio da queste donne negate, da queste donne private dei colori della vita che si innalza un senso di pietas capace di suscitare l’empatia del dolore, ed insieme il rifiuto dell’ assurda violenza di morte che travolge questi territori (Groviglio di lacrime il burka | oh madre dammele quelle lacrime |… dammi un desiderio per il figlio | strappato come acino | dalla tua vite madre | e a fianco sarò come te | della morte).

Da qui scaturisce quell’invocazione simbolica al deserto per un futuro diversamente possibile (Erg |… vorrei | …in pace passeggiare | nel pensiero di Allah | in speranza convertirmi…) e soprattutto per sconfiggere quel semprenero di madri che sembra oscurare perfino la bellezza dei luoghi e la loro solarità vitale. Dalla forza di queste donne, continuamente violate dalla morte nei loro ventri materni assunti come sacrari, dal sentimento della partecipazione al loro dolore, scaturisce la volontà di andare oltre, (…non rimanga la pietà | in eterno inchiodata | nel grembo della madre…) di prefigurare un mondo dove la differenza non sia barriera ma dove chiese e moschee possano essere templi di tutti, nella preghiera del silenzio.

Da un lato l’ingiuria della violenza, della sofferenza e del dolore irreversibile, dall’altro la capacità di accoglienza, di ascolto, di silenzio – appunto – della donna, della madre, che sa riconoscere nella fibra del dolore la medesima umanità condannata alla sofferenza. Non ci sono vincitori e vinti in questa lotta perché gli occhi della madre sanno leggere la medesima mutilazione dall’una e dall’altra parte. E nell’icona dolente della madre dilaniata dalla stessa cintura di terrore che le ha strappato il figlio, l’autrice rappresenta – attraversando con grande delicatezza e lievità l’immagine della propria madre perduta (raccoglierei tutte le acque del cielo | madre nei miei occhi | per ridarti il respiro sottile…) – il dolore della madre simbolica, quella sofferenza femminile universale che si concretizza di fronte allo sgretolarsi della vita, di fronte alla caduta e alla perdita della speranza dell’uomo, incapace di costruirsi un destino di pace.

La poesia di chiusura (Torna madre | sotto la croce ad esser madre | di tutti noi…), con una densità di immagini che stringono insieme le figure più significative della raccolta e circuitando le varie suggestioni dei simulacri della madre, non a caso sigilla questa pietas materna come unica speranza di una nuova umanità (…solo da te inizierà | il percorso nuovo | non più mine nel cuore | ma stelle…) e svela il senso di un dono che ci viene consegnato a sua testimonianza come capacità di amore e, con un leggero e innocente gioco verbale, come necessario, irrinunciabile, perdono.

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