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Prefazione a
Là dove l'ombra

Gualtiero De Santi

Su una duplice partizione si disvolge eminentemente quest’ultima raccolta di Leda Palma (la terza, va ricordato per memoria, dopo quella dell’esordio nel 1996 con Ho ripiegato l’alba prefata da Stanislao Nievo e dopo I rami fatti cima del ’98 introdotta da Plinio Perilli). Due tempi nei quali vengono scanditi i trasalimenti inquieti della mente e dell’animo, i dubbi interiori e insinuanti revulsioni, le accensioni sensoriali al buio della realtà, le insorgenze esistenziali.

Uno per l’altro, questi passaggi intarsiano e nella loro maniera ricompongono una vicenda personale ed espressiva in cui l’obliquità dell’esperienza incontra primamente il varco della natura. Dentr’esso immettendosi e sfrangiandone i contorni ma in quello stesso spazio riannodando il legame con le proprie radici (tema, quest’ultimo, affrontato anche nel secondo libro).

Questa terza raccolta di Palma si chiude infatti con un’ariosa e melica composizione trasmessaci nella doppia versione dell’italiano e del neo-volgare. “Dove vai garofano”. “Dulà vatu sclopon” | Seriose ’o pedalavi | e il ridi dentri il pet | al businave”. La vocazione musicale dell’autrice, un po’ compresse nella prima parte del libro (a malgrado delle quartine a rima incrociata che vengono collocate in apertura), si ripristina nel suo secondo tratto, per comporsi ed alla fine emergere nella sua piena libertà.

Allorché si inclina a compitare e nuovamente ripercorrere le stagioni passate, le stesse entro cui si addensa il primo tempo della propria esistenza, il gettito del ritmo non si attenua e neppure si rallenta. Al contrario l’esecuzione scritturale si muove con leggerezza e abilità, sull’onda di una tensione che la sospinge e dilata sino al momento di riafferrare il senso possibile o soltanto immaginato nei sogni. “’O soi restade vive | in fonz dai toi voi | verts”.

Il movimento interno e formale di ogni singola lirica della Palma sceglie a propria volta un’articolazione scandita su due tempi. C’è dapprima l’accostamento alla prensilità e visività delle cose, con un affondo nella percezione della mente e dello sguardo e, a partire da quei tratti, nello sbriciolio di parole che le liriche elargiscono e celebrano. Il corpo della scrittura si allarga e si distende a macchia: si struttura sopra l’intarsio dei contrari.

Tuttavia le parole s’infrangono come che sia contro il muro delle realtà evocate, giusto in quel loro interinato sottrarsi alla lingua che fa parte del gioco poetico. Per dirla con le immagini di una lirica, si debbono arrestare di fronte al segreto delle cose vive: “volano enigmi | v’è un limitare al cielo”. Quel che si compone a fronte dello sguardo e della percezione poetica, è una silente radura oltre cui si presentono intime e fragili vibrazioni. “Resta in ascolto sempre | dischiuditi fin d’ora | all’incontro con te”.

Dopo ogni soprassalto di emozioni e stupori che si estendono sulla materia espressiva e poi subito si sospendono, appresso ogni tremore della luce e dell’aria sgorgano finalmente le parole concrete e pur sempre impercettibili, pronunziate da tempo. Se la suggestione delle cose circostanti ( e l’occhio che ripiega all’interno, giù nel fondo della coscienza) fornisce il primo appoggio all’ispirazione, l’ostacolo opposto dal segreto della materia – e correlativamente dal segreto dell’esistenza – dirotta giusto l’espressione verso una tonalità musicale, in un primo tempo appena appena affiorante ed implicita, indi nettamente dominante.

La ricerca di una sorgente d’armonia – anche nelle parole e nei versi, non solo nel concetto poetico – risultava di già operante nel lavoro di Leda Palma. Una certa cesellante compitezza era presente e appariscente nella maniera di elaborare le frasi, di stendere i versicoli, nell’ineccepibile eleganza dei costrutti: “Il vento si fa statua | nel borgo di commedia | così chiara la luna | che m’attonda”. E ancora: “Come la sera abbuia la finestra | il segreto m’opprime delle cose”. E poi, L’ombra svigilo | dietro un covone”. Che introduce il tipico stilema avvitato in una forma verbale miniata e contaminata: “mi fessura il cielo”, “insieme ondiamo mare”, “screta la vista-acuta”, “strecciare onde”.

E’ una modalità colta, che si potrebbe far risalire a certa screziatura di tono ermetico, tradotto e sarchiato dalle necessarie letture. Le più soventi volte accorre nullameno la metafora: “Campanellano i tetti”, “Mi sfiamma quest’ora di sera | m’inclina a un amore | inventato”. Un impasto tuttavia ricondotto all’unità di una scrittura mossa e partecipe.

In un simile operare la materia lirica si fa via via più leggera; tende a sfumare, presso che a svanire, appena trattenuta dal richiamo alla vibratilità dei suoni e all’astanza dei referenti. Diverse poesie inclinano a un tono cantilenante, con riprese di incipit e sciolti abbandoni strofici. “Sera sera dell’incontrarti | in quel caffè che mai avrei osato | se non col tuo sorriso | e la tua mano fiore nella mia | Sera sera del tuo offrire | nell’umiltà della parola | fiato del cuore | in acqua a convertirmi | e melodia”.

Superata di poco la soglia del secondo tempo, la dizione poetica viene trascinata a un canto sospiroso anche in virtù di un incanto d’amore. Che compie –in uno con la poesia – il lungamente agognato ritorno nel cuore delle cose con le stesse che intervengono sulla mente e sui sensi in forme acquoree ed aeree. “Una goccia sull’attimo cade | poi due tre s’è deciso il cuore | a sciogliere gli ormeggi”.

Gli ondanti richiami lessicali sono dunque anche richiami ritmici e musicali (“Incontrarti domani | con un abbaglio d’amore | attendimi domani”). La reiterazione dei medesimi costrutti o versicoli (“solo per l’amore | solo per amore”) fortifica lo scintillio della voce quando essa affondi nella piena dei sensi e nel correre delle figure.

Non con questa la scrittrice trascura di lasciar emergere i tratti concreti e teneri di una propria visione delle cose. Così l’orchestrazione della pagina – che mai si vieta una allure libera e liricamente discorsiva – si conduce sulle proprie più peculiari legature: punteggia la materia intima pur mentre scrosta nella propria immaginazione la sostanza dei fatti; gioca col buio e penetra l’angoscia, barbaglia nella luce e nelle piene del corpo; respira il ridere delle cose e accetta il proprio corso. Scivola tra le crepe degli avvenimenti, poi si risveglia e scuote e batte all’unisono con il mondo.

I limiti consentiti dall’esperienza – anche da quella espressiva – non vengono infranti o superati. Ma se s’accende il sentimento (di deprivazione o all’incontrario di letizia), se il discorso compiuto dai versi si allarga ed amplia in flussi musicali, questo succede per quelle valenze destinali che la poesia incontra nel proprio cammino (“mi calzo il destino | un po’ muffito”). E alla fine, il canto esiste per gli albeggiamenti della sorte, e quando raggiunge certe traslucide trepidazioni, allora sì che la scrittura di Leda Palma, prima che rientri il buio, incontra il luogo di rappresentanza della propria vocazione interiore.

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