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Prefazione a
Rose novelle

Susanna Schimperna

L’arte di narrare è rara, e Leda Palma la possiede, l’ha affinata nel tempo e, soprattutto, la sa praticare con grazia e senza inutili compiacimenti. Persino in certe lunghe descrizioni (di paesaggi, di stati d’animo), lunghe perché ormai non vi siamo più abituati, riesce a tener viva l’attenzione, a non risultare mai superflua.

Quando gli scrittori italiani si mettono a scrivere di emozioni, novantanove volte su cento risultano insopportabili, autocompiaciuti soprattutto nei difetti, nei tic, nelle lagne. Furiosamente e incivilmente convinti che il loro pigolare un po’ isterico abbia l’importanza e il fragore di un grido, e la banalità delle esperienze che raccontano sia fonte di meraviglia continuata. Leda Palma usa invece toni sommessi. Il ritmo delle sue frasi è quello del ricordo. E la protagonista dei suoi racconti, Rosa, è una bambina pudica ed educata che non dice mai “io”: la narrazione è in terza persona.

Ma bastano poche righe e siamo con Rosa, insieme a lei, dentro di lei. Sentiamo gli odori che lei sente, vediamo le cose che lei vede, viviamo nel suo tempo, anzi nel suo spazio-tempo, lo scenario della campagna friulana su cui s’innesta la tragedia della seconda guerra mondiale, una guerra che arriva alla bambina attraverso le facce graffiate dai rovi dei giovani soldati che per rendersi graditi alle belle sorelle si sono offerti di raccogliere le castagne al posto loro, il sorriso del giovane vicino di casa che prima di partire per il fronte schiaffa sulla testa della piccola amica, per gioco, il suo cappello d’alpino, il russare terrificante dei due anziani coniugi che si sono trasferiti a casa sua avendo lasciato la loro agli occupanti. Quel russare che trapana i muri. Quel russare gagliardo. Più forte, nel ricordo, delle bombe. Perché poi è proprio questo lo strano affascinante meccanismo della memoria: procedere per dettagli, amplificarli, mitizzarli. Dettagli che diventano simboli e parlano un linguaggio universale. Scrisse Oscar Wilde: “Le grandi cose della vita sono ciò che sembrano essere, e per questa ragione sono difficili da interpretare. Ma le piccole cose della vita sono simboli. Noi riceviamo le nostre amare lezioni assai più facilmente attraverso queste”.

“Le note dell’organo fiumavano lungo le navate vuote, oscurate da un largo ombrello di maltempo, si rincorrevano rabbiose da un altare all’altro, dalle prime panche firmate all’ultima sbilenca dove i ragazzini attendevano la dottrina scalciandosi e ridacchiando, il gelo gonfiava di rosso mani e naso, i piedi si raggrinzivano negli zoccoli di legno, più si spintonavano più fiotti intirizziti penetravano nelle pieghe della mantella…”. Siamo già vicino a lei, vicino a Rosa. Bambina con mani e naso gonfi dal gelo, piedi calzati in zoccoli di legno, eppure allegra, indisciplinata come tutti i bambini in chiesa. “Rosa non amava il catechismo, un refolo di paura le saliva lungo la schiena ai dieci comandamenti e agli altri imperativi di cui era nutrito, preferiva il martirio delle ginocchia sul piancito durante lo scampanellio delle funzioni, lo stordimento dell’incenso, il rapimento dell’ostia consacrata che lei sbirciava di sottecchi”. Una descrizione sobria e insieme acutissima di quello stato d’animo mistico e romantico che fa preferire ai bambini, ai folli, agli ingenui, ai “semplici” (quelli “pieni di paura e desiderio, di devozione e selvagge passioni”, come li definisce Jeremias Gotthelf), le cerimonie e le funzioni, i rituali e le temporanee mortificazioni della carne. E gli eventi danno ragione a Rosa: il catechismo, che lei detesta e teme, diventa un disgustoso pretesto per il cappellano lascivo. Lei, così piccola, sa reagire, e quanto. Scappa disperata e piena di rabbia, di vergogna, di impotenza. Urla in silenzio la sua ribellione e la sua sfida: è una questione fra lei e Dio, quel Dio che l’ha ingannata coi suoi preti infidi, gli altri non c’entrano, non ci pensa nemmeno a confidarsi. Solo più tardi, a testa alta, in chiesa, quando si troverà da sola col cappellano, l’urlo eromperà col disprezzo di uno sputo: “Mi fai schifo!”. In cambio uno schiaffo, ma che importa, lei ripeterà quell’urlo ancora. Un’altra descrizione ineccepibile, toccante, realistica. Che introduce un tema su cui vale la pena riflettere: al di là della pressione sociale che in una certa epoca ci chiede di tacere e in un’altra di denunciare, la decisione di elaborare in assoluta solitudine un’offesa così grande come quella della molestia sessuale può essere non una scelta, ma una necessità intima, profonda, non discutibile. Perché ci sono atti nei quali agiscono ben altre forze che un imbecille inconsapevole o un criminale cosciente, ed è con queste forze che occorre fare i conti, che la vittima deve vedersela, per superare il trauma. Rosa piccola ce la fa. Come ce la fa nei successivi dieci racconti/capitoli, tappe di un’infanzia che termina con l’apparire del sangue mestruale (e le sensazioni di una dodicenne che nulla sa della fisiologia del suo corpo, come accadeva a quel tempo). Tappe di un percorso della memoria in cui il lettore sempre più assume il punto di vista di questa bambina. Capisce il suo modo di sentire. Cammina con lei. E’ vicino a lei.

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