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Postfazione a
Sole d'Aral

Arnaldo Lucchitta

Il soffermarsi sull’età puerile sta spesso ad indicare, a livello inconscio, la proiezione del proprio io in una dimensione del passato in cui ci siamo riconosciuti, uno spazio prossemicamente spirituale, un’intima immersione che richiama i primi tempi dell’esistenza attraverso un processo a rebours di individuazione personale, ammirando e rimpiangendo ciò che vorremmo ancora essere e che più non siamo.

Penetrare il trepido mondo in formazione di una bimba per disgelarlo e accostarlo a quello smaliziato di un adulto, anche se intriso del volo purificante della poesia, può destare qualche perplessità, in specie se il legame affettivo è molto stretto: soprattutto per questo il lettore non sprovveduto è allertato, paventando possibili cadute, nell’ordito della versificazione, con patetismi ed eccessive effusioni sentimentali. Ciò non è avvenuto nella raccolta poetica che Leda Palma ci offre con grande pudore espressivo e consumata perizia stilistica.

I versi sovente distesi, che non rifiutano a volte la forma chiusa dell’endecasillabo, l’uso sapiente della cesura e dell’inversione, l’impiego di suadenti metafore, la danza innamorata delle parole, soavi di significante e significato, conferiscono alla silloge un’aura particolare, delicatissima, quasi immacolata: da un lato assistiamo al fiorire di una giovane creatura (Lara), dall’altro al ri/fiorire dell’autrice che le vive accanto e ne trae essenze rigeneratrici che placano angosce e timori, amarezze e delusioni presenti e passate, fino a scoprire che, forse, il segreto della vita si cela tra le pieghe di un dolcissimo sorriso, in giochi infantili e frasi istintive e che non è tardi per rinascere innocenti.

Se corrisponde a verità che il nostro destino è impresso nel nome che portiamo, anche il nome Lara è “scolpito di segnali”: dalla sua scansione, il la, che come un’ala s’alza di canto, dà il via al meraviglioso concento della natura, ravvolta nelle braccia di Ra, il dio egizio del sole, mentre l’ara è l’altare su cui la terra ripone i suoi generosi doni e a cui la poetessa ha offerto il proprio amore e la propria devozione.

Numerosi incipit di rara bellezza (ne riporto alcuni: “preme la notte sulle tue ciglia | come foglie planano | di sogni dissemina le stelle”, “ impazienza di sole t’apre gli occhi”, “colmo di te quest’angolo di terra | il tempo depone nelle tue mani…”), la notevole efficacia di molti versi, che a volte hanno la sinteticità e il nitore del haiku (la luna nevica tra i rami, quieti i gelsi ornati di tramonto), il senso salvifico della luce che promana dal corpo della bimba e da ciò che la circonda e di lei s’illumina, fanno di questa silloge un tuffo in un tempo senza limite (ormai non ho più tempo | ma tanto | da perdere con te) dove la meta più prossima è l’eternità, raggiunta nell’attimo in cui la morte effimera si fa sonno e sogno (sosto un’eternità sul tuo tepore | umido di sonno) perché, oramai, altro è il cammino | che il tempo m’abbandona.

Da queste mie parole, parrebbe trattarsi di poesia dilettosa ed evasiva. Non è affatto così.

Il nome russo della bimba, affidato al vento che ne riporta l’eco tramutandolo in Aral, non può non rammentare all’autrice il lago del bassopiano del Turchestan, violentato e devastato dalla stoltezza umana: al centro c’è l’isoletta di Vozrozdenie che fu luogo di svariati, aberranti esperimenti compiuti da scienziati sovietici fino al 1992, quando nei bunker delle basi segrete dell’isola furono sepolte tonnellate di bacilli di antrace. Lo scempio compiuto con diserbanti e pesticidi fa sì che questi evaporino insieme al sale rendendo sterile e malata la terra: un ecosistema ricco di vita è ora popolato da foreste e acquitrini, da barche arrugginite, abbandonate dai pescatori costretti a lasciare i villaggi in quanto la pesca e la cacciagione sono quasi del tutto scomparse. A causa di quanto è stato detto, gran parte della popolazione che vive in quei territori è affetta da anemia e la mortalità infantile è di circa l’ottanta per mille, circa dieci volte maggiore della media europea. E il pensiero corre al nostro Occidente dove dilagano il benessere e un diffuso consumismo, che non esistevano ai tempi in cui i nostri avi emigravano per guadagnare quel tozzo di pane necessario a sfamare i loro cari; corre ai tempi in cui infuriava la guerra e agli anni ad essa successivi (Una bambola avevo | di stracci | tu | mille giorni in uno) allorché, pure nella povertà, non veniva meno la gaiezza infantile. Leda Palma si augura che sull’Aral e sui luoghi circostanti possa un giorno risplendere un sole benefico e ristoratore di cui Lara, simbolicamente, è favorevole auspicio (a questo punto io ti chiamo sole) in modo che un po’ meno infausto appaia il futuro dei pescatori che oggi si trovano ad alcuni chilometri dalle rive di un lago quasi completamente estinto poiché i grandi fiumi che lo alimentavano sono stati incanalati, drenati e prosciugati.

Ma il pensiero corre anche all’Armir, l’Armata italiana che partecipò alla campagna di Russia durante il secondo conflitto mondiale, che fu travolta dall’offensiva sovietica e decimata dal gelo. Anche sulle zone, dove decine di migliaia di soldati persero inutilmente la vita a seguito dell’insensatezza del potere, brilli perenne il sole della memoria affinché il loro sacrificio non venga offuscato dal tempo.

Nei versi della raccolta che qua e là si soffermano in particolar modo sui luoghi e sugli eventi citati e le loro conseguenze, il presente e il passato, inseriti in un contesto storico-sociale, si rincorrono e si intersecano, con una sensibile partecipazione e con sofferte considerazioni da parte della poetessa, mettendo a nudo le angustie e le lacerazioni di esperienze filtrate attraverso la coscienza personale e quella collettiva.

Al di là di ciò, in Sole d’Ara” è la natura – nelle cui componenti la stessa bimba viene non di rado immersa con valenze paniche – che fa da sfondo e alla fine trionfa sul mare desolante della vita, che soffoca dubbi e inquietudini, che fa rifulgere il Friuli, oscura terra di confine e di addii: immagini, allegorie, trasposizioni, simbologie vengono rapportate a quanto di più bello e vero circonda l’uomo, riconducendolo ad un’esistenza più serena, più libera, in empatia con quel canto che primieramente gli si addice e lo affina.

A lettura ultimata, un diffuso tremore permane a lungo nell’animo, segno che Leda Palma è riuscita a raccontarci non una mielata favola, ma la realtà, spesso amara e crudele degli eventi umani, temperata dalla presenza di chi amiamo e siamo riamati.

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