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Prefazione a
Sole d'Aral

Anna Buoninsegni

Un percorso di coerenza stilistica ed esistenziale emerge dalla produzione letteraria di Leda Palma, che nel tempo si è andata stratificando, come fotogrammi di un archivio testimoniale, in pagine di poesia e di prosa. E così alla silloge d’esordio Ho ripiegato l’alba (Edizioni Tracce, 1996), si sono affiancate prove sempre più sicure nel dettato, come I rami fatti cima del ’98 e, nel 2000, Là dove l’ombra, entrambe edizioni Fermenti, fino all’attuale Sole d’Aral, anagramma di Lara, incarcerata forse dentro il nome, mantra evocativo di molteplici suggestioni (“nella neve poi sillabe mistero”) . Ma anche i racconti Rose novelle sono un vero grido che si solleva dal cerchio quotidiano che si stringe intorno alla nostra esistenza, annota con acutezza Edith Bruck.

La fluidità di una vena segnatamente lirica, con ritmi che “si aprono o talvolta si scheggiano con effetti coinvolgenti d’espressività e allusione”, sottolineava Maria Luisa Spaziani, reclama la necessità del dire, di un pronunciamento condiviso, oltre la forma stessa della soggettività dell’autore. Avvertita è la presenza costante di un interlocutore, un “dialogante”, o meglio un deuteragonista che sviluppi il messaggio dell’autrice-attrice, accorta interprete dell’azione scenica nelle intime movenze ed espressività, messe in campo con registi di primo piano.

Lo scenario allusivo e fecondo si dipana in questa, come nelle altre pubblicazioni, lungo una linea mobile – rileva Plinio Perilli – tra un Occidente culturale, stratificato di rimandi, tramonto e occaso d’ipoteche razionalistiche, e un Oriente viaggiato, perseguito e conquistato come alba, aurora d’una immota, rarefatta spiritualità non dogmatica.

E’ la destinazione salvifica e ancestrale della parola, che si tenta di portare alla estrema conseguenza della totalità, cercando nel frammento le tracce del macrocosmo, come anima | dal buio della terra | mutevole ed eterna.

Se è vero che i poeti – dice Mary Shelley – sono i non riconosciuti legislatori del mondo, ebbene Leda Palma, friulana di origine ma romana di adozione, fissa un passaggio di confine tra la univoca e cruda raffigurazione del reale, “dei vivi stuprati di sogni” e un “canto che scoperchia il mondo”, ineludibile tensione a una cosmica armonia, a una ricomposizione – forse impossibile – di forma e sostanza, di una mai appurata età dell’oro ante-litteram, di pianta primordiale | in gloria d’innocenza. Nel susseguirsi di immagini icastiche (tragitta un merlo lo spazio del vetro, l’isoletta che al centro fu il suo cuore), un lieve nitore focalizza l’oggetto amato, la presenza vagheggiata (impazienza di sole t’apre gli occhi). Il tentato esorcismo del male (scivola via il dolore come un guanto | sbrinano gli occhi zolle di tempesta) cerca di porre riparo con un gesto di pervicace dolcezza (andiamo cara mano nella mano) alla caducità straziata di una terra spinata.

Per riprodurre quella che un tempo i filosofi chiamavano vita e che ora è relegata ad apparenza o puro consumo, il poeta sceglie una scrittura polimetra. L’endecasillabo emerge nel verso sintattico lento e cantato e la scelta di una limpida sonorità di pause e variazioni tonali espone alla suggestione semantica la parola. C’è in questi versi una focalizzazione visiva che sembra emanare dalle cose (l’erba a fasci d’allegria) mentre una prospettiva a campo lungo apre fughe improvvise verso una visione mitica. E allora il racconto si fa allegoria, fotogramma, in una confessione di continuo sollevata dal puro diarismo, come in attesa di una rivelazione (oltre frontiere anch’io un giorno d’aprile).

Il ritmo, la parola producono spazio e gesto di purezza, si fanno sussurro e allusione di luce ma sanno rendere anche il silenzio. Così lo sguardo che intorno si volge incessante alla ricerca di una terra nuova, non appartiene più solo a chi vede ma partecipa del rito iniziatico della parola e non smette ancora il sogno di fiorire.

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