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A un amico che chiedeva spiegazioni

Caro Gigi,
capisco che il lettore possa domandarsi che intendono essere quei versi che io non chiamo poesie. Le parole vi si affiancano per abitudine cioè senza quelle inedite frizioni che fanno scintille e che ti fanno vedere il mondo con occhi nuovi. Sembra inutile cercare un senso riposto. Avrei fatto bene ad avvertire, come pensavo di fare, che "non c'è una introduzione perché queste parole dicono quel che dicono e basta". È vero che avrei però aggiunto in fondo alla pagina, in caratteri piccoli piccoli - e questo sarebbe stato l'unico segno di poetica ammiccante ambiguità - questa domanda: "ma sarà proprio vero / che questo è il mio pensiero?".

Chi scrive se ne sta piedi a terra , testa china a guardarsi l'ombelico (come si usa dire con squallida immagine), rinunciando al cielo, al mare, alla natura, ingredienti naturalmente poetici. La natura in realtà compare una volta in una specie di panoramica o, meglio, di carrellata , in una filastrocca finale che finisce male, cioè con la previsione allegra di un cataclisma universale. E qui solo prendendo in prestito da Montale "la cenere degli astri" si respira per un momento un'aria poetica.

Perfino la memoria, tema privilegiato della poesia anche per me che ero nata leopardiana, compare nella prima pagina per annunciare le sue esequie, protratte nel tempo ma poi definitive. E' vero che l'orizzonte in questo percorso sembra allargarsi: dalla più chiusa e dimessa contingenza del piano ravvicinato iniziale (l'ultimo mucchio di panni da lavare, ultimo segno di una presenza viva) si tenterà addirittura, in tempi più oziosi, un volo spaziale per calar di nuovo, delusi, a pianterreno (si raggiunge una cometa per scoprire che era solo "un sasso bitorzoluto"). Per finire con l'ultimo inganno di un "giro d'isola" anche questo, si è visto, catastrofico e nullificante sotto un'idillica apparenza.

C'è forse la possibilità di consolarsi dopo tanta delusione arrivando a cogliere un senso secondo, magari più poetico e più gratificante? Negavo che ci fosse. Mi limitavo a osservare la non casuale scelta di una espressione-comunicazione conforme ai criteri se non della razionalità almeno di quella ragionevolezza che porta a evitare suggestivi scarti dalla norma e dalla logica comune. Ma, a guardar bene, la realtà qui si rivela molto meno sistematile su un piano di comoda univocità. Non si cela nelle parole il mistero delle cose e nemmeno nel principio di non contraddizione. E la contraddizione stessa, cioè l'associazione di due termini per opposizione forse fa essa stessa parte dell'inganno. Si scopre che la morte non è il contrario della vita e questo non perché la vita continui, come in fondo si desidererebbe, ma perché tra i due termini si può cogliere una totale estraneità. E proprio il sospetto che il principio di estraneità sia la chiave per leggere la vita e il mondo è il sentimento che raffredda questo dettato sottilmente tragico o nichilista nonostante il fermento che si nasconde nel sottosuolo dell'inconscio.

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