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Prefazione a
Dimentico sempre di dare l'acqua ai sogni

Raimondo Venturiello

Dimentico sempre di dare l'acqua ai sogni racchiude in dense pagine i vibranti riflessi emozionali dell'intimo diario in versi di Francesca Pellegrino, frutto di forte introspezione su temi la cui portata tende ad ampliarsi, trainata dalle ansie dell'io nel ricercare o auspicare intorno a sé ciò che non trova: la sostanza autentica di quelle che spesso sono vuote parole, quali amicizia, amore, dialogo, serenità.

Ne "I silenzi imbastiti dell'incomprensione" si legge che «Qualche volta | non esce che un filo di voce | ... | E sulla bocca si imbastiscono | mille anni di silenzi: fatti di timore per quanto è intorno e di amore per quanto vive dentro e rassomiglia | ad una mano che cerchi | una carezza». Sapendo, con Simone Weil, che "come per la musica una poesia esce dal silenzio, ritorna al silenzio", in questo andirivieni si accentua il timore-amore ben espresso in "Lapis": «Devo fare la punta | l'ho consumata | a dalle e dalle di parole | ... | Al momento blatera | segni senza un contorno perché c'è la mano che imbroglia | il tempo coi chiaroscuri | dell'anima».

E l'Autrice tocca, proprio con "mano", il problema cruciale per il poeta, quello della indicibilità o minima dicibilità dei "chiaroscuri dell'anima", affermando in "Stars" la sua convinzione che la poesia è cosa seria insieme alla stoccata, a chi non fosse d'accordo, che c'è poco da scherzare: «Siamo quello che siamo | ... | c'è soltanto un unico sole | e ogni tanto qualche pianeta | ... | che ci si illumina e | s'improvvisa stella o poeta | Del resto | anche Hitler suonava il violino». Amaro il sarcasmo, Francesca non si accontenta di prendere atto che "siamo quello che siamo", anzi vuole verificare se ciò che è reale sia, chissà, hegelianamente anche razionale.

Ha così inizio un tormentato itinerario a partire dall'ingombrante bagaglio memoriale, di fronte al quale il rischio di ritrovarsi, come nell'omonima lirica, "Fragile" quando «Alla fine | questi occhi sono tutto ciò che resta, fa sì che ritrovi energie per reagire: non venitemi a dire | delle soglie sveglie d'attese | figlie di una foglia che cade | vergine e rossa | Come la bocca di una puttana». E qui, per il tono dolente, Francesca ne ricorda un'altra, quella da Rimini: "Dirò come colei che piange e dice" (Inferno, V, 126).

Da quel che è stato a quel che è, l'Autrice prosegue il cammino introspettivo, s'interroga e faticosamente si scava dentro. A volte è un viaggio nel buio, come nei versi di "Tutto il sole senza": «Sperando Di | sperando un po' di luce» (in "Luci spente omissis") perché «Questo buio | è un albero che non ha più radici | Si sono seccate di sole». Altre volte è un viaggio nel vuoto: in quei "Vuoti che di me non resta", tali da lasciarla alle prese con "Il rumore del vuoto" o con fatti ed eventi "Desaparecidos" o avvolta in un "bianco" di me che «sono aria in mezzo agli angeli | e sogno forse | sogno lo stesso sogno | di sempre di sempre ad invocare: portatemi via | quest'aria | che ho aria crepata nel cuore». Altre volte ancora è un viaggio tra cocci: con i pezzi sparsi per tutta la stanza (in "Broken") e «con silenzi masticati per questa fame senza denti | ... | morendo – mille volte al giorno – tutto il | maletempo» (in "Fuoritempo e dentro") oppure in luoghi dove «sembra | siano passati i ladri» (in "Cose rimaste. Senza") o dove restano "Sedie certamente scomode", oltre che sotto un "Cielostagno".

Con l'addensarsi di tessere che ulteriormente ingrigiano il desolato mosaico di precarietà e smarrimento (quali "Stanno tutti bene" o l'icastico simil-haiku "Bilie"), subentra, pungente nell'animo del poeta, la cognizione del dolore e della solitudine: in "Old" osservando «solo cose andate a male | Del resto anche io | ho un buco nuovo di zecca e | qualcosa come di ruggine | Tutt'intorno»; in "Vele" abbandonando ogni «cosa troppo vecchia e | sporca»; in "Erase alt" quando la nausea è tale che «mi infilo le ore in avanzo | dentro la bocca | due giri dita e | puf»; in "Ragdolls" che testimonia sensazioni di totale impotenza; fino a percepire, in "Missing", che «non si muore | se non ad ogni istante | restando», e a ribadire, in "Forever", che non si finisce mai di morire, con il dubbio estremo nella chiusa di "Aged", tale che «Mi arrendo alla gravità del tempo e | chissà se | l'alba smetterà di urlare | nei miei capelli».

La dominante centralità dell'io si rafforza ulteriormente quando l'Autrice volge lo sguardo intorno a sé e si rende conto di quanto sia aspro il confronto con l'altro da sé, in situazioni conflittuali, variabili dall'incomunicabilità sorda e soffocante allo scontro aperto in una guerra a due, quasi sempre senza sbocchi. Tant'è che si profila la resa, anche motivata, in "Ken", dall'autocritica: le donne non lo sanno neanche loro | quello che vogliono.

Se la conclusione è coerente con la convinzione di Emile Cioran che "E venale la nostra memoria: sostiene la causa dei nostri dolori, si è venduta ai nostri dolori", da altre composizioni emergono il superamento del blocco interiore e la volontà di affrancarsi dal passato: in "Shut", perché «Il chiodo che ho nel cuore | non fa più sangue», e in "Save as" con la precisa certezza che «In fondo | mi salvano solo questi | due centimetri di cuore | appena».

Con queste due liriche, tra loro complementari in quanto ciascuna speculare e reattiva ai contenuti dell'altra, la rotta del poeta è orientata verso l'approdo; non alla maniera di Ulisse, ad inseguire la lontana Itaca, ma cercando nel fondo stesso della natura dell'uomo ciò che è in lui anche se lo trascende: la creatività, sua aliena scheggia, che sempre aleggia nei versi di Francesca Pellegrino.

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