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Prefazione a
Alle fonti del Lete

Francesco D'Episcopo

Consuntivo

Il sentimento, il pensiero, che si fanno parola, poesia, confidano la vita di una donna attraverso segni essenziali, esemplari, nei quali si condensano i transiti delle stagioni, non solo quelle atmosferiche, ma quelle che sedimentano nel fondo di un vissuto intimo, intenso, fatto finalmente di realtà e verità allo stato puro. La poesia funge, in tal senso, da filtro alle scorie del quotidiano, centellinando ciò che resta da ricordare, da amare, da desiderare, da sognare, in piena sintonia con se stessa, senza finzioni e ipocrisie, senza le molte maschere che la vita costringe ad indossare.

La nostra autrice ha sempre combattuto una battaglia coraggiosa in nome di una intelligenza e sensibilità liberate da falsità, affidando alla letteratura il compito di svelare compromessi, consumismi sempre più avidi ed assurdi, per ricondurre il discorso alla sostanza delle persone e delle cose, quella che non ammalia tradendo. Questa voglia irrefrenabile di verità nasce da una esperienza diretta, che è stata nel corso del tempo costretta a misurarsi con una realtà precostituita e soverchiante, che ha spesso costretto a rimuovere e a dirottare altrove le pulsioni più assolute ed autentiche. La poesia si fa, soprattutto, portavoce naturale, spontanea di queste ultime, che tornano a sgorgare dalle sorgenti della vita e della memoria, rivendicando una loro inalterabile verginità, verità. E il discorso ora si distende, ora si condensa in un consuntivo, carico di rabbia e di amore, di tenerezza e di protesta, di realtà e di desiderio.

La Pessina, frontalmente, attacca il nostro tempo, invaghito di falsi messaggi e miraggi, e si concentra su ciò che conta, sui sentimenti più profondi, sulle cose più vere, rinunciando spesso a pensare troppo per abbandonarsi al fluido amniotico dell'esistenza, che si raggomitola su se stessa, sognando un bacio, una carezza, un gesto di fiducia e d'amore. Il consuntivo si fa allora struggente, spietato, registrando abbandoni ed assenze, mancati riscontri a richieste di aiuto, di conforto, di condivisione. Ma la vita è spesso dura e – come la poetessa ricorda – ci è concesso marcare il biglietto di sola andata per l'umana avventura.

Resta però la poesia come sicura compagna di viaggio e ad essa chi prova a vivere affida la sua sostanza più intima, amoreggiando ed armeggiando con le parole, le quali, nell'uso comune, non bastano a dire ciò che si vuole dire, quel più e quel meno, che non sempre i vocabolari registrano e che bisogna quindi reinventare come nuova lingua per un tempo che continua a non bastare a se stesso. Nella babele del Duemila non ci si può accontentare di un linguaggio scontato, obsoleto; occorre assecondare i ritmi frenetici di un quotidiano irregolare, incontrollabile. Lo sperimentalismo linguistico serve a riprodurre i ritmi alterni, sussultori di una realtà ardente, sfuggente. Dopo una esplosione di ceneri e lapilli, di fumo tossico, ciò che resta è la lava nera del tempo, che resuscita il rosso fuoco della passione, sempre all'erta.

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