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Prefazione a
Pensieri nel cappello

Francesco D'Episcopo

Babele

Anna Gertrude Pessina occupa un posto, senza dubbio, singolare nel panorama della letteratura napoletana del nostro tempo: in poesia e in prosa.

Questa nuova silloge di racconti, tutti rigorosamente dedicati a personaggi femminili, lo conferma esemplarmente. Il linguaggio subito balza all'attenzione del lettore, con le sue spire sperimentali, che avvolgono l'immagine, l'idea, portandole ad un limite estremo di essenzializzazione formale e sostanziale, con esiti che spesso raggiungono il grottesco. Si riporta così forte l'impressione di trovarsi di fronte ad una vera e propria partitura teatrale, a una sceneggiatura di parole, di gesti, che evidenziano, senza però mai rinunciare alla tradizione antropologica del popolo napoletano (di cui la Pessina resta esponente autentica e verace), la confusione, la follia del nostro tempo. Il Duemila, che abbiamo cominciato a vivere, trova in testi, come quelli della nostra autrice, la propria anima, la propria coscienza (e incoscienza), la babele, insomma, di un nuovo millennio, in cui troppi rapporti sono saltati in nome di un consumismo, di un narcisismo (termine assai ricorrente nei racconti), che rischiano di minare alle radici le strutture epistemologiche ed esistenziali di una società, che le aveva faticosamente elaborate, in nome di una civiltà del progresso e dello sviluppo.

La Pessina vuole dimostrare – disintegrando dall'interno i falsi moloch del nostro tempo, proprio grazie a quel linguaggio stritolatore di ogni vacuità – che il progetto è fallito, perché non ha tenuto adeguatamente conto di una serie di elementi essenziali, profondamente radicati nell'humus di un mondo, di una gente, che soprattutto nella sua città, Napoli, li innaffiava quotidianamente con le acque del sogno e della speranza.

Le antieroine, che affollano queste pagine, appaiono segnate da un disagio, che molto deve anche al trapasso delle generazioni, dalla Pessina vissuto in prima linea, per ragioni personali ma soprattutto professionali, come docente calata intensamente nelle problematiche delle nuove generazioni, protagoniste di salti e strappi, destinati a lasciare una traccia profonda nel volto rugoso di un Novecento, che volgeva al tramonto.

I progetti, i problemi, le contaminazioni, le contraffazioni di un tempo interessante, ma incerto e inquieto, rivivono nelle storie di donne, sospese sull'orlo dell'attesa e della speranza, nella richiesta di un dialogo chiarificatore con il proprio uomo, con le creature, che contano particolarmente nella loro vita. Il problema centrale resta però quello di non riuscire del tutto ad appartenersi, per una serie di casualità e di contingenze, che finiscono poi per rappresentare la forza segreta e scoperta dei racconti, i quali riservano sempre finali inattesi e, si sarebbe tentati di dire, sospesi. Ma non poteva essere che così per una scrittrice che, pur trasfigurando, come sempre accade, alcuni motivi autobiografici, sa bene che raccontare significa, soprattutto per una donna, lasciarsi prendere la mano dalla vita degli altri, meglio, delle altre, alle quali è demandato il compito di vivere nella scrittura tutto ciò che non è sempre agevole rappresentare nella cronaca di tutti i giorni.

Oltre ogni retorica, l'eroismo quotidiano, di cui la donna dà costantemente prova, si misura con il caos di una cronaca sempre inedita e imprevista, che mette a dura prova le risorse di conservazione e rivoluzione, che in ogni animo femminile si annidano. La sfida, a volte, si raddoppia, quando non si limita a coinvolgere il vissuto quotidiano, ma si estende ad un mondo esterno, molto meno conosciuto e per questo controllabile.

Ma è proprio qui che l'arco della scrittura e della partecipazione emotiva e intellettiva dell'autrice alle storie delle sue donne si tende, fornendo risultati di sicuro esito esistenziale oltre che estetico. La ricerca di una compagnia, con la quale condividere, con assoluta autenticità, il proprio destino, resta, questa, la richiesta inevasa di una femminilità avida e ardente, che non si arrende, ma continua a lottare, a cercare forme reali di convivenza possibile, capaci di valorizzare al massimo quelle richieste di forza e di tenerezza, che si racchiudono nel bozzolo segreto di un paziente e costruttivo baco da seta.

Anna Gertrude Pessina ha offerto, con questi nuovi racconti, una testimonianza coraggiosa e solitaria, che la porta ancora una volta fuori dal gruppo, da una tradizione forse troppo invaghita dei propri miti. Uscire dal seminato può sempre comportare incomprensione, isolamento; ma la Pessina, come sempre, mostra di accettare la sfida, pur di non rinunciare alla sua vita, alla sua scrittura, al suo stile, sperando che ci sia, da parte del lettore, uno sforzo di comprensione e di adeguamento mentale e morale a una letteratura, che si è progressivamente costituita come l'unica forma e sostanza possibile.

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