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Una donna-città: Lenòr de Fonseca Pimentel

Dal saggio di Francesco D'Episcopo su Il resto di niente il personaggio di Lenòr schiuma iridescente profilo socio-storico-antropologico, relativizzato con una città-spettacolo: Napoli [F. D'Episcopo, «Il resto di niente», in Enzo Striano, Liguori, Napoli 1992, p. 143. Il saggio quello precedentemente proposto (n.d.c.).].

Rivisitare una natura antieroica [Ivi, p. 163.] sarà grumo della nostra incursione, rivolta a lumeggiare non solo l'inserimento nella storia di una donna «fragile», eppure «forte» [Ibidem.], ma anche a riprovare le emozioni del romanzo di Striano, che avrebbe meritato e meriterebbe più ampio spessore divulgativo. Di peso la fatalità: la scomparsa prematura dell'autore e, come se non bastasse, un mercato editoriale che ha riservato briciole alla circolazione dell'opera su scala nazionale almeno all'inizio.

Questa riflessione, unitamente al valore della monografia di D'Episcopo, vorrei fosse assunta a termometro di convinta propensione per un lavoro 'meridionalistico' da non confondere con la miriade di biografie illustri che hanno solcato l'orizzonte letterario a partire dall'ultimo 1978 e dintorni.

Senza togliere merito e caratura al suggestivo filone, il privato di Lenòr de Fonseca, indubbiamente, avrebbe avuto altre svolte se a proscenio non vi fosse stata una Napoli viscerale, con la quale la giovane sembra consustanziarsi dall'impatto, il giorno di Piedigrotta.

Padroni della strada i lazzari, orgia ed euforia della festa: torce, candele alle finestre, trombette, nugoli di coriandoli, tubi di cartone calati sulla testa dei passanti. Una gente ebbra di edonismo: tra tarantelle, tamburelli si sproblematizza, stordendosi di presente: nacchere, pentole, coperchi, odore acre-dolce di agli, limoni, uva, meloni. Sul tutto «la cadenza... un po' stanca» [E. Striano, Il resto di niente, Loffredo, Napoli 1986, p. 17.] del dialetto, immediatezza, istintualità, esente da accademismi e da orpelli di lingue ufficializzate.

Se in una lettera al padre del 3 febbraio 1835 il Leopardi vomiterà il bisogno di fuggire da «lazzaroni e pulcinelli, nobili e plebei, tutti ladri e baroni fottuti», Lenòr ha simpatia per un popolo che etichetta dotato di sentimento. L'attrae l'elementarietà della città da scoprire al ventre, la peculiarità fisiognomica del volgo, ne considera la miseria ancestrale: giovani «scalzi incrostati di letame nero» [Ivi, p. 19.], ragazzi con «camiciotti, brachesse» [Ivi, p. 20.] a brandelli, maghi nell'arrangiarsi, di eredità spagnola. Se allora i plebei si ingraziavano l'aristocrazia dei Quijote, «scimmiottando salamelecchi da hidalgo» [Jean-Noël Schifano, La feluca del viceré, in Chroniques napolitaines, Pironti, Napoli 1992, p. 79.], ora per due grane si improvvisano traghettatori: all'infuriare degli acquazzoni si caricano sulle spalle nobili male in gambe: li trasportano all'altro marciapiede di Toledo. Incontrollati, i furfantelli di bassa lega detengono la libertà-libertinaggio che incentiva la idolatria per il re, di cui favoleggiano come del loro Tata.

Lenòr ha meno di quindici anni: ancora non è stata ammessa al salotto Lopez né a quello Serra di Cassano. La sua frequentazione con la cultura si delimita all'area poesia e ai prodotti delle varie arcadie: dalla melica metastasiana alle canzonette del Rolli.

Penetrare l'estraneità dei popolani al governo, smussarne l'indifferenza, attrezzare di coscienza politica un sottoproletariato passivizzato da secoli di piaggeria è congenialità di demopsicologi, non di adolescente in una fase delicatissima dello sviluppo psicofisico: la scoperta della femminilità.

Allo specchio si trova non bella, a parte gli occhi «de foco» [E. Striano, Il resto di niente, cit., p. 33.], i capelli nerissimi, crespi, annodati con serie di forcine, maggiorata – il suo cruccio – di seno. Dentro trepidazioni... rimescolii... attese di futuro, «paura e fastidio» per il sesso. «Ma, forse, il giorno che avesse saggiato il gusto del congiungersi a un uomo il corpo stesso avrebbe allegramente cancellato scrupoli, timori, aiutandola, col goloso sapore della vita, a sperdere ripugnanze, a fruttare discolpe. Come avveniva alle dame di sua conoscenza.

Era lei fuori posto, ancora una bambina. Quando sarebbe diventata adulta?» [Ivi, p. 64.]. Mistifica le turbative dell'età scrivendo versi. Le si schiudono le porte dello «straordinario salotto Serra di Cassano» [Ivi, p. 51.], interrelatività di filosofia, poesia, diritto, economia, musica, politica; tempio di una borghesia moderata ed illuminata, attenta ai cambiamenti europei. Filangieri, Giordano, Conforti, Galiani, Genovesi, Paisiello, Scarlatti, Pagano, Cirillo, Sanges i suoi referenti.

Con Sanges è subito amicizia. Vincenzo è piacente. Lenòr valuta il legame interpersonale per deduzioni: entrambi non avvertono pulsioni di cuore: alcuna vicenda d'amore potrà nascere tra di loro. Però, parlare con lui ha significazione di chiarimenti, delucidazioni su idee in boccio, su moti in agguato che lei non sa individuare, estrapolare da casistiche remote e recenti. Snebbiarsi la mente dalle utopie, incentivarne crescita, maturazione obiettivo primario. Sanges non nega la sua disponibilità. Tema delle passeggiate: precarietà di beni e di servizi, rispetto alle richieste, con danni irreversibili alla capitale del regno. Chi criminalizzare? La meccanicistica legge dell'immobilismo che relega il Mezzogiorno nelle secche di un sottosviluppo che il Nord ignora per effetto dell'industrializzazione? Archetipo superato alla luce della deindustrializzazione in corso.

Per Lenòr Sanges è prodigo di ragguagli sulla necessità degli scambi, agricoli e non, tra centro urbano, rigurgito di miserabili e campagna abbandonata. L'osmosi può incrementare una ristrutturazione globale della società, stando ai criteri di una scienza tecnica, economica, libro aperto per la coltivazione delle terre contro il mito della spontanea fertilità.

Matrice le teorie del liberismo, assertore il Galiani; le dottrine del Genovesi, secondo cui vero fine della filosofia, delle lettere è giovare «alle bisogne della vita umana». Mera ideologia per Lenòr? Ma l'impalpabilità dell'astrattezza va missata – osserva D'Episcopo – con la «species genealogica» [E. D'Episcopo, «Il resto di niente», cit., p. 141.] dei lazzari, in stato comatoso sulle barche, al sole. «Gennaro l'accompagna verso il mare. È sempre stupita: Napoli non sa nulla, Napoli se ne infischia. Quale tensione, che paure? Tutto va come sempre, anzi meglio. La città è splendida, fiorita, si diverte. Il mare azzurrissimo, liscio, riflette come una specchiera il Vesuvio col pennacchio barocco, la penisola di Sorrento, le case e gli alberi di Castellammare. Lo solcano barche, barchini, velieri, con baldacchini ricamati per proteggere dal sole le allegre comitive. Ne giungono, sulle ali di réfole incostanti, fiotti di canzoni e musiche, richiami.

Sulle spiagge di Santa Lucia, Chiaia, Mergellina, i lazzari nudi s'arrostiscono beati, sonnolenti...» [E. Striano, Il resto di niente, cit., p. 184.]. Responsabile del torpore il sole? quello stesso che sessant'anni dopo il principe di Salina definirà «narcotizzante», tale da annullare «le volontà singole» e mantenere «ogni cosa in una immobilità servile» [G. Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo, Feltrinelli, Milano 1958, p. 31.]? Sia pure, ma il nostro sole non è rovente come quello della Sicilia, a una schioppettata dall'Africa.

Comunque, dall'osservatorio di Santa Teresella, Posillipo, Mergellina, Lenòr mutua due certezze: «il luogo, l'impegno» [E. Striano, Il resto di niente, cit., p. 51.] con ascendenze pedagogiche: «senza... insegnare» Napoli costringe «ad apprendere» [Ibidem.].

L'innamoramento si fa intenso, violento: la commuovono i monumenti, la entusiasma la bellezza procace di donna discinta, senza belletto. Esiste intrinseca complicità tra la città tensiva e lei che prolifera in sé la tensione dell'aggiornamento. Una donna, Lenòr che, in stagioni non sospette di femminismo, contravviene al codice della subalternità all'uomo-padrone per realizzarsi nell'arte, nella causa sociale, civile. Surrogati ad una vita non aspersa «del soave licor del doglio» [G. Leopardi, Ultimo canto di Saffo, v. 63.]? No! Letteratura, filosofia, corrispondenza col Metastasio a Vienna, giornalismo militante le danno la carica della partecipazione fattiva, proficua. Con articoli mirati alla sensibilizzazione della collettività, ahimè! Disinformata su errori ed abusi della monarchia, si qualifica tra le presenze operose, costanti della pubblicistica Settecento exeunte.

Quando i preparativi della rivoluzione sfociano in operazione di coordinamento, la sua casa, raduno di ingegni progressisti, diventa il pensatoio delle discussioni, la fucina dei pezzi giornalistici che il tipografo Giaccio provvede a stampare e a diffondere, il deposito-archivio della stampa clandestina francese, procurata con l'intermediazione dei popolani: contrabbandieri, per tirare «quattro paghe per il lesso» [G. Carducci, Davanti San Guido, v. 71.], si assuefanno al lecito come all'illecito.

La cultura, da quando muove i primi passi nell'entourage della borghesia attiva, la ingentilisce, la fa sussultare ai vuoti che provengono dall'intimo: sconcerto... ansie... patimenti di un imponderabile, dinanzi al quale ragione, volontà, energie sembrano dissolversi come birilli di cartapesta. Attimi... rendersi appena conto della fugacità del tutto che risolve in... «resto di niente»... poi la rivitalizzazione non si fa attendere. Con la gravezza dei consuntivi balugina lampi in mezzo al petto Napoli: colori – umori – gestualità volgare – storia che propaga trasalimenti. Un sospeso di animo ad attraversare piazza del Mercato: corre sulla pelle la suggestione di entrare in una «cattedrale» [E. Striano, Il resto di niente, cit., p. 48.], lo sgomento di aggirarsi in un «camposanto» [Ivi, p. 48.]. Lontana l'esecuzione... mistero dell'inconscio! Alla vista del patibolo troneggiante un... presentire funesto: cattedrale o camposanto? Nell'uno, nell'altro caso le balena il fantasma della morte. Un sobbalzo... fugato dal turbinìo della folla rissosa, dalla voce di Sanges: racconta che lì è stato giustiziato Masaniello.

Talvolta, ad inseguire meditazioni, l'intellettuale eclissa la donna. Troppi gli interrogativi: marcato quello sulla fede, acquisita in maniera catechistica, normativa. Monologa: «Se Dio può tutto, perché non ferma il male, il dolore, la morte? E se non può, è ancora Dio? Per qualche tempo l'era piaciuta un'idea strana. Che Dio fosse una povera, volenterosa forza del bene, la quale faceva del proprio meglio per contrastare quella proterva del male, ma spesso ne veniva sconfitta. Le pareva che Dio, così, acquistasse aspetto più caro, più umano: vero padre, fratello, amico, anche se non più onnipotente. Confortava lo stesso, perché sapevi che, se avesse potuto, avrebbe fatto. Con tutto il cuore.

Questo Dio impoverito aveva sempre la faccia dolce, un po' triste, di Gesù. La terribile figura canuta, estranea, in cui prima l'aveva immaginato, svaniva pei cieli senza tempo dei pittori e dei preti» [Ivi, p. 77.].

Lei inclina ad una morale laica nell'arte o ad una che distribuisca vaghe gioie quotidiane: preparare il caffè o indirizzare lettere a Metastasio.

Anche sull'attizzato del dubbio, incisivo il ruolo della città che demistifica fatti biblici con rappresentatività fanatico-profanatrice. Con spettacolarizzazione dissacratoria Napoli abbassa a livello di sceneggiata le trafitture di Maria per lo smarrimento del Figlio. Teatralità di una pseudoprocessione: dai vicoli della Cesarea scende al Largo di Palazzo con le ormai ricongiunte schiere di Cristo e della Madre.

Dai balconi regali il fariseismo di Ferdinando e Maria Carolina: si genuflettono all'oltraggio.

Qualcosa in lei si spezza. «Religio instrumentum regni» – nella fattispecie – «ipsiusque populi»: i sovrani ostentano religiosità, gettano monete, scatenano il putiferio, fanno salva l'adesione ai registri dei lazzari, dopo «san Gennaro, ...lo rre» [Ivi, p. 160.], signori di angiporti, budelli come dei larghi decumani: in questa veste non lavorano al pari del re e dei nobili.

Sottile machiavellismo e prismatico camaleontismo del sovrano: con perenne generosità tiene il popolo in pugno, correi l'analfabetismo, l'ignoranza, che legittimano silenzi e consensi. Qualche festa ad hoc: Piedigrotta con fuochi a mare o, quanto meno, albero della cuccagna. Che importa se, nell'arrembaggio a salami, prosciutti, qualcuno subisce pestaggio a morte. Subuomini, ladruncoli, gli infimi non hanno funzione trainante: contano preti, magistrati, aristocratici rozzi, volgari. Di scarsa valenza la borghesia acculturata, coscientizzata, con inadeguato supporto economico. Con grinta positivista la classe di mezzo punta sull'infiltrazione a corte. Per occupare posti-chiave è sufficiente distinguersi in una delle arti. Il progetto intriga anche Lenòr, invitata a comporre un epitalamio per le nozze di Ferdinando e, in seguito, un sonetto sulla ghinea.

E biva lo re nuosto Ferdinando,
guappone, che sa fa' le cose belle,
ma vace cchiù de tutte l'aute chella
della ghinea....
[Cfr. E. Striano, Il resto di niente, cit., p. 148.]

Un coinvolgimento assorbente, che sa coniugarsi con la sfera affettiva quando sui sentieri di Lenòr capita Luigi Primicerio.

Per lui non bello... simpatia... pallore già prima della presentazione. Galeotta la poesia. Affinità elettiva e comunanza di vedute... sospiri e mani intrecciate: un repertorio di pensieri e parole, fino a quando nell'uomo insorge prepotente il bisogno di una materializzazione del rapporto. Allora la contraddizione del darsi... non darsi, il duello incessante delle ripulse e della tutela della propria integrità. Razionali dinieghi sfidano gli slanci del donarsi... Istanti di incertezza... Vorrebbe indulgere ai fremiti del cuore... riprende l'imperativo categorico della ragione. Lei... obbedisce. Pianti... arrabbiature... aridità di dialogo... capisce che lo perderà. Un anno d'inferno. Vertigine della donna... antitesi un amore infantile. Altalena il cedere... il non cedere, la tranquillità è sconvolta... la pace compromessa. In lotta con se stessa, giustifica Primicerio che canta l'eterna canzone dell'immaturità, incoerenza, della mancata adultizzazione, colpevole il rigore dell'educazione. Dell'amore ha sperimentato l'effetto placebo: in quanto a lasciarsi andare al «s'ei piace ei lice» [T. Tasso, Aminta - Coro, atto I, Strofa II, v. 13.], al «semel in anno licet insanire» neanche a parlarne. Nella sua filosofia non c'è posto per Epicuro, Orazio. Si banalizza ad intavolare conversazioni... magnetizzanti: non ha titoli per manovre, in apparenza, devianti, al contempo cattivanti. E troppo donnal... nella donna – la sua tragedia! – non riesce a sopravanzare la femmina amante. Espedienti, pretesti non sortiscono la stabilizzazione dell'intesa su un piano di sospensione limbale.

Lenòr ama nel rispetto di quei crismi di legalità che Luigi, sposato, separato, con due figli, non le può dare; ama con il pungolo di un laicismo che sconfessa naufragi e deragliamenti dei sensi; ama come una «bambina strana bloccata innocentissima di allora» [E. Striano, Il resto di niente, cit., p. 303.].

«Perché gli uomini son fatti tutti a questo modo, che non sanno placarsi col sereno calore dell'affetto? Così: parlarsi con pacata usanza, tenera stima. Guardarsi nel modo chiaro di chi può e vuol essere com'è. Perché non basta loro l'incontro della pelle nelle mani intrecciate? La carezza maliziosa, infantile, in punta delle dita? Che dèmone li spinge a tormentarsi e tormentare? A trasformare soffi di baci in morsi, carezze in disperate strette?

Sarebbe tanto bello restare così, sempre, in questo caro affetto, tranquillo complemento d'una vita. Privo di rimorsi» [Ivi, p. 192.]. Scrupoli e pregiudizi attenuano l'appetito carnale. Di questo amore quando, devastati dalla sciupata attrattiva fisica, i due avranno «quell'incontro di carne mancato per scelta del» suo «corpo, non del» suo «desiderio» [Ivi, p. 309.], le rimarrà il... resto di niente.

Al... resto di niente, d'altra parte, si configura improntata la sua esistenza, tarlo di ristrettezze finanziarie: sanciscono il matrimonio combinato col Tria, il sacrificio della libertà, la vendita di se stessa. Come Graziella si prostituisce a Lo Spino, lei si prostituisce da sposa con quella unione-patto, che implica la sopportazione della persona fisica del marito, condensato di vizi del ceto militare.

Clou della spezzatura la morte del piccolo Francesco. Si arrovella sulla condizione di essere umano. Con filmica retrospettiva rintraccia il passato in sdrucciolìo, in irrefrenabile panta rei: scompaiono il padre, il marito, titìo, gli amici stimati: il vecchio vanesio Metastasio. Delle idealità non rimane niente: il resto di niente. Spossatezza, fiacchezza, decadimento dell'aspetto estetico: «grossa, orrenda? ...sulle gambe disastro violaceo di varici» [Ivi, p. 294.] la mettono in crisi: trascurata la cura della persona: negletti i capelli, spruzzati di metallo, maleolente il vestito che non cambia per abbrutimento. Innegabili indizi di astenia. Si vuole decrepita prematuramente. La mortificazione della femminilità combacia con una dimensione riduttiva del `pianeta' donna. Ma le creature come Lenòr reagiscono con un rinnovamento, esigenza di lindura, riverbero della pulizia dello spirito che, finalmente!, va sbarazzandosi della stasi depressiva. La ripresa ha propellente nella spinta della comunicazione verbale-giornalistica. La sollecita la curiosità per Napoli, «città del suo destino, come aveva intuito fin dall'arrivo, a seguito di misteriosi segnali. A Napoli s'erano sgranati i momenti d'esistenza cui aveva avuto diritto, a Napoli l'avrebbe terminata. A che età sarebbe morta? Sessantacinque, settanta? Gliene restavano venti, venticinque. A fare che? Non era stata, né era, utile a nessuno. A chi avrebbe voluto dare tutta se stessa non aveva potuto. Per chi, per cosa sarebbe stato importante che vivesse? Per la causa?» [Ivi, p. 186.]. Riperlustra con gli amici del suo salotto, sottesamente velleitari e bambini, ghetti-bassifondi degli emarginati, coagulo di nequizie. Prima di istruirli, motivarli al problema politico, si dovrebbe principiare uno studio antropologico dei reietti, incapaci di pensare, scomplessati – felici, generosi – pulcinelli autoctoni di una città-Pulcinella. Un rinverginamento interrotto dalla perquisizione all'abitazione – presunto rifugio – del Grottone. Le sbarre della Vicaria... reificazione... malessere... febbre... stati ansiosi... incubi allucinanti... stentata sopravvivenza. Recupera gradualmente l'equilibrio. Tende l'orecchio ai rumori dell'esterno: fascino il dialetto, malia lo «statte bbuono» [Ivi, p. 18.], saluto che ha aperto l'avventura napoletana: la chiuderà presto con la fumosità del "nada de nada", smagliature di idee covate e accarezzate.

Delusione: molti si defilano, temendo il peggio. Lei, marchesa de Fonseca, cittadina Lenòr, deve salvaguardare la dignità.

Libera, quando i lazzari, alla fuga del Borbone, assalgono le fortezze per ottenere l'appoggio dei delinquenti comuni, sorretta da Gennaro, passa ed incespica tra cumuli di cadaveri. Non frange la sintonia tra Napoli «violata» [F. D'Episcopo, «Il resto di niente», cit., p. 146.], insanguinata, sbrindellata, e lei a pezzi, sfilacciata, devitalizzata in ogni tendine, in ogni nervatura. Il rientro a casa le è spianato dalla gentaglia esaltata, come quel giorno lontano di Piedigrotta: esteriorizza la vanagloria, il trionfalismo del successo... cantando a squarciagola l'inno della Santa Fede.

Liberté, ugualité, fraternité:
tu arrubbe a me, io arrubbo a te
[Cfr. E. Striano, Il resto di niente, cit., p. 278.]

tamburellano i napoletani: commistionando il proprio idioma con la parlata francese, rivestono di «grottesco» [F. D'Episcopo, «Il resto di niente», cit., p. 278.] il dramma di una Napoli allo sbando, allo sfascio. Edonismo precario, occasionale, ibridato con la degenerazione delle rivolte, i maneggi sotterranei, le transazioni con il sistema bancario.

Alla insensatezza del terzo Stato, griglia di dietrologia per sotto-cultura atavica, lei vorrebbe gridare: «Mettetevi le scarpe, imparate il gergo repubblicano, fatevi ammazzare per cacciare i Borboni, Ruffo, i preti, l'ignoranza (e così regalare alla Gran Repubblica Madre i palazzi del re, Capodimonte, Ercolano), studiate, diventate colti. Leggete Genovesi, Filangieri, distruggete Pulcinella, san Gennaro, vicoli, bassi, la vostra vita randagia, priva di padrone. Sarete finalmente felici» [E. Striano, Il resto di niente, cit., p. 291.]

Assillo di Lenòr l'alfabetizzazione delle masse infingarde: rigettano l'apprendimento del nuovo calendario: travisano «termidoro» in «Luglio è pommodoro: perché è lo tiempo de li ppommarole» [Ivi, p. 284.]

Nella temperie dei mutamenti senza cervello, l'ottica della donna comprende che il loro è un gioco di «uomini-bambini» [Ivi, p. 262.] decontestualizzati: la rivoluzione, preparata efficientemente, oltre che ideologicamente, «pochi la capiscono» – annota il Cuoco – «pochissimi l'approvano, quasi nessuno la desidera» [E. Striano, Il resto di niente, cit., p. 164; cfr. V. Cuoco, Saggio storico sulla Rivoluzione di Napoli, a cura di A. De Francesco, Lacaita, Manduria-Bari-Roma 1998, p. 259.].

Incalzata dal quesito martellante, Lenòr non trova risposta al «A che servono Napoleone, Napoli, un giornale [E. Striano, Il resto di niente, cit., p. 262.]?»

Inutilità delle cose. Saggia, quando tutto è compiuto. Si lascia guidare da Luigi, ritornato per proteggerla. Pare vi sia stato sempre chi si è occupato di lei: «mamae, vovò, papài, titìo... E gli amici, chi più, chi meno: Belforte, Jeròcades, Primicerio, Cirillo, Sanges, Gennaro. Non è mai stata veramente sola. Negletta. Non era questo che, inconsapevolmente, aveva chiesto? Fin quando da piccina fiduciosa garbata girava per le vie romane, chiedendo alle persone che l'aiutassero ad inserirsi nel mondo? E cioè che l'amassero?» [Ivi, p. 179.].

Con Primicerio si sposta al Castello di Sant'Elmo, roccaforte dei patrioti: si battono fino all'ultima munizione e «quando non ne» hanno «più, per avere piombo» risolvono «di fondersi gli organi delle chiese. I nostri santi» dicono «non ne hanno bisogno» [V. Cuoco, Saggio storico sulla Rivoluzione di Napoli, cit., p. 345.]

Calata di sipario su Lenòr, vittima di una congiura di circostanze. La sua scommessa con la vita ha il suo scacco lì, in piazza del Mercato, ingresso «in una cattedrale. O un camposanto» [E. Striano, Il resto di niente, cit., p. 48.] ... le suggerirono un dì i presagi: ora gli stessi l'associano all'omonima eroina del Bürger. Ma intorno al suo patibolo non ballano le larve «al perno della ruota... la giga degli sposi» [F. Bürger, Eleonora, in Manifesti romantici, a cura di M. Scotti, Utet, Torino 1977, p. 469.]. Eleonora ha lo spettro di Guglielmo, Lenòr nessuno. Morto Luigi, ghigliottinato Gennaro. Tra la calca in delirio di piacere, improvvisamente tacita su monito del sacerdote, «una povera faccia segnata, quattro peli grigiastri su una testa: Graziella?» [E. Striano, Il resto di niente, cit., p. 328.], ... nel sole che abbaglia Sanges, guida alla conoscenza della città, «discreta e invadente compagna» [F. D'Episcopo, «Il resto di niente», cit., p. 160.]

Perennemente cara la Napoli che uccide lei «donna-città» [Ivi, p. 164]. Con lo sguardo errante abbraccia il mare, il cielo, il Vesuvio: vorrebbe ritrovarli di là. Altrimenti del passaggio sulla terra cosa rimane? Non uomini, non storia, non parenti. Nella dialettica del nulla comprensivo del tutto, il suo tutto non può, non deve franare in un nichilistico «re-sto di niente».

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