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Introduzione a Neumi
di Bino Rebellato

Convinto – specialmente oggi – della loro troppo scarsa utilità pratica, evito di scrivere note e prefazioni. Ma accolgo volentieri il gentile invito di dire le mie modeste impressioni su questa seconda raccolta di versi di Laura Perdicchi. Neumi, non tanto perché questo volumetto segna un passo in avanti rispettivamente al precedente, non tanto per il titolo prettamente gregoriano (che a me, cultore delle stupende melodie gregoriane, piace moltissimo), quanto per la naturale umiltà e schiettezza – virtù oggi sempre più rare in un mondo di falsi e presuntuosi – che caratterizzano i modi della sua scrittura, e che sembrano dare alla parola una segreta fragranza.

L'umile atteggiamento davanti alla realtà quotidiana, nei suoi molteplici aspetti e significati, le permette di cogliere segni essenziali, che possono sfuggire anche ad osservatori acuti e in possesso di copiosi mezzi espressivi. Non si tratta di un realismo allo stato di mera oggettività (che tanto disgustava Baudelaire) e ancora meno banali confessioni autobiografiche: il dato reale si riscatta, anzitutto nell'emozione – che io ritenfo una delle conditio sine qua non per far poesia e di cui molti, a torto, si vergognano quasi, fautori di tanta parte della stupida grigia freddezza della poesia contemporanea – trasfigurandosi nei ritmi della sua interiore tensione, sprigionando altri sensi, in versi scarni e brevi, ma poeticamente vibranti.

Abbaiava quel cane
la sua gioia
e la mia
non ha nemmeno un filo di voce
                                                  (da «Quel cane»)

Una timida devozione davanti al mistero della vita ci sorprende spesso in esiti espressivi di inattesa originalità, grazie proprio ai mezzi tecnici più semplici e normali, ma, in sé, nuovi. Consapevole di quanto il tocco magico della parola intensamente viva – perché intensamente vissuta – può sbalzarli nella sfera di una personale espressività, non disdegna le cose comuni, i temi comuni. E «Mercato», vecchio tema abusato, diventa, così, un componimento «nuovo», vivido di varietà di accenti e di colore e di agili felici intenzioni.

Ritengo Meriti di essere riportata – tra le molte altre – questa breve poesia:

La paura arriva leggera.
La paura
– come ombra cercata dal nulla –
prende forma
quando il buio nasconde ogni cosa.
Nel silenzio
la campana del treno si sente padrona
. . .
                                                  (da «Quando il sole ci lascia»)

Sa accogliere alcuni suoi momenti di più vibrante presenza nel contesto della società attuale, o nel piccolo universo del suo habitat, in rapide immagini di un gesto, di un volto, di una situazione, o di una cosa, sempre nel suo caratteristico linguaggio «elementare», ma autonomo (più di altri infarciti artificiosamente di paroloni ricercati, pesacti qua e là, anche in riviste straniere e in manuali di psicanalisi, tecnologia o sociologia) e ricco di risonanze interne, e che le permette di dire veramente se stessa, senza ipocriti travestimenti, con quella sua felice immediatezza che qua e là ha sentore di verde freschezza.

Sono da sottolineare alcune concise lapidarie annotazioni drammatiche:

Ho giocato a vivere con indifferenza.
E mi ha preso l'angoscia
di non avere pensieri.
                                                  (da «Ho giocato»)

Della vita
che avrei potuto donare
le mani vuote mi scopro.
. . .
E inganno l'aridità
in un mare di parole senza senso.
                                                  (da «Le mani vuote»)

Ci muoviamo tra muri di muffa

Ci resta la certezza
di aver sbagliato tutto.
                                                  (da «Alla fine»)

Mi piace chiudere questa mia breve nota riportando per intero uno dei componimenti più esemplificativi dei caratteri che contrassegnano la poesia di Laura Pierdicchi; nel quale, a mio parere, ogni termine viene perfettamente assorbito nella vitalità dell'espressione poetica, compiuta, senza una o, in più o in meno, e che, nella sua bella calibrata unità e chiarezza, dice tutta l'amara delusione di un momento:

Oggi è finita.
Ci separa un muro.
Mi sono accorta al bar:
mentre ti parlavo
ti allontanavo troppo
le mie frasi al vento.
È brutta questa fine.
Avevo telefonato per rivederti.
                                                  (da «Un'amica»)

Auguro a Laura Pierdicchi di continuare a camminare per la sua strada, senza mai badare agli effimeri successi di pseudopoeti inariditi nei laboratori delle ricerche strutturali e linguistiche, o divertiti ai tavoli dei giochi. La poesia non si gioca.

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