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Quarta di copertina a
Di amore, di morte
Gino Scartaghiande
Abbiamo tra le mani un piccolo "libro aureo" di rara
autenticità. La parola vi sorge e vi si concretizza, come ferma vitalba di idee,
in una esemplare zona di contemplazione, dove cuore e ragione vanno insieme,
anima e corpo tengono strenuamente ogni loro dato esistenziale, a fronte di qual
si voglia alienante reificazione dei linguaggi e delle mitopoiesi letterarie.
Un libro che paga altissimo in termini di impegno
personale, che sa ancora far risuonare una voce profetica nel tempio infestato
dai mercanti. Pietrangeli si cala in un punto cruciale dell'attuale "offesa"
letteraria all'uomo, lì dove sono stati consumati i misfatti poetico
esistenziali dei nostri anni, ed anche prima e oltre. Si fa goccia di sangue
viva; persona, che proprio nell'attraversamento della sua parte di inferno
contemporaneo, ma con un occhio di pietà e di silenzio quasi sbarbariano, non
perde di vista quella terra d'innocenza ultima, di quella" terra promessa", già
rivelataci da Ungaretti, che è conquista di assiduo
lavoro e di libertà. È un libro questo, che ha centrato il tema, che "venera"
"Gli dèi immortali anzitutto", o "quindi gli eroi gloriosi", come limpidamente
Sbarbaro traduce da Pitagora. E ancora vi si avverte la presenza di un Penna più
intimamente ontologico e fondativo di un pensiero, e meno idillicamente
novecentesco o addirittura manierista, da cui Pietrangeli sa trarre un lessico
di alto decoro ed originalità.
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autore |
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