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Prefazione a
Di amore, di morte

Francesco De Girolamo

Ecco una raccolta poetica schietta, ruvida, densa come i cibi naturali, biologici, non trattati con artifici chimici, di cui oggi c'è sempre più un salutare, impellente bisogno.

La cura stilistica non gli è certo estranea, ma questa non diventa mai sterile virtuosismo; qui l'originalità dello stile si manifesta proprio nella dissimulazione del lavoro sul linguaggio, che pure Enrico Pietrangeli ha operato e con risultati, a mio avviso, notevoli. Ma è il suo vissuto brulicante ed indocile, così folto di riferimenti esistenziali, culturali e politici di quella generazione che è cresciuta e si è formata negli anni settanta – alla quale Pietrangeli appartiene fino in fondo – che nei suoi testi dà alla materia poetica un pathos tanto devastante: sono gli aromi aspri vissuti come apertura spregiudicata alle esperienze, i brevi ed intensi amori consumati con intransigente baldanza, le tante amicizie formatesi ed infrantesi con totalizzante spirito cameratesco (o sarebbe forse meglio dire "comunardo").

Si respira un'ansia di rivoluzione privata e quotidiana, rievocata, a distanza di anni, con virile disincanto, non certo con isterico e nostalgico "reducismo". Man mano che i nodi lirici si fanno più serrati e brucianti, anche il dettato e la poesia di Pietrangeli, di questa sua cronaca Di amore, di morte – titolo da intendersi, naturalmente, come rivisitazione quasi traslata di due temi letterari tanto canonici – si fa più nervoso e sincopato, rivelando ancora di più la sua intima connessione con quel linguaggio musicale, tanto determinante per la cultura degli anni in questione, di cui Enrico Pietrangeli è anche appassionato studioso e ricercatore. Nei suoi versi così essenziali e contratti, così disseminati di intermittenze e variazioni, non può non rintracciarsi l'eco delle atmosfere delle improvvisazioni, degli assolo, di multiformi "distillati" tappeti sonori del mondo musicale giovanile più avanzato di quegli anni, i tardi anni settanta.

Ma ancor più radicato nella poetica dell'autore è forse il richiamo a certo "maledettismo" francese, soprattutto "baudelairiano", al suo smascheramento delle tronfie ipocrisie, che a distanza di oltre un secolo hanno cambiato bandiere, ma non certo suadenti lusinghe, seppur miserevoli, per le sempre in agguato angustie spirituali: "Io resto un libero codardo | abbandonato alla schiava ragione | di ogni anarchico sentimento." E altrove: "E' l'era dei mercanti | che infestano ogni tempio. | Più non risplenda altro oro | se non il padre nostro | primogenito sperma solare." Ma tutti questi richiami ed ascendenze, contestuali ed espressive, filtrate dalla personale sensibilità poetica dell'autore, trovano una loro intima coerenza ed una loro insospettabile chiave di volta in una allusa, più che enunciata, moralità "orfana", finanche ereticamente cristiana – molto vicin all’inesausto “empirismo eretico” di Pier Paolo Pasolini – emblematica anch'essa di una generazione non più alla ricerca di effimere paternità putative, non sancite da una autentica e profonda ed ancestrale identità di sangue: "casa, certo punto di memoria, | dal tuo segreto sorriso sporge | questo mio disordinato archivio."

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