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Giorgio Poli

Lo spazio e il tempo del Ceppo-Proposte

"Sono grato a queste rocce schiaffeggiate da sentimenti tanto enigmaticamente alterni quanto complementari fino a fondersi in un tutto inesplicabile, grato a quest'angolo di questa angolosa città che mi ha reso responsabile e davanti alle trafitture del dolore e davanti a quelle, forse ancora più misteriose e sconvolgenti, della felicità". E più sotto "rustica e civilissima città della mia vita".

Mi piace iniziare questa Introduzione con le parole stupende per l'acutezza della riflessione sul dolore e sulla felicità, ma nche agrodolci di Piero Bigongiari che, come pochi altri, ha colto l'anima segreta di Pistoia. Non diversamente da tante altre città toscane e italiane qui l'opera della natura e l'intervento dell'uomo hanno disegnato un paesaggio apertissimo (lo si coglie percorrendo in discesa la tortuosa Porrettana) ed edificato una città dotandola di un grande patrimonio storico-artistico. Ma l'anima segreta di Pistoia ("rustica e civilissima") solo un poeta come Bigongiari poteva afferrarla. Ciò è tanto più singolare se si considera che Pistoia non era per lui città natale, ma semplicemente "formativa" per avervi trascorso gli anni dell'infanzia e dell'adolescenza fino al trasferimento fiorentino. Il termine "civilissima" (la pietas loci c'impone di sorvolare sul "rustica") si riferirà allora alla ricca rete di istituzioni, manufatti, eventi artistico-culturali di cui Pistoia è stata ed è ricca. Come è ricca di artisti (due per tutti: Marino Marini, Giovanni Michelucci) di rilievo nazionale (Roberto Carifi, Maura Del Serra - si veda in questa antologia - Giacomo Trinci e Paolo Fabrizio Jacuzzi).

Tale premessa è parsa necessaria per tratteggiare, seppur sommariamente, il contesto in cui si è sviluppato per quasi cinquant'anni il Premio letterario "Ceppo" (il "Ceppo-Proposte" data invece dal '75), espressione della sinergia tra l'omonima Accademia e le organizzazioni imprenditoriali locali. Un Premio letterario prestigioso assume il medesimo rilievo di importanti testimonianze della grandezza passata (il pulpito di Giovanni Pisano in Sant'Andrea, il fregio robbiano sulla facciata dell'Ospedale del Ceppo, ecc.) se non altro perchè è una realtà vivente, operativa, dinamica.

"Come per il poeta in versi così per lo scrittore in prosa, la riuscita sta nella felicità dell'espressione verbale, che in qualche caso potrà realizzarsi per folgorazione improvvisa, ma che di regola vuol dire una paziente ricerca del mot juste, della frase in cui ogni parola è insostituibile, dell'accostamento di suoni e di concetti più efficace e denso di significato. Sono convinto che scrivere prosa non dovrebbe essere diverso dallo scrivere poesia". Così Calvino, in un passo delle postume Lezioni americane, intravedeva lo stretto collegamento intercorrente tra "poeta in versi e "scrittore in prosa", e di primo acchito si è tentati di consentire pienamente a tanta auctoritas. Sennonché una più attenta riflessione rende avvertiti che esiste, seppur oggetto di contestazioni, uno "statuto" del testo poetico, come ne esiste uno del testo narrativo (fondamentalmente racconto e romanzo; ma è stato precipuo merito del "Ceppo" aver privilegiato il primo rispetto al più blasonato, e redditizio in termini di vendite, "fratello maggiore"). Tornando al passo calviniano, osservo che chi scrive in prosa non necessariamente può qualificarsi come narratore: il prosatore è uno scrittore che ha qualcosa da dire, ma perlopiù non una storia da raccontare come il narratore. Tra il testo poetico e quello narrativo porrei insomma la stessa differenza esistente tra il volo e il passo normale del pedone, tra la linea verticale e quella orizzontale; tra i rispettivi autori uno prende la parola, mentre l'altro è sorpreso dalla parola. Se per un poeta la riuscita è strettamente legata alla "felicità dell'espressione verbale", la cosa mi pare più controversa per uno scrittore che abbia scelto di misurarsi con la narrazione (quella breve, rispetto alla narrazione lunga del romanzo, richiede una più rigorosa subordinazione dei mezzi al fine, il rifiuto di digressioni e deviazioni), dato che questi dovrà affrontare questioni decisive come l'invenzione di una storia, la creazione di personaggi che agiscano parlino e pensino, l'ambientazione spazio-temporale, l'intreccio, il tono, ecc. Questioni, come si può intuire, di non poco conto e tali da rendere complessa l'operazione della scrittura narrativa, pur tenendo presente che nel Novecento una prassi consolidata ha indebolito lo "statuto" di cui parlavo sopra. Nelle storie letterarie non sono frequenti le figure di poeti che siano stati anche narratori (prosatori sì, anche grandi o grandissimi: si pensi, ad esempio, a Giacomo Leopardi); nel secolo appena alle spalle citerei l'argentino Iorge Luis Borges (1899-1986) e l'americano Raymond Carver (1938-1988). Carver, uno fra i più brillanti autori contemporanei di racconti e capostipite del minimalismo, nel confessare la sua formidabile attrazione per la narrazione breve, la metteva in relazione con la sua 'inclinazione verso la brevità e l'intensità, qualità proprie anche del suo lavoro poetico. Sulla base di questa lucida indicazione si può concludere che la distanza che separa la poesia dal racconto è meno ampia di quella che la separa dal romanzo e che perciò tra i due generi si può instaurare una intensa e produttiva dialettica. 

Pur consapevole dell'impossibilità di dare una risposta non sommaria, ritengo opportuno chiedersi quali siano state le tendenze e le figure interessanti della letteratura nei venticinque anni (1975-1999) del "Ceppo-Proposte". Il quadro che segue, non potendo essere esaustivo o storicizzante, presume tuttavia di essere, al di là delle predilezioni personali, perlomeno indicativo. Il terminus a quo (1975), assai più del terminus ad quem (1999) può assumere i connotati di una data significativa, se è vero che in quest'anno si registra "l'esaurimento della spinta più vigorosa della contestazione e della nuova sinistra, oltre che del privilegio attribuito alla politica sulla letteratura" (Ferroni).

La crisi della neo-avanguardia degli anni Sessanta (fautrice, lo ricordiamo, dell'eversione del linguaggio e ostile al romanzo) prepara il terreno all'antologia Il pubblico della poesia di Alfonso Berardinelli e Franco Cordelli, a cui si affaccia una nuova generazione di poeti. In questo stesso anno muore Pasolini che della neoavanguardia era stato il critico più lucido. L'antologia presenta autori (Conte, Cucchi, De Angelis, Bellezza, Viviani, ecc.) e tendenze in atto, ma che si dispiegheranno pienamente nel periodo in esame. Sulla scorta di Bonifazi, segnalo "la presenza di due tendenze, ben differenziate ma non sempre antitetiche, e talvolta alternate dai singoli autori o incrociate nello stesso autore: la linea mitico-orfica e quella elegiaco-crepuscolare"; da una parte cioè l'assolutezza lirica e la centralità di una parola "alta" sottratta alla storia del singolo come a quella del mondo, dall'altra l'opzione per l'anticanto affidata ad un linguaggio che rasenta l'esperienza. Ma poeti dialettali e "visivi" a parte, a parte anche i grandi maestri viventi alla fine di questo periodo (Luzi, Giudici , Zanzotto, Spaziani, Bertolucci, ecc.), appare non trascurabile la schiera degli epigoni della neoavanguardia o comunque legati a pratiche sperimentali, di quelli ancora impigliati in moduli ermetico-simbolisti; poi ci sono "i cani sciolti", di non facile o impossibile etichettatura. Resta fermo che al di là dei raggruppamenti spesso "forzati" sono le singole personalità che contano.

Il nostro periodo assiste ad eventi politici di grande portata: la caduta del Muro di Berlino, la riunificazione tedesca, la fine del comunismo sovietico e la dissoluzione dell'URSS.In Italia la spinta terroristica, raggiunta l'acme, si smorza; viene poi alla ribalta la degenerazione politico-affaristica di Tangentopoli. L'immigrazione, all'inizio strisciante, diventa un fenomeno statisticamente e sociologicamente rilevante. Inoltre, sulla base ovviamente di premesse precedenti, si dispiegano pienamente la società postindustriale segnata dalla rivoluzione elettronica e la cultura post-moderna (fenomeno complesso, di cui mi preme sottolineare il principio che tutto è stato detto, perciò non resta che rappresentare in forme diverse figure e temi del passato). Il rinnovato slancio del capitalismo e la tecnologia dell'informazione e della comunicazione - insopportabilmente pervasiva quella pubblicitaria - non solo producono beni sofisticati ad alto contenuto tecnologico, inimmaginabili anche nel passato più recente (dalla macchina per scrivere al portatile, dalla radio alla tivù satellitare e domani digitale), ma tramite un apparato massmediatico imponente trasformano anche la mentalità, il costume, le abitudini, i valori degli uomini, in particolare dei giovani. Nella società postindustriale-elettronica, dove mondo reale e mondo virtuale si alternano ma più spesso si confondono, il ruolo dell'intellettuale, dello scrittore si è ridotto di molto. Pasolini e Moravia, se fossero in vita oggi, difficilmente troverebbero audience. Avanzano politici (in cerca di "visibililità" più che d'idee), tuttologi, conduttori televisivi, attori comici e pornostar (in una società quasi interamente secolarizzata e asservita alle leggi dello spettacolo, anche quest'ultime possono assurgere al ruolo di opinion makers) figure non a caso legate alla "civiltà dell'immagine, non a quella della parola scritta. La letteratura si configura così come un'attività residuale, se non addirittura postuma. Se in tempi non lontanissimi essa popolava l'immaginario delle persone anche mediocremente colte, oggi non è più così; e tutto lascia pensare che non sarà più così. Letteratura "alta" e letteratura "bassa", opere di consumo o d'intrattenimento e opere nutrite di ben altre ambizioni formano un groviglio inestricabile anche per la critica più attrezzata, figurarsi per il comune lettore. L'industria editoriale e il battage pubblicitario diventano arbitri del successo al di la e al di sopra dei reali meriti o demeriti di un autore. Così il modesto Va' dove ti posta il cuore di Susanna Tamaro diventa inspiegabilente il best-seller del secolo (5 milioni di copie vendute, traduzione in 35 lingue), sollevando nei suoi "colleghi" un'ondata memorabile d'invidia che probabilmente non si è ancora dissolta. Succedeva nel 1994. Tre anni dopo la scrittice triestina scontava questo straordinario successo con le stroncature senza appello di Anima mundi.

Per quanto riguarda la produzione narrativa (essendo la creazione di racconti strettamente intrecciata con quella dei romanzi spesso nello stesso scrittore, dovremo prendere in considerazione anche questi), il 1975 non si rivela anno significativo come per la poesia, dato che questo genere conosce un rilancio proprio nel decennio successivo. E' altresì necessario premettere che il panorama italiano, dove latitano i capolavori che mettono tutti d'accordo, è caratterizzato da una sostanziale frammentarietà perchè i percorsi individuali fanno aggio su quelli collettivi. A cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta troviamo due romanzi che riflettono alla perfezione lo zeitgeist postmoderno: Se una notte d'inverno un viaggiatore di Italo Calvino e Il nome della rosa di Umberto Eco. Poi viene il momento dei "giovani narratori": soprattutti Tondelli (Altri libertini, 1980), Di Carlo (Treno di panna, 1981) e Busi (Seminario della gioventù, 1984). Tuttavia l'iniziale carica trasgressiva (in senso stilistico o tematico) andrà via via attenuandosi - particolarmente quella dei primi due - per rispondere alle attese del pubblico e alle richieste del mercato editoriale. Ma nello stesso anno del romanzo calviniano, il 1979, Giorgio Manganelli, sicuramente il frutto migliore della neoavanguardia, aveva proposto il sorprendente Centuria, una raccolta di cento straordinari microracconti, veri e propri "concentrati" narrativi. Del 1983 è il bel "meridiano" mondadoriano Racconti italiani del Novecento a cura di Enzo Siciliano, che testimonia la vitalità e la qualità raggiunta in Italia da questo genere narrativo. Scorrendo queste pagine si è portati a riconoscere che il secolo testé scorso è più ricco di bei racconti che di bei romanzi, continuando il nostro Paese a scontare la modestia del romanzo ottocentesco a specchio del suo ritardato ingresso nella modernità. Tra i tanti scrittori di racconti meritevoli di una segnalazione, mi sembra doveroso citare almeno i nomi di Gianni Celati (Narratori delle pianure, 1985) la cui scrittura referenziale si fa omogenea a storie marginali fiorite intorno alle strade e ai sentieri che si diramano dal Po, di nuovo la Tamaro (Per voce sola, 1991) con cinque racconti ruotanti intorno a bambini e adolescenti violentati, Paola Capriolo (La grande Eulalia, 1988): il rapporto tra arte e vita con esiti che rinviano a Kafka e Borges e infine Antonio Tabucchi (Il gioco del rovescio, 1988) per la sua esplorazione dell'universo della finzione e per l'amara constazione della relatività di ogni destino. Nella situazione fluida degli anni Novanta si possono registrare almeno due tendenze: i "cannibali" o pulp (Ammaniti, Nove, ecc.) ormai in declino (ricetta troppo facile: violenza gratuita e sesso estremo) e quella che potremmo definire "sublime" (Baricco, Capriolo, Picca,ecc.) per la decisa reazione agli autori precedenti. Di etichette ne potremmo trovare quante ne vogliamo, ma il problema è che non garantirebbero il contenuto, sicchè si è portati a ricordarci di Tomasi di Lampedusa il quale, andando alla sostanza, distingueva i narratori in "grassi" (esuberanti nell'uso del materiale narrativo e verbale) e "magri" (riduttori all'essenziale del medesimo materiale). Questa distinzione me sembra che abbia ancora una sua ragion d'essere. Si mantengono frattanto attivi scrittori in precedenza insigniti col "Ceppo" maggiore; ricordo in particolare Bevilacqua e la Ortese.

Tutto è dunque cambiato intorno a noi se non dentro di noi ma, leggendo i testi in versi e (soprattutto) in prosa di questa antologia, si ricava l'impressione generale prima, la certezza poi, che non vi sia traccia delle trasformazioni politiche, culturali, sociali, tecnologiche di cui sopra si discorreva. Ciò, a mio avviso, va posto in relazione a due ordini di fattori. In primo luogo è notorio che l'attività letteraria si struttura (o si destruttura) intorno a precise convenzioni (gli "statuti") che indubbiamente fanno da freno o quantomeno da filtro ad evoluzioni o rivoluzioni che premano dall'esterno; secondariamente è lecito pensare che gli autori, in maniera più o meno consapevole, attuino una sorta di resistenza agli aspetti più deteriori del postmoderno (spettacolarizzazione della cultura,mescidanza dei generi, utilizzo dei linguaggi cinematografico e pubblicitario nella comunicazione letteraria, ecc.). Inquadrati nell'arco di un venticinquennio, diversi per età, formazione culturale, generi, tematiche e sceltelinguistico-espressive, i 27 autori dell'antologia non possono essere costretti nella camicia di forza di un discorso unitario (a parte la considerazione di ordine generale fatta sopra). Al lettore, come a me, capiterà di consentire con qualcuno (Fleurry della Barile, ad esempio, è un racconto dalla tecnica "novecentesca": tutti gli eventi vengono rivissuti e si svolgono nel teatro della mente del protagonista), dissentire da qualche altro, restare freddo di fronte alla prolissità di un racconto o alla "facilità" di certi versi. Tutto ciò è ovvio, e bisogna pure considerare che il "Ceppo-Proposte" viene assegnato da una giuria"popolare" ad un concorrente scelto all'interno di una cinquina selezionata dalla giuria "tecnica". Il limitato numero di poesie antologizzate inibisce un giudizio che aspiri ad un minimo di completezza. Direi tuttavia che i testi si polarizzano sulle due tendenze prevalenti enucleate di sopra; ma due o tre autori danno alla loro pronuncia un taglio ragionativo, sviluppando una superba poesia-pensiero che interroga e s'interroga sui fondamenti dell'esistenza umana, sulle possibilità e i limiti della ragione e della fede. Alcuni anni fa nella sua ricca e dotta Introduzione a Il tempo dl Ceppo (Giunti, 1997) Paolo Fabrizio Jacuzzi scriveva: "Certamente occorrerà un'altra sede più ampia per verificare quanto alcuni (sottolineatura mia) premiati col <Ceppo Proposte> siano figure certe della narrativa e della poesia contemporanea". Forse questa non è la "sede più ampia" auspicata da Jacuzzi, ma non vedendo all'orizzonte un'altra in cui la questione possa essere affrontata, mi sembrerebbe inopportuno lasciar cadere l'auspicio iacuzziano. "Figure certe"non può non significare presenze attive, consolidate e aperte a futuri (per chi ha ricevuto il premio venti o anche dieci anni fa si deve intendere "passati") sviluppi (per quest'ultimo aspetto gioca un indubbio ruolo l'età). Messi da parte gli autori defunti (Dei, Bardelli, Tanzi) credo che si debbano considerare, pur con tutte le cautele del caso, "figure certe" nel campo della poesia Bocchi, Creati, D'Andrea, Del Serra (figura certissima),Giubelli, Manetti , Riccardi e Verbaro. Nel campo della narrativa Are Caverni (pregevole anche come poeta), Contini Weber, Livi, Marianelli (attivo anche come poeta) e Venturi. Praticamente tutti gli autori premiati del settore narrativo si muovono nell'ambito di scelte tematiche, strutture formali e soluzioni linguistiche che sinteticamente potremmo definire "tradizionali". Sono assenti spy story, polizieschi, noir, fantascienza, cyberpunk, ecc. Se ne deduce, conseguentemente, che il pistoiese "Ceppo", in questi cinque lustri, ha difeso un'idea alta e forte, in certo senso "nobile" della letteratura, non abbandonandosi alla generale deriva. E ciò nell'attuale situazione contrassegnata dalla babele dei linguaggi, delle forme comunicative (letterarie e di massa), dalla pervasività e dall'onnipotenza della pubblicità, non è cosa da poco. 

 

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