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Zia Ubaldina

da: Altri tempi (2009)

Non ho mai capito bene quale fosse il vincolo di parentela che la legava alla famiglia, ma sicuramente, sul campo degli affetti, "zia" Ubaldina aveva saputo guadagnarsi ampiamente il titolo.

Era lei la protagonista, sempre ricordata da tutti con particolare amore, una maestra elementare che insegnò nella prima metà del secolo scorso.

Prima d'essere destinata a una sede cittadina, svolse il suo lavoro in villaggi e paesi sparsi sui monti del Gran Sasso.

Gli inverni duri, trascorsi su quelle impervie gole, non la sgomentarono mai perché il suo spirito alacre, il suo coraggio semplice e la sua dirittura morale, permeati tutti da una fede profonda, l'avevano sempre confortata nella sua missione.

Delle monotonie invernali, diceva, si ripagava a primavera, godendo pienamente la bellezza e la poesia della stagione.

In montagna vi sono ruscelli che sembrano di cristallo, abeti che inquadrano paesaggi stupendi e c'è, soprattutto, l'odore delle preziose erbe sottili che dona all'aria il sapore della menta.

Robusta e sana, abituata nei verdi anni a cavalcare, per spostarsi da un luogo all'altro, su muli estrosi e giumente pazienti in mancanza di auto e strade, aveva due rose sul volto che la lasciarono solo quando, ottuagenaria e semicieca, dovette rassegnarsi alla forzata inoperosità.

I suoi occhi, che negli anni della giovinezza e della maturità avevano lavorato anche di notte, dopo la giornaliera fatica scolastica, intorno a pregiate reti di filo e a merletti a tombolo, si erano velati di una costante nebbia che le consentiva di percepire soltanto una parvenza di luce. Per tale sopravvenuta sventura, anche le sue mani erano costrette ad abbracciarsi tra loro nell'ozio durevole, come per confortarsi a vicenda o per pregare.

Negli ultimi tempi della sua esistenza, zia Ubaldina viveva di ricordi. Nel vortice delle immagini affioravano volti di bambini, suoi scolari dei tempi andati.

Piccoli montanari timidi, ragazzi di città vivaci.

Non sapeva dire, zia Ubaldina, chi di loro aveva amato di più: se la sincerità dolcissima dei primi o l'estrosità irrequieta degli altri.

Ricordava, inoltre, le innumerevoli feste nuziali cui aveva dovuto partecipare, invitata sempre con rispettosa premura dalle famiglie conosciute, per organizzare e dirigere la confezione casalinga dei rituali dolci, dei quali solo lei conosceva le elaborate ricette.

Non esistevano pasticcerie, allora, nei centri minori della provincia ed erano pochi coloro che s'intendevano d'arte dolciaria per le cerimonie di un certo rilievo.

Capolavori di torte e creme uscivano da quelle mani ai quali la fragranza degli elementi, freschi e naturali, la finezza e la delicatezza degli impasti, le essenze dosate alla perfezione, regalavano sapori soavissimi, leggeri, davvero capaci di dissolvere ai commensali, al termine di un pranzo robusto, ogni pesantezza sgradita.

Quante le lacrime di zia Ubaldina nel giorno in cui, costretta dai limiti d'età, dovette rinunciare alla scuola!

Ci fu gran festa nella sua casa e molte persone amiche, vecchi scolari e genitori di alunni convennero alla cerimonia del conferimento della medaglia d'oro al merito d'insegnamento.

Lei pianse tanto perché, diceva, era quella festa un addio alla vita.

Rimasta vedova giovane e senza figli, ricordò sempre quelle lezioni tenute nel corso delle vicende belliche, tra un bombardamento e l'altro, in un'atmosfera carica di trepidazione.

Soprattutto, ricordò una sua piccola alunna, un fiore reciso da un'esplosione, quando la poesia della vita apriva i petali alla primavera dell'infanzia.

Desiderò vivere sola nella sua casa, autogovernandosi.

Le piaceva ancora sentirsi padrona di quel villino che aveva fatto costruire con i frutti del suo lavoro e della sua parsimonia.

L'orto e il giardino s'erano infittiti di piante e di fiori e, in un canto, seminascosto, c'era anche un pollaio.

Ogni sera, al tramonto, zia Ubaldina andava a raccogliervi le uova che le sue brave galline avevano deposto. Bianchissime, le teneva in mano come se reggesse delle cose preziose e rare.

Pochi anni trascorsero così. Poi giunse, implacabile, la cecità e, di conseguenza, la forzata immobilità.

Ogni domenica si faceva accompagnare alla messa. Fu proprio in chiesa che, un giorno, morì, colta da improvviso malore.

Fu questo un privilegio serbatole dalla sorte? Morire in chiesa è come morire nelle braccia del Signore.

I suoi cari la piansero tanto. E anch'io...

Perché zia Ubaldina era una creatura speciale.

Dotata di talento, di comunicativa, di vera generosità, fu costante esempio di elevate virtù praticate in una mirabile realtà quotidiana fatta di sacrificio, di lavoro, di preghiera e di buon umore.

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