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Stellina e croce
Leggiamo il primo capitolo

Sì, dovevo venirci da sola qui.

Avevo rinviato per mesi l’incombenza che toccava a me. Tocca tutto a me in questa faccenda. Ogni tanto mia sorella Alberta me la ricordava: “Non c’è fretta – mi diceva al telefono – ma prima o poi bisogna farla. Finora hanno fatto tutto loro, ma non si possono lasciare in eterno i sassolini bianchi adesso che la terra di sotto si è assestata.”

Così mi sono decisa a comporre il numero del signor Italmarmi e a fissare l’appuntamento a casa di Alberta.

Si presentò in fondo alle scale un uomo grande e grosso, di un quintale e più. A dispetto della stazza, si rivelò comunque agile nel salire i gradini. Era vestito di nero, in giacca e cravatta, lo stesso colore esibiva nei capelli impomatati e malamente tinti come pure i baffi. Portava due ventiquattrore che appena entrato in salotto depose sul pavimento accanto a una sedia. Per fortuna conosceva mia sorella e mio cognato. I convenevoli, mentre prendevamo posto intorno al tavolo, furono sbrigativi e poco formali. Niente condoglianze o frasi di circostanza. Sapevamo tutti il motivo della riunione.

— Avete già qualche idea? — Indagò gioviale l'omone.

— Non proprio, – risposi rassegnata – anzi, se lei avesse qualche suggerimento da darmi… perché, sa, oggi prima di venire qui sono passata al cimitero per ispirarmi e ho visto tante soluzioni, aperte, chiuse…

— Quelle aperte – mi interruppe con generosità – sono per chi può andare ogni giorno a sistemarle, cambia l’acqua, toglie le erbacce, porta nuovi fiori, abbevera, lucida… È un lavoro, sa? Ma mi pare di capire che lei viene da lontano, da Padova, vero? e sua sorella non può ogni giorno… Ascolti il mio consiglio, – proseguì – per lei va bene una chiusa… — Sollevò da terra una delle valigette, la aprì e squadernò sul tavolo un catalogo illustrato, del tutto simile a quelli delle cucine e delle librerie. Ogni pagina un modello, con un ingrandimento degli optional nel riquadro: lumini antivento, vasi ad appoggio o incasso, angeli dalle mani giunte e croci.

— Lei adesso non stia a guardare i particolari – mi esortava girando in fretta le pagine – si faccia solo un’idea di come può essere, vedremo dopo le statue e le madonne…

La mia attenzione si fermò su quella che mi sembrava la meno pacchiana, quella più semplice e priva di fronzoli ma al contempo elegante, quella che sapevo che lei avrebbe scelto, con tre scanalature digradanti che formavano lo stesso motivo a ventaglio sia sulla lastra orizzontale sia su quella verticale. Mi ricordava la testiera di un letto. Ecco, immaginai in quel momento di comprarle un letto nuovo, bellissimo come non aveva mai avuto e ricordai la sua camera in radica, piena di spigoli nella pettiniera e nei comodini, tanto che negli ultimi tempi avevo dovuto spostarli di forza perché non vi inciampasse o non vi cadesse sopra rompendosi un osso. Un incubo, quegli spigoli, che mi fece dire al volo: — Angoli smussati, mi raccomando, è già caduta tante volte, che non si faccia male ancora. Tutte linee curve, neanche uno spigolo quadrato o appuntito.

— Sissignora, ma purtroppo devo farglielo pagare lo stesso. Lei paga tutta la lastra anche se c’è lo sfrido.

— Come? — Non capivo cosa c’entrava lo sgrido, né chi sgridava chi e perché.

— Quale grido?

— Sfrido, – ripeté paziente l’imbonitore – scarti della lavorazione, il marmo residuo che non viene utilizzato, perché, sa, noi compriamo lastre intere dal Portogallo, dalla Svezia e dal Brasile ma non utilizziamo tutto, dobbiamo ridurre a misura per accontentare i clienti…

Pensai che a me dello sfrido da pagare non mi interessava niente tranne la parola imparata per l’occasione e che comunque per il letto della zia avrei pagato qualsiasi cifra sapendo di farla contenta. Lei che da più di sei mesi giaceva là sotto immobile e composta nel suo vestito grigio dagli elefanti bianchi. Avevo scelto per la sepoltura il suo tailleur preferito, altrimenti, se non gliel’avessi fatto indossare quel fatidico giorno, l’avrei tenuto per me, tanto mi piaceva. Però avevo introdotto una variante: di solito lei abbinava la giacca e la gonna con una camicetta di sangallo nero, ma mi era sembrato troppo macabro sotterrarla con un accostamento così cupo, perciò le avevo fatto mettere la camicetta di seta bianca. Mi consola immaginarla vestita così. E poi gli elefantini le fanno compagnia. E inoltre in India l’elefante è come il nostro san Cristoforo che aiuta a traversare i fiumi e le avversità, dunque da quel vestito la aiuteranno in centinaia nel trapasso affinché non si senta sola, perché, anche se diceva sempre di essere pronta e che in ogni caso lasciava qui me, chissà quanta fatica starà facendo ancora adesso a trovare la sua strada nell’aldilà.

Intanto tornai a concentrarmi sulla tomba e chiesi: — Cosa dice se nella testiera ci mettiamo la fioriera?

— Neanche per idea! – obiettò – Cara signora, non vorrà mica fare come quei quattro ignorantoni che non vogliono mai ascoltarmi! Crede che mi ascoltano? Mai! Vogliono questo, vogliono quello, sembra che se non fai come vogliono loro casca il mondo e io li avverto prima: guardate che se nella fioriera ci piantate qualcosa che non è l’erica, che cresce poco e fa poche radici, dopo tre o quattro anni diventa un albero, sì, un albero! Conoscete il dottor Meletti? Sì? Proprio i suoi figli! L’anno scorso è capitato. Avevano piantato un mugo nano, perché dicevano che a lui piaceva tanto la grappa al pino mugo, piccolo all’inizio, e l’hanno lasciato andare. Un giorno mi telefonano perché non sanno più che santi chiamare. Scoppiata la fioriera, le radici avevano sconquassato il marmo. Ho dovuto andare con una sega e segare tutto, anche zappare fondo, le radici non finivano più, mancava poco che andassero a intaccare la cassa. È una spesa, sapete! Hanno dovuto rifare tutto di nuovo, altroché fioriera! Ascolti me, lasci perdere, anche se è contro il mio interesse, perché, vede, – e qui la sua voce calò di tono e la sua espressione di bambino di centoventi chili e dai capelli nerofumo si addolcì e divenne autentica come quando uno si confessa – vede, signora, ci sono dei miei colleghi che pur di fare i soldi farebbero carte false. Ma lo sa che per fregarsi sul tempo sono capaci di suonare il campanello alle sette di mattina alla casa del morto? Ma come si fa, ditemi voi, magari con un ragazzo di vent’anni crepato in un incidente, con i genitori disperati… Io non sono capace. Sua sorella lo sa. Mi sono presentato dopo un mese. Io non posso la notte sognarmi di morti e funerali. Prenderò meno soldi ma vivo tranquillo. Se un concorrente arriva prima di me, pazienza… Ascolti il mio consiglio: una cosa semplice, lapide e lastra con vaso a incasso, ecco, guardi qui, questi sono i modelli, questo è il più caro, questo il meno caro.

Naturalmente scelsi il più caro, il più discreto e sobrio. Anche senza fiori freschi, il vaso vuoto risultava un addobbo dorato sulla superficie rosata. Dovevo però decidere cosa scrivere. Cosa scrivere? Mille parole d’amore, un libro intero, tutte le risate e i racconti e le storie e le carezze e le telefonate e le chiacchiere e le partenze e i ritorni e i lunghi pomeriggi passati insieme e le lettere e i regali e il tempo trascorso.

— Nome e cognome, – sentenziò l’esperto – anche se c’è chi vuole prima il cognome, ma per me è meglio prima il nome.

— Sì, nome e cognome, luogo e data di nascita. — Proposi timidamente. Volevo ricordare i due luoghi, Schio e Pegli, che hanno segnato anche la mia vita.

— No, no! – insistette caparbio alzando la voce – Cosa vuole che importi il luogo e il giorno che è nata, basta l’anno!

Brutalmente furono eliminati. Dunque rimase solo nome e cognome, anno di nascita e anno di morte. Basta. Bisognava però scegliere i caratteri. Sul catalogo lessi nomi sconosciuti composti in caratteri diversi, immaginai quante persone avevano pianto su quei nomi che per me non significavano nulla se non dei modelli su cui operare la scelta. Ne indicai uno con il dito.

— Caratteri romani, – dichiarò – sono i migliori, torniti molto bene, trattati antiruggine, non è necessario lucidarli, durano vent’anni con la stessa lucentezza sotto vento e pioggia, è la stessa ditta che fa le croci a produrli… — Ero stanca. Alla croce non avevo proprio pensato. Lanciai un’occhiata interrogativa a mia sorella e a mio cognato che finora si erano limitati a guardare, ascoltare e approvare le mie scelte.

— La croce ci vuole. — Disse mia sorella. Suo marito annuì.

— Sì, mettiamola. — Oramai ero entrata nel gioco degli abbinamenti. Compresi subito qual era quella che andava insieme alle lettere romane e al vaso, la più essenziale. Ma quanti tipi di croci ci sono al mondo? Mi chiesi.

— E tra una data e l’altra cosa ci mettiamo? — Incalzava l’impresario.

— Come? Tra una data e l’altra cosa? — Ero ancor più smarrita. Tanti dettagli dunque comportava pensare a una tomba?

— Perché? – chiesi – Cosa si deve mettere se non le due date?

— Eh no! Cara signora, non possiamo mica scrivere le date una di seguito all’altra!

— Pensavo separate da un trattino, forse.

— Ma no! Stellina e croce!

Stellina e croce. Non capivo. Croce per l’anno di morte. Stellina per cosa? E intanto pensai che stellina le sarebbe piaciuto anche solo per la parola in sé, a lei che in ogni cosa sapeva trovare il vezzo, il bello, il frou-frou, a lei che in casa esponeva sulla credenza i fiocchi delle confezioni regalo dopo aver apprezzato anche i disegni della carta d’imballaggio, lei che mi faceva i complimenti per ogni vestito o camicetta che sfoggiavo, che il mazzo di rose che le sistemavo in salotto tornava a vederlo tante volte in una giornata e dalla finestra mi indicava la mimosa fiorita nel giardino dei vicini e il gelsomino di cui mi mandava a rubare qualche fiore da tenere nel vasetto davanti alle foto di sua mamma e suo marito ed esclamava — Che bello! Hai visto che bello?

“Stellina, sì.” Sillabai soprappensiero.

— Stellina davanti all’anno di nascita, croce davanti all’anno di morte. — Proseguì con pazienza l’uomo e intanto compilava il foglio d’ordine con quei dati preziosi, con una calligrafia chiara e grande e infine riprodusse il disegno della tomba sul foglio verdino e il foglio del blocco divenne la tomba già pronta, in scala, con tutti gli optional che un poco alla volta ero riuscita a individuare tra tanti nel catalogo senz’avervi mai pensato prima, senza sapere che nella mia vita avrei dovuto affrontare quel mondo e quella dimensione, io che l’avevo sempre creduta immortale sapendola al suo posto a Pegli, in quella casa che amavo e odiavo al tempo stesso, dove sono sempre tornata da quando avevo tre anni e lei era il mio approdo, il mio posto sicuro, il mio faro, la mia sicurezza, la mia forza, già da allora, quando il papà mi portava in treno da Schio fino a Milano, dove ci incontravamo alla stazione centrale e proseguivo con lei un viaggio fantastico. La zia aspettava le gallerie che mi facevano paura per raccontarmi la storia dei sette nani e degli orsetti che ci abitavano. Io passavo il tempo in piedi sul sedile col naso incollato al finestrino mentre tentavo di vedere gli orsetti che lei mi assicurava di avere appena visto, un attimo prima che si nascondessero. E il viaggio, che ora mi sembra eterno, passava veloce tra batticuori, attese e stupori infantili. Fu sempre a quell’epoca che a carnevale la zia mi vestì da Cucciolo. Una foto in bianco e nero mi ritrae davanti a Villa Doria con il sorriso incorniciato da una lunga barba di ovatta bianca sorretta dall’elastico mentre con occhi raggianti sbircio la trombetta che tengo in mano.

— Firmi qui. — Disse l’uomo con dolcezza e mi porse la penna con la quale aveva appena finito di scrivere la sentenza finale. Controllai tutto con calma, puntigliosamente. Mi soffermai sulle note tra parentesi e lessi ad alta voce: — Granito rosa, tutto smussato, senza spigoli e senza gradini. — Ripetei nome e cognome “Clara Parolini, stellina 1910, croce 1997.” Gli consegnai l’ultima foto, quella della carta d’identità nuova di zecca che si era voluta fare sei mesi prima, quando stava ancora bene. Siccome però non usciva più di casa, avevo dovuto organizzare la visita a domicilio prima con il fotografo e dopo con la funzionaria del Comune. La mattina della foto era in subbuglio. Si era preparata come al solito, lavandosi a lungo in bagno prima col sapone di Marsiglia poi con l’acqua di rose, truccandosi davanti allo specchio con fondotinta, cipria e fard, passandosi infine la matita grigia sulle sopracciglia quasi invisibili e il rossetto sulle labbra. Per ultimi gli orecchini Chanel che le avevo regalato un certo compleanno. Completava il rito una pettinata alla frangetta candida, data con degli ineguagliabili tocchi ritmati della mano. Quindi, spostatasi nella sala da pranzo, dalla soglia ne valutò gli scorci più adatti a incorniciarle il volto nella foto. Mi chiese dove pensavo fosse meglio si mettesse, forse davanti al quadro con la natura morta, o forse a quello con il bicchiere di viole? Ciò che le importava di più però era il fotografo in persona. — Sperèmo che i me manda un bel giovanotto! — Diceva scherzosa nell’attesa, sapendo che in ogni caso chiunque si fosse presentato alla porta sarebbe stato di sicuro un bel giovanotto in paragone agli anni che la sua nuova carta d’identità avrebbe dichiarato. E infatti poco dopo fu un giovanotto di sessant’anni o giù di lì, accolto con gran enfasi, a decretare che una fotografia fatta a regola d’arte andava eseguita senza sfondo, così risaltava il viso. Sistemò i due faretti che si era portato appresso e mise in posa la zia davanti a una porzione di parete sgombra, ornata unicamente dal disegno sbiadito della carta da parati. Io assistevo in silenzio ai preparativi, in piedi accanto al fotografo. Lei guardava sorridente dentro l’obiettivo, con quel suo sguardo ammiccante e malizioso che voleva dire molte cose, racchiudeva tutto quello che aveva vissuto e che sapeva. Al momento dello scatto, imprevedibilmente la zia deviò lo sguardo su di me, per questo ora nell’ultima foto che resta sembra stia guardando altrove. In quel preciso momento, mentre scattava il lampo del flash, sentii che quella sarebbe stata la foto definitiva, anche se a quell’epoca non c’era alcun motivo di temere il peggio. Semplicemente sapevo che sarebbe stata la sua ultima foto, la più vera. E anche se lei me ne aveva già indicate due tre del suo album che sarebbero state bene un domani sulla tomba, le ignorai volutamente perché la ritraevano che era o troppo giovane, o troppo finta, o troppo in posa. In quella foto, invece, appariva esattamente com’era, con la sua pelle di ottantasette anni morbida e senza rughe, con i capelli bianchi tagliati a caschetto, con il rossetto e il fard, la maglia di lana azzurra e gli orecchini Chanel. Sullo sfondo la carta da parati del salotto, il cui disegno a volute dorate non riesco a conservare nella mia memoria: lo ritrovo ogni volta che vado al cimitero.

— Verrà bella. — Dissi ai miei parenti. Eravamo tutti d’accordo. Versai l’anticipo richiesto e accompagnai l’impresario alla porta.

Anche questa era fatta.

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