|
| |
Incipi del romanzo
Strategia della
pensione
di Maurizia Rossella

Antefatto
Siccome
bisognava salvare l’economia italiana, il governo si
mise a cambiare
le regole sui requisiti richiesti per la cessazione dal
servizio ed
emanò dei decreti che chiudevano porte e finestre.
Come per
incanto, i gradini dei diritti acquisiti si tramutarono
in gradoni e
molti dipendenti di mezza età furono costretti a posticipare
la domanda di
dimissioni.
Arrabbiarsi,
sbraitare o manifestare non portò a nulla: le leggi
divennero così
restrittive che pochi lavoratori riuscirono ad andare
in pensione nei
tempi sperati. Fra costoro, uno in particolare
ci riuscì, ma
arrivò alla sospirata quiescenza in modo del tutto
imprevedibile.
Questa storia
riguarda una persona appartenente alla categoria
insegnanti,
composta, com’è risaputo, da donne, per la stragrande
maggioranza.
* * *
Primo capitolo
A settembre
Giovanna Da Sole ritorna al lavoro abbronzata e
riposata dopo
aver preso fiato tutta l’estate, luglio e agosto, vacanze
pagate. Non
lavora al Petrolchimico, neanche in fabbrica alla
catena di
montaggio, né fa dieci dodici ore al giorno come i liberi
professionisti o
gli artigiani in proprio. Lei deve solo andare a
scuola, così
oggi si presenta in palestra, che per l’occasione i bidelli
hanno
trasformato in aula magna, e si confonde fra un centinaio di
colleghe. Si
dispone ad ascoltare il monologo del Preside davanti
al Collegio
Docenti sapendo che si può anche distrarre, tanto
poi basta
approvare le proposte per alzata di mano all’unanimità
senza neanche
fermarsi a riflettere sul perché di certi progetti o
sul percome
dell’assegnazione di certi incarichi. La maestra volge
attorno lo
sguardo, ora a destra, ora a sinistra. Prova un certo
fastidio nel
riconoscere alcuni visi che di anno in anno trova più
invecchiati e
vorrebbe non esserci, in questa palestra familiare. Si
guarda intorno
nuovamente e immagina che la palestra sia come
una sala da
ballo.
Siamo in ballo,
si dice, bisogna ballare e speriamo che quando
sono stufa di
ballare e arriva il momento in cui voglio sedermi
qualcuno non mi
sposti la sedia. Se sono fortunata, pensa, potrò
smettere di
danzare a cinquantasette anni, ma non è detto, magari
mi tocca
lavorare fino a sessanta. Intanto sentiamo cosa dice
questo qui,
comunque è meglio tacere, meglio non fare obiezioni
a fine carriera.
Eppure vorrebbe proprio sapere per quali motivi
il Preside abbia
nominato come suo Delegato Antonio, l’unico
maschio fra
tante femmine, un collega antipatico, sempre pronto
a mettere i pali
fra le ruote. Giovanna s’impone di accettare in
silenzio ogni
decisione.
Stai zitta tu,
dice a se stessa, che a fine mese ti metti in tasca lo
stipendio sicuro
e hai pagato la macchina a rate e hai potuto avere
il mutuo per la
casa e i soldi li prendi sia che lavori bene sia che
lavori male, che
pensi o che non pensi, discuta o non discuta, sia
d’accordo o
contraria, parli o stia zitta. Questo pensa mentre il
Preside passa a
trattare uno dopo l’altro i punti all’ordine del giorno:
commissione
accoglienza, turni per i test d’ingresso, calendario
corsi primo
quadrimestre, patto formativo, corsi intensivi, varie ed
eventuali. Punti
che la Da Sole segue seduta sulla sedia col capo
all’indietro
contemplando le crepe sul soffitto e, mentre ascolta la
voce monotona
del Preside che elenca gli impegni futuri, ai suoi
occhi ogni punto
spicca luminoso nel firmamento del soffitto e
lei fra le crepe
riconosce il solito disegno, come se fosse il grande
carro nel cielo
stellato.
Sono tutte
parole vuote, pensa, le modalità di accoglienza, i criteri
per la
valutazione, il pof [Piano dell'Offerta Formativa], il patto formativo. È tutto un bluff,
smania, sono
stufa di bluff, non posso far finta di non esserci, far
finta di non
accorgermi che sulla carta è una cosa e nella pratica
è un’altra, dire
che tutto va bene, fare sì con la testa, tanto è tutto
uguale e chi s’è
visto s’è visto, bisogna vivere giorno per giorno e
prendere quel
che viene, tanto mezzogiorno arriva lo stesso come
pure il
ventisette, giorno di paga che per noi è il ventidue, e comunque
prima o poi si
muore. E adesso come faccio, si chiede, a
dominare
quest’insofferenza, quest’oppressione che mi attanaglia
identica alla
stretta al cuore che di notte mi tiene sveglia e non
mi fa
addormentare? È ansia da sedare, si dice ripromettendosi
di tacere fino
al termine della riunione, devo andare dal medico
a dirgli che
sono in menopausa, mi sveglio due tre volte a notte
in piene
sudorazioni, meglio non dire che sono ossessionata dalle
riunioni, meglio
fermarsi a descrivere i disturbi fisici. Dunque dottore,
dirò, ho il
batticuore e l’extrasistole, l’adrenalina a volte mi
batte in testa e
m’innervosisco per nulla, sulla bocca mi affiorano
parolacce che
stento a trattenere e non vorrei riferire, in ogni caso
sono qui per
dirle che mi tremano le mani e ho istinti omicidi uniti
alla sindrome
della fuga, tanto più quando mi trovo alle riunioni.
So che questo le
interessa poco e davanti a lei sono tenuta ad attenermi
unicamente a
dati ascrivibili al quadro clinico, insomma
ecco, dottore,
sintetizzando al massimo, non voglio più andare a
scuola, voglio
restare a casa e starmene con le mani in mano.
Giovanna si
accorge di avere una mano alzata, segno che vuol
prendere la
parola in pieno Collegio Docenti, sta quasi per sbottare.
Sono tutte
stupidaggini, vorrebbe dire, ho già assistito altre
trentasei volte
alla stessa commedia d’inizio anno, sono stufa,
adesso vi saluto
e me ne torno a casa. Sente suonarle in testa un
campanello
d’allarme, è cosciente di ciò che sta per dire, riesce
a fermarsi
appena in tempo e, quando le viene data la parola, si
limita a
dichiarare che nella realizzazione dei progetti ci vorrebbe
una certa
coerenza tra quel che si programma e quel che si fa,
ribadisce
l’assunzione di responsabilità e si appella al principio
di
Chi
propone fa.
Le sue parole sfumano, si perdono nel brusio,
nessuno ascolta
l’ultimo intervento coperto dal tramestio. La
seduta è giunta
al termine.
Giovanna saluta
al volo le colleghe, scende la scalinata scansando
i capannelli dei
convenevoli, si affretta sperando di trovare
ancora aperto
l’ambulatorio del suo medico. Arriva trafelata,
la sala d’attesa
è vuota, tocca subito a lei. Si accomoda davanti
alla scrivania
e, al momento di esporre i suoi disturbi, si rende
conto di non
poter svelare gli istinti ribelli, allora riferisce solo
i sintomi che
suppone siano contemplati dalla casistica medica:
il nervosismo e
l’insonnia, le vampate e la tachicardia. Il dottore
la squadra e
minimizza commentando che sono disturbi compatibili
con l’età.
Se non mi
sbaglio, aggiunge dopo aver controllato sullo schermo
del computer la
scheda della paziente, dobbiamo ripetere gli
accertamenti, le
faccio l’impegnativa per la mammografia e se
vuole le
prescrivo qualche giorno di riposo. La signora cede a un
sussulto di
orgoglio e reclama di non accettare dei facili giorni di
congedo.
Non sono così
vigliacca, replica, da giocare sui problemi di
salute per
ottenere un certificato già a partire da settembre, oltretutto,
dottore, credo
che mi porterebbe sfiga e mi ammalerei
davvero.
Giovanna non vuole sottrarsi alla sua sorte, vuole essere
presente il
giorno dopo alla riunione decisiva per l’organizzazione
annuale del
lavoro dello Staff Docenti Corsi per Stranieri. Intanto
il medico le
porge due ricette.
Nel caso ne
avesse bisogno, per i suoi disturbi le prescrivo un
antidepressivo
che funge anche da sonnifero, prenda una pastiglia
ogni sera per
tre mesi e poi torni da me, e questa è l’impegnativa
per la
mammografia, sa che deve prenotarla subito. La signora ritira
i fogli e li
piega in quattro, li ripone nella borsa, si alza e prima di
uscire sente il
desiderio di fermarsi a discorrere con l’uomo che
da tanti anni
segue la sua salute.
Sono l’ultima,
dice, non c’è nessun altro paziente dopo di me,
posso fermarmi
un momento?
Mi dica,
signora.
Ma è vero,
dottore, che i vari malesseri dopo i cinquanta
vanno
incasellati in un grande catalogo che comprende qualsiasi
sintomo? Ti
sembra di svenire? Depressione. Hai sonno?
Depressione. Ti
arrabbi facilmente? Depressione. Hai fame?
Depressione.
Dormi tanto? Depressione. Sei distratta? Depressione.
Non dormi?
Depressione. Ma così non vale! Ho appena
finito di avere
la seccatura delle mestruazioni ogni mese e adesso
per premio mi
vengono i sudori e le aritmie, giramenti di testa e
mancamenti, mi
sembra che il cuore mi esca dal collo e per dare
sollievo a
disturbi che capitano a tradimento dovrei prendere
una pastiglia al
giorno per tre mesi e poi vedremo, magari si va
avanti per tutta
la vita, tranquillanti, per giunta, come se fossi
agitata, o
depressa. Ma se non sono stata mai così contenta, con
tutte le cose
belle della vita, adesso che mi sono liberata della
paura di restare
incinta e non ho più l’assillo di assorbenti e mal
di pancia dovrei
ricominciare con un altro obbligo: ogni giorno
una pillola,
quella l’ho presa per anni come anticoncezionale, ma
almeno allora
aveva un senso, non penserà che cada nella trappola
della donnetta
in menopausa che inconsciamente vede tramontare
il mito della
fertilità e non accetta le stagioni della vita, ma
andiamo! Ho un
lavoro che mi dà soddisfazioni, la mia casa, un
orto-giardino e
una biblioteca ben fornita. Se poi ci aggiungiamo
i parenti, le
amiche, gli amici e un rapporto soddisfacente con
un compagno che
mi fa spesso ridere, capirà che nella mia vita
non c’è posto
per la crisi dei cinquanta.
Fin qui il
dottore l’ha ascoltata senza interromperla, ed ora
si chiede
incuriosito dove questa sua paziente voglia portare il
discorso.
Mi scusi tanto,
dottore, prosegue la signora dopo una sospiro,
ma i
tranquillanti non li prendo, non per mancanza di fiducia nei
suoi confronti,
ma per fiducia nelle mie capacità, mi sento forte a
sufficienza per
superare senza chimica i miei disturbi, sono convinta
che un atto di
volontà valga più di una scatola di medicine. Arrivederla
dottore, le
porterò a vedere gli esiti.
Il medico inarca
le sopracciglia e scrolla la testa perplesso.
Faccia come
crede, signora, conclude e si dirige verso la finestra
per chiudere le
imposte.
L’indomani,
appena scesa dall’auto, la Da Sole accompagna
i suoi passi nel
parcheggio della scuola fischiettando in sordina
qualche nota
musicale che le serve a darsi un’aria noncurante
mentre si
appresta a varcare il portone dell’Istituto Pascoli, una
scuola pubblica
particolare che accoglie adulti di ogni nazionalità,
religione, censo
e colore di pelle, stranieri che vivono in Italia per
i più svariati
motivi e vogliono imparare l’italiano. Sono cuochi,
domestici,
baby-sitter, ragazze alla pari, operai, badanti, donne
di servizio,
fisici nucleari, cantanti liriche, ricercatori universitari,
teatranti e
gelatai, nonché mogli, brasiliane e cubane, giapponesi
e tailandesi di
mariti italiani, e anche ragazzi e ragazze che frequentano
le scuole
superiori della città. Giovanna è contenta di
iniziare i corsi
per stranieri, le piace insegnare e non vede l’ora di
scorrere gli
elenchi dei nuovi iscritti per verificare se c’è qualcuno
che conosce.
Oca, pensa la
bidella vedendola arrivare, non può essere che
un’oca una
signora di cinquantasei anni coi capelli a spazzola color
carota, che
viene a scuola in jeans e scarpe da ginnastica e in atrio
si mette persino
a correre quando passa davanti all’orologio e si
accorge che sono
già passate le nove.
Mentre si
affretta in corridoio, Giovanna ripassa mentalmente
gli argomenti
che verranno trattati in riunione, quello più seccante
per lei è
l’orario settimanale, un orario che riesca a contenere tutte
le attività e
allo stesso tempo magari assecondi le esigenze di ogni
insegnante, non
ultima la tendenza a dormire fino a tardi oppure
a svegliarsi la
mattina presto. L’organizzazione interna all’Istituto
infatti prevede
che le insegnanti prestino servizio dalle nove alle
tredici oppure
dalle quindici alle diciannove.
Giovanna sa per
esperienza che la propensione o meno al sonno
determina una
marcata differenza fra persone, sa che di solito al
primo incontro
di Staff si riesce a superare ogni tipo di scoglio, dal
numero di
studenti per classe al numero di gruppi classe assegnati a
ciascun
insegnante, mentre sulla questione dell’orario ci s’incaglia.
Purtroppo, a
Giovanna capita di avere gli stessi gusti del Delegato
in fatto di
sonno, per cui si prepara a battersi per ottenere il turno
pomeridiano che
desidera. In previsione dello scontro, prima di
varcare la
soglia dell’aula insegnanti immagina di indossare una
corazza
protettiva e si convince di essere invulnerabile.
A la
guerre
comme à
la guerre,
mormora fra sé aggiustandosi sul naso gli
occhiali come se
fossero la visiera dell’elmo e così si sente forte
come un leone,
indistruttibile come una roccia, o meglio come un
sacchetto di
plastica o un filtro di sigaretta, perché, ricordiamoci,
siamo nel terzo
millennio e certi dettagli vanno specificati, non si
può dare nulla
per sottinteso.
Giovanna da Sole
entra, richiude la porta dietro di sé e resta
in piedi
valutando con un’occhiata panoramica come si sono
accomodate le
persone arrivate prima di lei. Fra le labbra stringe
una penna in
orizzontale ma nessuno sembra cogliere la finezza,
l’analogia con
il coltello fra i denti è troppo lontana, al cinema non
si è ancora
vista un’inquadratura simile. Con sguardo di gheppio,
con gli occhiali
ci vede benissimo a dispetto della miopia, dal
suo punto di
osservazione cerca di individuare il posto libero
più strategico e
meno compromettente, lontano da chi ha spesso
l’alito cattivo,
da chi puzza di sudore, da chi mette un profumo
dolciastro, ma,
oltre ai criteri olfattivi, si sofferma a valutare le dinamiche
interpersonali
che nel corso degli anni si sono instaurate
fra colleghe.
Finalmente decide dove prendere posto, si siederà
su una sedia
vuota fra altre due vuote, lasciando un bel vuoto per
parte sia a
destra che a sinistra.
La riunione è
cominciata da poco. Antonio, il Delegato del
Preside, sta
riassumendo che fino all’anno scorso all’Istituto Pascoli
gli studenti
stranieri venivano avviati ai gruppi classe in base al
loro grado di
conoscenza della nostra lingua, il lavoro consisteva
nell’insegnar
loro a parlare, leggere e scrivere in italiano ed era tutto
risolto. Ma,
prosegue, quest’anno c’è da vincere la concorrenza
con gli altri
istituti cittadini, si devono aggiungere nuove attività
al vecchio Piano
dell’offerta formativa: se i corsi di computer e
inglese c’erano
già, bisogna innovare, quindi introdurre altre lingue
come francese,
tedesco, spagnolo, cinese, arabo, e poi organizzare
corsi di
educazione stradale per il conseguimento della patente,
cinema, teatro,
storia dell’arte, storia della città, visita alla città...
Qualcuno ha
qualcos’altro da suggerire? Se non ci sono altri
suggerimenti,
conclude Antonio con tono spigliato, io avrei in
mente un bel
progettino: un corso di cucina multietnica tenuto da
un cuoco
provetto... ed ora passiamo all’orario. Antonio cambia
tono, addolcisce
la voce quando, per schivare discussioni, adotta
una nuova
tecnica e dichiara con tono mellifluo di non avere alcuna
pretesa da parte
sua, anzi di dare la precedenza ai desideri
altrui prima di
esprimere i propri. A queste parole Giovanna, che
finora è stata
guardinga, si mette a scarabocchiare su un foglio con
la penna e si
rilassa tentando di riprodurre segno dopo segno la
caricatura del
Delegato, quasi senza capelli, baffetti radi, basette
sotto
l’orecchio... Per qualche istante si distrae pregustando il caffè
che berrà tra
poco e perde il colpo, non avanza richieste e non fa
nemmeno in tempo
a chiedersi se, quando Antonio dichiara di
essere disposto
ad accettare qualsiasi gruppo, anche analfabeti o
cinesi, questo
non significhi che sotto c’è qualcosa.
Come sarebbe
bello, fantastica Giovanna, se non ci si dovesse
accapigliare, se
almeno per quest’anno filasse tutto liscio e ciascuno
facesse l’orario
che gli garba. Qui, pensa, non è come nelle altre
scuole dove il
corpo docente deve incastrare le ore nelle varie
classi, qui da
noi gli studenti vengono in base alle nostre indicazioni,
fanno solo
italiano, non tutte le materie, non c’è motivo di
pestarsi i
piedi, non vedo perché non posso venire al pomeriggio
se a me piace
dormire di mattina, come del resto piace anche ad
Antonio, che sa
benissimo che non riesco ad alzarmi presto e poi,
da quando sono
andata ad abitare fuori città, col traffico che c’è,
ci metto più di
un’ora ad arrivare puntuale. Adesso gli dico che
possiamo venire
tutti e due al pomeriggio, non dovrebbe essere
difficile
trovare una soluzione che accontenti tutte e due, tantopiù
che abbiamo
gruppi diversi e gli studenti non sono gli stessi. Sta per
aprire la bocca
quando si accorge che qualcuno in piedi davanti alla
lavagna ha già
riempito con i nomi le caselle vuote dell’orario. Le
sue iniziali
gds
spiccano
chiare sulle due fasce orarie del mattino,
ogni giorno 9-11
e 11-13, proprio quelle che stava per chiedere
le fossero
risparmiate. Osserva meglio il tabellone e riconosce la
grafia spigolosa
del Delegato. Senza far trasparire la rabbia che la
spingerebbe a
cavargli gli occhi, Giovanna cerca di controllarsi e
gentilmente
chiede se qualcuno è disposto a scambiare qualche
mattina con dei
pomeriggi, almeno due o tre volte la settimana.
Nel formulare la
richiesta le trema la voce. Tra le venti colleghe
presenti sarà
Laura, la collega più giovane fresca di nomina a
offrirsi
volentieri, ammettendo di essere contenta di esaurire al
mattino la
fatica della giornata. Grazie a lei, Giovanna avrà due
mattine e tre
pomeriggi da dedicare a vari gruppi.
Prima di
cominciare i corsi, a settembre le insegnanti si danno
il turno per
accogliere i nuovi iscritti e far loro compilare i test
d’ingresso; in
base ai risultati ottenuti formeranno le classi e inseriranno
gli studenti nei
gruppi di livello: alto, medio, basso, zero.
Il giorno dei
test si presentano numerosi ragazzi e ragazze che
mostrano avere
all’incirca quindici anni, dai certificati d’iscrizione
risulta siano
stati indirizzati a frequentare i corsi intensivi all’Istituto
Pascoli dalle
scuole superiori. All’appello, rispondono a nomi
inusuali:
Ecaterina, Svetlana, Olga, George, Darius, Adrian, Ozer,
Justin, Qiu
Li... Sono straordinariamente educati e rispettosi, scattano
in piedi quando
entrano le insegnanti e restano sull’attenti
fino a quando
queste non dicono loro di accomodarsi. Sulla sedia
stanno seduti
composti, con la schiena dritta. Se inavvertitamente
si stravaccano
sul banco, quando vengono ripresi si ricompongono
all’istante.
Scusi prof lo sanno dire tutti. Alcuni conoscono poche
parole, altri
sanno usare frasi corrette e, alla richiesta di dove abbiano
appreso
l’italiano, affermano di averlo imparato studiando da
soli sui libri
ma soprattutto guardando nei loro paesi i programmi
della
televisione italiana catturati con la padella.
Ora tocca a una
ragazza dell’Est, occhi color pervinca e capelli
biondi tinti
malamente. È accompagnata da un’educatrice
della Caritas.
Sono giovani, intorno ai vent’anni, vestite uguali,
indossano jeans
e maglietta ombelico scoperto. L’educatrice
spiega sottovoce
che Svetlana è moldava, vive sotto falso nome in
una comunità
protetta perché potrebbero esserci delle ritorsioni
contro di lei,
in quanto ha abbandonato il marciapiede e ha avuto
il coraggio di
denunciare il protettore violento, che altro non era
se non il
fidanzato. Il procedimento penale, sussurra, è ancora in
atto, mentre per
Svetlana è scattato un piano d’inserimento che
prevede anche un
corso di italiano. La ragazza annuisce ad ogni
parola, è
spigliata, si mette subito a parlare.
Io, dice,
capisci tutti ma no scrivi bene.
Giovanna e
Laura, le due insegnanti di turno per i test, le danno
da eseguire
alcuni esercizi che lei finisce alla svelta e in modo corretto.
Svetlana viene
assegnata al corso intensivo del pomeriggio,
dove si troverà
in compagnia dei liceali. Prima di uscire la ragazza
ringrazia con un
sorriso privo di due molari e si attarda a salutare
le insegnanti
porgendo loro una mano che al tatto ha la consistenza
di un pesce
morto.
Devi dare la
mano con decisione, le dice Giovanna ripetendo
il gesto, e le
afferra la mano incastrando il pollice e stringendo
un poco. Ecco,
una bella stretta di mano, ricordati che in Italia le
donne sono
forti. La ragazza capisce e torna a stringere, stavolta
in modo
esagerato fino a fare male.
Lo so, commenta,
le donne italiane sono forti. E libertine, aggiunge.
Giovanna e Laura
si guardano e scoppiano a ridere, senza
capire
esattamente cosa voglia dire.
Volevi dire
libere o libertine? le chiede Giovanna, perché, sai...
e si blocca. Non
può dirle Guarda, c’è una bella differenza fra
l’aggettivo
libera, che sanno tutti cosa significa, e libertina, che,
per brevità,
potrei dire, per esempio, come te, anzi potrei semplificare
ancor più e
dirti, ma non per offenderti, per carità, che
libertina in
certi casi potrebbe significare puttana. Nella velocità
dei pensieri che
le fanno passare le parole in un lampo nella mente,
Giovanna
continua a sorridere. Intanto per fortuna si è avvicinata
l’educatrice,
italiana che parla italiano.
Oh, ecco,
proprio tu, per favore, la esorta, mentre andate a
casa, spiega a
Svetlana la differenza tra essere libere e libertine!
Saluta e le
accompagna alla porta. Richiude e riprende a ridere
insieme a Laura.
In fondo,
osserva fra sé, la vita è fatta di parole.
. . .
| |
 |
autore |
|