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Prefazione a
Vibrazioni di luce
di Giovanni Sato

Luciano Nanni

Una raccolta poetica rappresenta sempre un evento importante essendo – in sostanza – un atto d’amore: sapersi riconoscere attraverso la parola in una società che raramente coincide con il mondo interiore e realizzare con la scrittura quel sogno che il poeta desidera e al quale ci introduce.

Nel titolo esiste un’affinità, anzi un percorso: dalle Intonazioni, e quindi il suono, alla luce, elemento primario della fisica: le vibrazioni indicano movimento nella continuità-fissità di un principio.

Per affrontare un’opera di questo tipo vi sono due linee fondamentali: la forma e l’espressione, che unite creano lo stile. Ma la parola ha una facoltà pressoché unica nel campo delle arti, poiché comunica anche il pensiero.

Sulla parte formale non mi soffermo più di tanto: Sato conosce i ferri del mestiere (metrica) e li utilizza con quelle finalità che portano al contenuto dei testi. Di fronte a tanta poesia che oggidì si produce, deprivata di qualsiasi rapporto formale e svolta in modo istintivo e spesso corrivo, qui c’è attenzione al timbro, alla versificazione intesa come struttura, libera fin che si vuole, ma in grado di conferire armonia e coerenza all’insieme. Per esempio, la serie di novenari dattilici (Nell’Alba) è interrotta al penultimo verso da un ottonario, ingenerando un effetto che mette in evidenza il sostantivo di chiusa; stesso discorso vale per gli ottonari di Arcobaleno: al v. 9 ‘Scorre al ritmo dell’onda’ si ha dialefe; idem per i senari di Venezia, dove la sineresi raggruppa secondo il metodo antico quattro vocali: ‘puoi avere visioni’ (v. 8).

C’è in questa poetica non solo l’adesione al tema – che nasce in più occasioni, da uno stimolo (La farfalla sul limone), da un impegno umano e sociale (Handicap), da un luogo (Gargano) – ma ampia gamma di sfumature e lievità di accenti, particolarmente nelle liriche a verso sciolto, ad es. Vedere: la sensibilità tocca le corde intime dell’emozione in una visione che è anzitutto spirituale.

La natura è presente e viene ricondotta alle sue figure più affascinanti, talvolta misteriose: la ritroviamo nelle brevi composizioni del Diario d’acqua; nella seconda l’iniziale fervore si placa in una stasi sognante; nella quarta (Smeraldo) emerge la perfezione del linguaggio, cioè fusione tra vocabolo e senso, e dopo l’incipit ‘Oggi il mare è una perla’ (metalepsi) la forte incidenza fonica si smorza, quasi parabola che vibri silenziosamente, ‘curva [che] tocca l’infinito | appena’; avverbio quest’ultimo che preso a sé non ha risonanza, ma che nel testo conclude con sottigliezza di relazioni tra significato e segno o suono, pervenendo a una notevole resa stilistica.

Una pur breve nota ai disegni ispirati ad alcune poesie è doverosa: felice connubio che traduce sul piano visivo sia il dato figurativo che i simboli (si veda Chiesa di sabbia), specialmente nei testi a soggetto marino.

Questa integrazione ha quindi carattere creativo e fornisce un’ulteriore prospettiva dei fenomeni d’arte, i quali colgono ciò che l’occhio comune non scorge: sta al poeta ‘indagare’ la realtà e farsi veggente (A. Rimbaud) per sfuggire alla precarietà del tempo e delle cose e ricollegarsi alla stessa origine del Verbo.

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