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Prefazione a
Il Lazzaretto di Dio

Federico Batini

Figura umana e poetica di Veniero Scarselli.
Resoconto di una serie di conversazioni col Poeta.

Un gustoso aneddoto riportato da Rossano Onano (un poeta fra i molti che si sono occupati della poesia di Veniero Scarselli e, detto per inciso, uno dei contemporanei di cui Scarselli ricambi la stima) ci offre un primo ritratto del poeta: “L'ho conosciuto a Milano, alla premiazione di un concorso letterario: eravamo entrambi alle prime armi, e ciascuno di noi ignorava non dico la poesia, ma addirittura l'esistenza dell'altro. Così, ci siamo trovati seduti vicini, allo stesso tavolo. Lui mangiava con una voracità ed una comprensione ai cibi che mi sembrava indecente, rapportata all'atmosfera di un premio letterario. Abbiamo scoperto che saremmo stati premiati insieme, classificati secondi ex-equo. Stava molto sulle sue, e per rompere il ghiaccio gli dissi: - senti, tu, com'è che siamo stati classificati ex-equo, ma il tuo nome è stato scritto prima del mio? - Oh, si vede che io sono più ex-equo di te! - ha risposto lui, senza alzare gli occhi dal piatto. Questo, per dire che l'uomo non è facile, non si concede facilmente. Meglio, si concede ad un patto: che si parli della sua poesia; in second'ordine, ammette qualche volta che si parli della poesia degli altri” (Rossano Onano, “L'equivoco di Edipo nella trilogia di Veniero Scarselli”, Alla Bottega, XXXII, N. 1, 1994, pag. 1).

Ho voluto fare la conoscenza personale di Veniero Scarselli per occuparmi della sua produzione in maniera più profonda di quanto consenta la sola conoscenza delle opere, avvicinandomi cioè alla sua poesia anche attraverso l'esplorazione della sua personalità. Da allora sono passati alcuni anni, nei quali ho studiato la sua poesia e ciò che sulla sua poesia è stato scritto, prima con ammirazione, poi con una sorta di “rigore scientifico”; anni nei quali, tra i molti impegni di entrambi, ci siamo più volte scritti, più volte incontrati, godendo anche della sua cordialissima ospitalità e avendo modo di imparare a conoscerlo durante lunghi colloqui; nel frattempo mi sono anche occupato della sua opera in alcuni brevi saggi. Scarselli mi ha pure consentito di scandagliare il suo archivio e - lo confesso - è stato emozionante, ho provato l'ebbrezza di potervi curiosare a mio piacimento, mi sono sentito “dentro l'officina del Poeta”.

Rossano Onano coglie in buona parte nel segno: Scarselli non è uomo dai facili entusiasmi, non indulge a svelarsi facilmente, sembra essere occupato quasi soltanto dalla sua poesia, anzi, dal suo “lavoro” (con gran pudore evita infatti la parola “poesia”). La prima impressione è stata che fosse esageratamente narcisista, ma, dopo averlo conosciuto meglio, ho capito che la sua è una sincera ricerca esistenziale di verità. Credo ch'egli sia un uomo tutto d'un pezzo, onesto e diretto; non gli piace essere chiamato poeta, dice che gli “sembra quasi di usurpare il titolo”, afferma di essere dedito a scrivere soltanto delle riflessioni e che è puramente casuale che abbia scelto il linguaggio poetico; si paragona piuttosto a un bravo e solerte artigiano che attende al suo lavoro con regolari orari quotidiani. Ecco: sembra proprio che, al pari del monaco che si dedica alla preghiera incessante come strumento di meditazione, egli creda nella poesia come fosse un'umile meditazione, forse una preghiera, come se solo mediante i versi possa giungere a scoprire qualche risposta metafisica. Altri argomenti non lo interessano più, se non come brevi intermezzi; proprio come il monaco, infatti, che cerca incessantemente le parole adatte per rivolgersi a Dio, così Scarselli dedica tutto il suo tempo a revisionare e a limare con estenuante pazienza le sue opere e i suoi versi sino a che ogni concetto, ogni immagine, ogni parola, gli sembrano collocati al posto giusto.

Ma è chiaro che la ricerca del Vero, l'esplorazione del mondo e di sé, richiede ben altro che di esser contenuta nella singola poesia, o nella raccolta di poesie sparse come siamo abituati a vedere oggigiorno, e trovi la sua piena attuazione solo in una struttura poematica o narrativa. Di Scarselli credo che non esista alcuna poesia singola pubblicata su riviste letterarie; è riconosciuto infatti ch'egli sia oggi il cultore per eccellenza del genere poematico fin dall'uscita del suo primo libro Isole e vele (1988). Inoltre, come ebbe a scrivere il compianto linguista Giancarlo Oli (Alla Bottega, XXXII, N. 3-4, 1994, pag. 72), i suoi poemi sono “così rappresentativi dei problemi esistenziali del nostro tempo da segnare, più che la “Giovanna D'Arco” della Spaziani, la data del ritorno al poematico e la fine del lirismo ermetico”. Nell'introduzione a un altro libro di Scarselli (Straordinario accaduto a un ordinario collezionista di orologi) lo stesso Oli spiega meglio il suo pensiero: “Credo che tentare di nuovo la poesia epica non implichi farsi il contraltare di questo o quel poema antico (...); significa piuttosto riconferire alla poesia una voce che essa sembrava aver perduta; un'esemplarità significativa anche sul piano morale ma soprattutto su quello (...) della capacità di trascinare e commuovere”.

In effetti, Scarselli crede profondamente nel valore anche morale della propria ricerca e nell'importanza di avvincere il lettore costringendolo a confrontarsi con i problemi dell’esistenza; di conseguenza ne parla senza falsa modestia e fa il possibile per divulgare il proprio lavoro. Con questo intento ha anche per un breve periodo provato a frequentare i salotti letterari, fiorentini e non, ma il suo carattere schivo, difficile, ipercritico, e soprattutto i biechi intrallazzi che vi ha conosciuto, non gli hanno fatto sopportare a lungo questo “calvario”. La sua poesia (poiché di poesia si tratta, nonostante la sua opinione!) meriterebbe una più larga diffusione tra il pubblico medio, poiché è a questo ch’egli si rivolge, oltre naturalmente il già vivo riconoscimento dei cosiddetti “operatori culturali”; perciò mi sono gettato nell'avventura di tentare un'analisi complessiva della poesia di Scarselli esaminandola nella duplice prospettiva della sua movimentata vicenda biografica e della sua personalità.

Anche la sua biografia infatti è di quelle da ricordare. Sintetizziamola: di formazione classico-umanistica, dopo un’intensa stagione giovanile di scrittura e sperimentazione poetica, la sua ansia di risposte esistenziali e di certezze lo fa approdare agli studi scientifici laureandosi in Biologia all'Università di Firenze; prosegue quindi nella carriera universitaria e nella ricerca scientifica, consegue la libera docenza in Fisiologia e occupa posti a livello dirigenziale in diversi centri europei di ricerca biomedica. Sono studi importanti per la formazione di una sua personale visione del mondo e per la maturazione dello scrittore, che non gli impediscono di continuare la frequentazione - seppur rallentata - della poesia, con un gran numero di singole liriche ch’egli lascia tuttavia per molti anni nel cassetto. Dopo un periodo di crisi, abbandona la carriera scientifica e, dopo varie vicissitudini, si ritira a vivere appartato in un casolare dell'Appennino toscano tornando a dedicarsi anima e corpo al nuovo genere di poesia che ha maturato nel frattempo e che egli chiama ora “riflessione poetica”. Ma in questo ritorno non c'è la frattura che si potrebbe immaginare: tornando alla poesia, infatti, egli ha trasferito in una scrittura poetica nuova e originale lo stesso bisogno di riflessione filosofica che lo aveva portato, in anni più giovanili e pieni di speranza, all'utopia della ricerca scientifica come unica possibilità di conoscenza del Vero.

La formazione

Veniero Scarselli nasce a Firenze il 24 Giugno 1931 da Maria Livia Bressanin, pittrice e insegnante di Disegno e Storia dell'Arte, e da Renzo Scarselli, che morirà tragicamente all'età di 31 anni nel pieno di una frenetica e poliedrica attività di architetto, acquafortista, archeologo e scrittore, lasciando nel figlio settenne un'impressione indelebile. Anche gli altri ascendenti paterni esercitavano per professione la pittura; fra tutti ricorderemo il più noto, il nonno Adolfo Scarselli (1866-1945), pittore macchiaiolo allievo di Fattori; ma anche la nonna Anna Eram e la zia Noemi Scarselli. Lo stesso Scarselli, da giovane, ha coltivato a più riprese quest'arte. Tutto questo per mostrare quanto il clima familiare, impregnato di arte e letteratura, abbia influito sulla sua formazione. Circa l'anno di nascita del Poeta, è bene dissipare un piccolo equivoco: per un errore di stampa avvenuto fin dagli inizi e che si è moltiplicato e diffuso, è stato accreditato il 1941. La cosa in fondo non dispiacque a Scarselli, cui, dato il suo tardivo esordio pubblico, dava fastidio l'idea di poter apparire come un dilettante che da pensionato si dedica alla scrittura per ammazzare il tempo, quindi non si è mai preoccupato di smentire o di correggere, ha lasciato credere di essere di dieci anni più giovane, confortato da un aspetto ed una vigoria fisica che non lo tradivano.

In età scolare lo affascinano le vicende dell'Odissea, intensamente ascoltate dalla bocca del maestro elementare; durante l'adolescenza è conquistato dai grandi romanzi ottocenteschi, specie russi; ma il primo amore poetico è per Gozzano, uno dei poeti raccomandatigli dalla madre e letto fra un romanzo d'avventura e l'altro, forse anche allettato (come, sorridendo, mi confida) da qualche passo che allora considerava... piccante. Legge anche i Fioretti di S. Francesco (anche questa una lettura consigliata dalla madre, figura straordinariamente presente nella sua poesia e nella sua vita) sebbene, come tutti gli adolescenti, non ne potesse essere particolarmente entusiasmato. In realtà li interiorizza profondamente; nella maturità infatti li leggerà e rileggerà più volte con “gusto, meraviglia, invidia, ammirazione”, egli dice, innamorato della semplicità francescana e della libertà che accompagna il disdegno dei bisogni materiali, unica via che porti alla Perfetta Letizia. In famiglia istituirà addirittura il rito, anche a scopo educativo, di far leggere ad alta voce dalla figlia un fioretto al giorno all'ora del pasto principale, come nei refettori monastici.

Già dall'età di sette anni Scarselli scrive qualche poesia, a quattordici vi si butta a corpo morto, ingenuamente ispirato dai primi amori come tutti gli adolescenti. Più tardi subirà affascinato i consigli letterari di un cugino molto più grande, Ettore Gracis, ormai affermato direttore d'orchestra, che per qualche anno si trova a Firenze come direttore stabile del Maggio Musicale, e che il giovanissimo Scarselli - ancora ignaro di poesia contemporanea - frequenta assiduamente venendo così iniziato alle correnti artistiche del Novecento. Scarselli stesso gli tributerà molti anni più tardi la sua riconoscenza dedicandogli il suo primo libro con la scritta: A Ettore Gracis, che prima della musica mi ha insegnato la poesia.

Con le letture entusiastiche dei grandi poeti di allora - Montale, Quasimodo, Ungaretti, De Libero, tutti propostigli dal Gracis - inizia dunque per il Nostro un lungo periodo di rinnovata, frenetica attività creativa che egli ancor oggi ricorda con nostalgica tenerezza. Scriveva versi sui suoi taccuini giorno e notte e in qualsiasi luogo si trovasse, in tram, per la strada, al Liceo, dove - egli racconta - aveva scelto di stare nell'ultimo banco per sfuggire all'occhio dei professori (con qualche comprensibile danno del profitto scolastico, come ammette sorridendo). E' la fase delle grandi sperimentazioni, in cui si cimenta con tutti gli “ismi” del tempo, dall'espressionismo al surrealismo, dall'ermetismo alle parole in libertà. A un certo punto sente anche l'ambiziosa esigenza di pubblicare le sue cose, prende il coraggio a due mani e si presenta al direttore editoriale della Vallecchi; questi, data la sua giovane età, gli raccomanda molto amabilmente di non avere fretta e Scarselli... obbedirà scrupolosamente scrivendo a getto continuo ma tenendo tutto nel cassetto per decenni!

Già da allora i suoi interessi si volgono alla riflessione sull'essenza e sulle ragioni della poesia e più in generale dell'arte, divora quindi trattati di estetica fra cui quello di Benedetto Croce, ma comincia a pensare che soltanto la neurofisiologia possa spiegare fino in fondo i processi cognitivi e creativi. Da queste riflessioni a quelle sui temi più generali dell'esistenza il passo è breve; e anche in questo campo la sua fede nella scienza lo porta a sperare di avere da lei qualche risposta. Inizia un originale periodo sperimentale in cui tenta di conciliare scienza e poesia in una strana scrittura “metafisica” dove la matematica, la geometria, le nuove conoscenze dell'universo, cercano invano una loro collocazione soddisfacente. Ma ormai ha iniziato gli studi universitari di Biologia, affascinato dal mistero scientifico e filosofico della transizione fra la materia inorganica e la materia vivente, e da quello, che lo assillerà per tutta la vita, del legame fra la mente e il cervello, fra l'anima e il corpo. Per un certo periodo verrà completamente assorbito dai suoi studi e ricerche, presentandosi alla laurea avendo già alcune pubblicazioni scientifiche al suo attivo.

Appena laureato (1956), e con questo piccolo bagaglio (nel frattempo ha sposato la fidanzata tedesca Waltraud Ritschel, dalla quale avrà due figlie, Mirica e Scilla), si trasferisce a Milano come assistente dell'Istituto di Fisiologia Umana, dove resterà diversi anni conseguendo nel 1964 la libera docenza con il cospicuo numero di trentadue memorie scientifiche. Certo lo Scienziato ha messo un po' in ombra l'attività poetica, perché ora ritiene la poesia un'attività secondaria e di poco peso; pensa infatti che il suo lavoro di ricerca scientifica, cui i molti successi e la libera docenza aprono grandi orizzonti, sia di gran lunga più importante; e che comunque a nessuno possa interessare ciò che - con grande pudore - scrive delle proprie emozioni. Ma la cosa più interessante è che proprio nel corso di questi anni egli va ridimensionando la sua scrittura, togliendola dal vicolo senza uscita della sperimentazione e dando ad essa a poco a poco la dimensione umanistica di una profonda ricerca e riflessione esistenziale. La poesia comunque resterà ancora per molto in sordina, relegata ai momenti di forte impatto emotivo.

Intanto però la crisi socio-esistenziale con cui la grande ventata del “sessantotto” aveva contagiato un po’ tutti, ora investe la sua fiducia quasi religiosa nelle possibilità della scienza e anche la sua vita sentimentale, così che egli comincia a pensare a una sorta di ritiro laico dal mondo. Ormai ha preso coscienza della inadeguatezza della ricerca scientifica, la quale, lungi dallo sviscerare problemi esistenziali generali, può applicare la sua attenzione solo a specifici, strettissimi settori di osservazione e sperimentazione riuscendo a esaminarli analiticamente soltanto uno dopo l'altro e restando quindi eternamente prigioniera del contingente e del particolare. Gli sembra d'essere come quello che guarda il mondo dal buco di una serratura e pretende di trarne valutazioni generali; questa è ormai la concezione che Scarselli ha della scienza riduzionistica. Tuttavia egli ancora non rallenta l’impegno a continuare la ricerca avviata, non solo per il coinvolgimento morale in ciò che fino allora aveva considerato una sorta di missione, ma paradossalmente per la sua naturale curiosità per i fenomeni naturali e la passione per la tecnologia che fin da ragazzo aveva segnato le sue scelte. Si dice che il progredire della scienza coincide col progredire della metodologia e tecnologia; ebbene, Scarselli, da adulto e da scienziato, si era gettato alla ricerca di nuovi metodi e tecniche capaci di rivelare nuovi fenomeni con la stessa passione con cui da ragazzo - appassionato del “fai da te” - autocostruiva apparecchi radio e altri congegni elettronici con vecchi componenti scovati dai rigattieri, oppure rudimentali microscopi per l'osservazione di protozoi recuperando le lenti da vecchie macchine fotografiche; ma aveva anche messo in piedi un piccolo e funzionale laboratorio chimico riempiendo di alambicchi e marchingegni la propria camera da letto, e anche requisendo sotto lo sguardo indulgente della madre angoli della cucina e del bagno di casa. Questa sua giovanile passione di piccolo scienziato non lo ha mai abbandonato, inducendolo da adulto, per una sorta di coazione, a ripetere il gioco con strumenti da adulto. Ancor oggi egli confessa di rimpiangere struggentemente i «bellissimi balocchi» - come lui chiama con affetto gli strumenti e le procedure sovente da lui stesso inventati durante l’attività di ricercatore - e ancor oggi si rammarica per non avere con essi abbastanza “giocato”, dato che ormai non ha più né tempo né motivo per dedicarvisi.

Come si spiega dunque la sua decisione di abbandonare la carriera intrapresa e tagliare dietro di sé tutti i ponti? Lui stesso pensa che decisivo sia stato l'impatto con la realtà economica e industriale della ricerca scientifica. Finché la sua attività si svolgeva esclusivamente nel chiuso ambito universitario, la sua passione per i “balocchi” scientifici si autoalimentava senza problemi. Il gioco è definito come un'attività intellettuale fine a se stessa, libera da ogni scopo utilitaristico, e l'università - prima a Firenze, poi a Milano - gli permetteva di realizzarlo in un'attività praticamente senza vincoli, in cui Scarselli aveva modo di spaziare a suo agio soddisfacendo esclusivamente la propria curiosità e il proprio estro. Purtroppo il contatto, avvenuto più tardi, con la realtà della ricerca farmacologica industriale, se pure a livelli dirigenziali (o forse proprio a causa della conoscenza più profonda che ne ha il dirigente), gli ha permesso di vederne il vero volto senza la maschera di idealistiche illusioni. Il Poeta-Scienziato, che fino allora aveva nutrito di istanze umanistiche il suo interesse per la scienza, forse in cuor suo abbracciandola anacronisticamente con la passione che una volta animava l'uomo rinascimentale (lui stesso confessa di rimpiangere di non esser nato nel ‘600), vede ora chiaramente e amaramente lo stretto legame che unisce la ricerca scientifica di oggi, anche universitaria, con la proliferazione del capitale e la sua legge inflessibile; vede chiaramente nella sua massificazione e nella sua disumanizzante anonimità non solo l'assenza d'ogni ideale umanistico, ma la totale denaturazione e asservimento di una scientia che fra il ‘500 e il ‘600 era nata come pura attività dello spirito. Come avrebbe potuto adattarsi alla fredda e cinica funzionalità dell'attuale ricerca utilitaristica colui che oggi non può fare a meno di commuoversi, come mi ha confidato, al ricordo dei suoi primi lavori di studente nel vecchio laboratorio universitario fiorentino del Museo della Specola, annesso al Giardino di Boboli, che l’Università aveva ricavato dalla limonaia cinquecentesca del parco, in un ambiente pieno di storte, alambicchi, vetrini da microscopio e animali imbalsamati, certo più somigliante a un luogo faustiano di alchemiche manipolazioni che ai moderni ed anonimi laboratori-bunker dei grandi centri di ricerca, in cui si lavora con apparecchi complessi e sofisticati, e dove unica luce è quella dei tubi al neon, e unica aria da respirare quella condizionata, filtrata, deumidificata, sterilizzata da enormi centrali generatrici che ci cullano - come ama dire - quasi “come feti prematuri dentro incubatrici”?

Decisivo tuttavia per la sua scelta fu vedere infine chiaramente quanto illusoria fosse stata anche la sua stessa precedente cosiddetta “libertà di ricercatore universitario”: ai suoi occhi, non più bendati, il Capitale appare come un’infezione che corrompe in oro, come un mostruoso re Mida, tutto ciò che tocca. Ora Scarselli riesce a vedere e capire i sintomi di questo male, che pure avrebbe già dovuto riconoscere nella sua non breve carriera universitaria se avesse saputo collegare fra loro le mille singole sensazioni, evidenze, effettive sopraffazioni; ora è costretto amaramente a riconoscere che perfino la cosiddetta “ricerca pura” delle origini oggi ha cessato di esistere; ogni atto del pensiero scientifico, anche di quello apparentemente più somigliante alla curiosità disinteressata del fanciullo, è in qualche modo orientato, guidato, subordinato alla realizzazione di un qualche utile. Cosa di per sé non indegna, ma che Scarselli sentiva terribilmente incompatibile con l'idea di ricerca come libera scorribanda del pensiero, poetico o scientifico che fosse, che egli evidentemente portava dentro di sé fin dall'età giovanile.

A questa nuova consapevolezza forse si unì anche la delusione di chi, per il suo carattere individualistico e libertario ed i suoi manifesti ideali, non era stato compreso da chi stava sopra di lui, e non era quindi riuscito a integrarsi nella rigida struttura gerarchica piramidale della grande ricerca scientifica nordica senza farsi degli acerrimi nemici. In breve, dopo qualche anno di attività in Germania e poi in Svizzera, e dopo un ultimo tentativo in Italia, se ne va sbattendo letteralmente la porta. Forse, alla disfatta in questo campo, si era aggiunto anche il dolore per la fine di una relazione tumultuosa e travagliata con un’altra giovane tedesca quando viveva oltralpe (cui egli dedicherà molti anni più tardi il suo Torbidi amorosi labirinti nominandola con le iniziali C.W.) e che lo aveva portato a separarsi dalla prima moglie: due esperienze che lo hanno segnato per lungo tempo.

Scarselli rientra dunque in Italia da solo nel 1971 per laurearsi in medicina, col sogno di seguire le orme di Albert Schweizer di cui era grande ammiratore. Abbandona tuttavia anche gli studi di medicina, troppo lunghi per la sua impazienza e il suo scetticismo scientifico; abbandona anche l’industria farmaceutica fiorentina in cui aveva impiantato dal nulla un importante laboratorio di ricerca, vende la casa di Firenze e si compra una barca a vela per viverci e vagabondare per i mari, da sempre sua grande passione. Si viveva nel clima ancora rovente del post-sessantotto e questo fu forse il più semplice modo con cui egli allora credette di manifestare la propria ribellione contro un mondo in cui non riusciva più a riconoscersi e che agli occhi di una sinistra rivoluzionaria sembrava in disfacimento. Ma una grossa burrasca gli fece inaspettatamente capire, pur nel suo lieto fine, i propri limiti di navigatore solitario e pose fine anche a questa esperienza.

Pur vivendo ancora in barca, inizia a frequentare i giovani amici politicizzati di Firenze ed è attratto nell'orbita di una delle molte piccole comuni che a quel tempo - in esaltante quanto vana attesa della “rivoluzione” - proliferavano nelle città e nelle campagne simpatizzando con gruppi extra-parlamentari. Dapprima egli matura il progetto ambizioso di fondare una consistente comunità agricola autosufficiente, ad economia chiusa, nel quadro di un idealistico “ritorno alla natura” e di una provocatoria rinuncia ai beni mondani imposti dal consumismo. Purtroppo la maggior parte dei pur entusiasti adepti iniziali, quando è il momento di passare ai fatti, si defila, forse spaventata dalle severe regole di austerità e isolamento da lui imposte; alla fine egli, con la sua nuova compagna (Gemma Menigatti: si sposeranno dopo qualche anno) e la loro figlioletta Teresa, rimangono gli unici abitanti dell'ex-podere abbandonato e semi-incolto che egli totalmente a sue spese, dopo aver rivenduto l’amatissima barca, aveva acquistato nel 1975 sulle alture appenniniche del Casentino, vicino a Pratovecchio, ed in parte riattato e ricoltivato per realizzare il suo utopistico progetto di comune agricola.

La poesia come scelta di vita

Dal 1975 dunque Scarselli vive appartato in Casentino, a 50 Km da Firenze sulle pendici dell’Eremo di Camaldoli, nel proprio “eremo” elettivo di 38 ettari, e ama dire d’essersi messo questo grande spazio come difesa fra sé e la società “corrotta”. Con entusiasmo e passione vi coltiva un orto e una vigna, e come inizio ha con sé cinque pecore, una capra, un vecchio cavallo, qualche gallina e coniglio, due cuccioli di cani trovatelli. Ancora oggi lassù non arriva nessuno per lunghi mesi, al massimo qualche cacciatore in autunno; anche i pochi amici e parenti, dopo i primi mesi di curiosità, si sono stancati. Ma ora Scarselli ha ripreso in pieno la sua attività di riflessione e scrittura poetica e nel corso degli anni raggiunge la consapevolezza che, nella forma come negli intenti, essa è matura per entrare come nuova voce nel panorama languente della poesia “istituzionale”, che egli sente ormai come totalmente diversa ed estranea. Lavorando quindi intensamente agli scritti degli anni precedenti e ordinandoli in modo che essi esprimano le vicende romanzesche di quel periodo tormentato della sua vita, esordisce nel 1988 col suo primo libro, Isole e vele, cui dà il significativo sottotitolo di Romanzo lirico.

La vita dei due eremiti e della loro figlioletta decorre dunque nel più completo isolamento e nella più assoluta pace, lontano dai rumori della mondanità, con qualche eccezione soltanto negli ultimi anni, a causa della risonanza che accompagna l'uscita dei libri di Scarselli, le loro presentazioni e i molti premi letterari che egli riceve. A poco a poco si è dovuto arrendere, riconoscendo che la realizzazione della vagheggiata autosufficienza agricola come sogno di un “ritorno alla natura” è incompatibile con le braccia di una piccolissima famiglia; non fila più la lana delle sue pecore per farci maglie e calze («pungevano maledettamente» sorride), ma le compra già fatte nei mercatini dell'usato; non scende più a cavallo dal monte, ma con una scassatissima auto; non ara più i suoi campi col cavallo, né fa più il fieno o la legna con le sue mani, ma lascia l’incombenza dei lavori a dei furbi vicini col trattore, in cambio di una parte del raccolto. Queste concessioni gli bruciano; ma le accetta di buon grado, se pur con moderato rimpianto, non volendo rubare tempo prezioso all'attività di scrittura, che gli richiede ormai un impegno continuo e quotidiano.

Sono passati sedici anni dall'uscita del suo primo libro, e conta ormai un vasto numero di estimatori e di pubblicazioni critiche, oltre che di premi letterari, una cosa certo non comune in poesia. Si ha l'impressione che ciò lo abbia coinvolto anche moralmente e spronato a dedicare alla poesia sempre più tempo. Essa aveva goduto di una lunga incubazione negli anni che lui dedicava alla ricerca scientifica, prima che decidesse di uscire allo scoperto con un libro; è vero che la sua attività di scrittura non ha mai subìto lunghe interruzioni, ma è anche lecito supporre che essa, nella sua forma matura, si sia concentrata nell'ultimo trentennio, vale a dire dopo che egli aveva deposto l'abito di scienziato per quello di poeta-contadino, all'incirca cioè dal 1973, ricevendo poi una straordinaria accelerazione negli ultimi sedici anni dopo l'uscita del primo, accelerazione che gli ha permesso di raccoglierne i frutti alla cadenza di quasi un libro all'anno.

La lunga incubazione, nascosta nel segreto del cassetto insieme alla storia degli esperimenti e alle scorie del proprio stesso sviluppo, ha consentito l'esordio pubblico di una scrittura già pronta e matura, emancipata dalla sudditanza agli ismi e alle mode letterarie di mezzo secolo, ma ha avuto d'altro canto la fatale conseguenza di far conoscere al pubblico un poeta già ultracinquantenne, facendolo partire quindi in un certo senso svantaggiato rispetto agli altri suoi colleghi coetanei che poterono contare su esordi pubblici più precoci. A questo oggettivo svantaggio si deve aggiungere anche la difficile migrazione di Scarselli da una monopolizzante attività scientifica ad un ambiente letterario per lui completamente sconosciuto, nel quale entrava privo di qualunque referenza, aggancio personale, semplice amicizia. Questo spiega in parte la sua frenetica produzione poetica degli ultimi anni: è verosimile che egli non soltanto si trovasse in una felice stagione poetica, animato da un insopprimibile imperativo di scrivere, ma fosse anche teso in uno sforzo di recupero del tempo perduto.

La immissione sul “mercato” di un poeta già pronto e maturo, che si presentava con una poesia di vera rottura verso gli schemi omologati della poesia istituzionale, apparentemente senza aver pagato il prezzo dei lunghi anni di attesa di chi inizia dalla gavetta, e per di più proveniente da un ambiente affatto estraneo a quello letterario, è stata naturalmente accolta da molti con sospetto, se non con la guerra aperta. I centri di potere annidati nelle redazioni degli editori più importanti, nelle grosse riviste letterarie e in molti circoli e salotti culturali, specie fiorentini, lo hanno volontariamente ignorato se non addirittura boicottato. E' molto divertente leggere ad esempio le gentilissime, lunghe e meditate lettere di ricusa o di stroncatura scritte da eminenti quanto anonimi “consulenti” o “commissioni di lettura” dei grossi editori in risposta all'invio dei suoi manoscritti; è da notare che si tratta di quegli stessi manoscritti che, pubblicati in seguito a sue spese da piccoli editori, hanno riscosso vivissimo consenso di critici molto noti e vinto innumerevoli premi letterari, spesso alla pari proprio con i libri presentati dagli stessi grossi editori che li avevano rifiutati. Come esempio valgano alcuni stralci:

Einaudi
Gentile Prof. Scarselli,
ho fatto leggere (...) ai nostri consulenti il Suo lavoro poetico Isole e vele. Il loro parere è perplesso: più che un'espressività poetica, le composizioni che ci ha inviate sembrano esercitazioni tradizionali di un lirismo retorico e non controllato. Probabilmente il lavoro da fare è tornare su questi scritti ripulendoli dalla molta prosa e dalle stanchezze di frase che abbondano, oltre a portare più attenzione a una maggiore esattezza di linguaggio.

Mondadori
Gentile Dr. Scarselli,
abbiamo sottoposto al più attento esame dei nostri lettori il romanzo lirico Torbidi amorosi labirinti (...) A detta dei consulenti che hanno letto i suoi versi, si tratta di testi a volte non privi di energia poetica, ma, nell'insieme, anche questa volta, non convincenti...

Garzanti
Gentile Signor Scarselli,
abbiamo letto con interesse il suo poema Eretiche grida, che senza dubbio contiene immagini felicemente riuscite, espresse con buona incisività poetica; ma, a nostro avviso, si tratta di esiti locali, ridotti, di fronte all'incertezza complessiva, sia strutturale che stilistica, del testo. Il suo poema ha un fondo filosofico piuttosto complesso, nel quale ci si addentra a fatica. E' un difetto cui contribuiscono, secondo noi, il tentativo non sempre riuscito di disegnare concetti astratti col linguaggio figurativo della poesia, la difficile fusione tra le astrazioni concettuali e le metafore (...) Inoltre, si avverte un crescendo di domande, di vocativi, di istanze, che a volte suonano retorici.

Da allora Scarselli ha cessato di rivolgersi alle grandi case editrici.

Il primo noto personaggio letterario ad accorgersi di lui dopo aver letto in una sola notte proprio il manoscritto di Isole e vele (lo stesso che aveva inviato ad Einaudi), mentre nell'Agosto ‘87 si trovava a Pratovecchio per il Premio Romena, è Vittorio Vettori, che con vera intuizione da “talent-scout” il mattino dopo gli telefona tutto il suo entusiasmo per la forza poetica e l'unità poematica dell'opera esclamando: “E' un vero libro!”; e il giudizio è certo coraggioso, se si confronta con quello appena citato di Einaudi. Vettori scriverà quindi una elogiativa prefazione a Isole e vele e qualche anno più tardi una ancor più entusiastica ed esaltante per il quinto libro di Scarselli, Eretiche grida. Dopo la sua uscita, Isole e vele viene molto apprezzato anche da Romano Bilenchi, ormai purtroppo vecchio e malato, che lo segnala a Mario Luzi; questi, vuoi perché il libro non si presenta ancora con la virulenza di quelli successivi, vuoi perché è ancora abbastanza intriso di modi e vezzi ermetici a lui cari, in una lettera a Scarselli dichiara il suo ammirato consenso; ma storcerà un po’ il naso per le “crudezze” del libro successivo Pavana per una madre defunta (1990) e, pur ammettendo che “il complesso delle poesie di Pavana mira alto”, lo ammonirà che “bisogna stare attenti, Stecchetti è in agguato”. Storcerà il naso anche per tutti i libri successivi, concedendo tutt’al più che esibiscono una “buona retorica”. Pavana riceverà invece da tutti una montagna di lettere di apprezzamento e sarà fra i libri più premiati di Scarselli, decantato, fra gli altri, anche da Mario Sansone e da Antonio Piromalli al Premio “San Nicola Arcella”, che ne scriveranno una partecipata motivazione analizzando in dettaglio i temi filosofici del libro. Subito dopo Luigi Baldacci (che per la verità aveva molto apprezzato anche il primo libro) scrive una importante prefazione al terzo poema di Scarselli, il romanzo lirico Torbidi amorosi labirinti (1991). A questo punto ormai una folta schiera di più o meno noti critici e cultori di poesia ha già scritto una gran mole di recensioni e saggi sulla poesia del nostro Poeta. Seguiranno a catena i poemi Priaposodomomachia del ‘92, Eretiche grida del ‘93 (prefazione di Vittorio Vettori), Piangono ancora come bambini del ‘94, Straordinario accaduto a un ordinario collezionista di orologi del ‘95 (con l'entusiastica prefazione del compianto linguista Giancarlo Oli), quindi un totale rifacimento di Isole e vele vincitore del Premio Libero De Libero e pubblicato dal premio stesso col titolo Fuga da Itaca nel ‘97 (prefazione di Luciano Luisi), e infine, dopo inusitatamente lunga incubazione, Il Palazzo del grande Tritacarne del ‘98, la Ballata del vecchio Capitano del 2002, e Diletta Sposa del 2003.

Tornando alla storia del suo debutto, sembrano aprirsi subito a Scarselli anche i salotti letterari. La poetessa Paola Lucarini Poggi, molto legata a Mario Luzi e quindi potente regina dell’ambiente letterario fiorentino, aveva molto apprezzato Isole e vele e, per la verità, anche le opere successive, ma solo fino al quinto poema, Eretiche grida. Dopo una buona amicizia epistolare, Scarselli si decide a frequentare, scendendo ogni volta dal suo monte in Casentino, il di lei salotto letterario di Borgo la Croce a Firenze, dove nel ‘91 ha l'opportunità di recitare lui stesso, in anteprima, il manoscritto di Priaposodomomachia. Qui incontra il linguista e lessicografo Giancarlo Oli, che diventa uno dei più convinti estimatori della sua poesia e con cui stringe una fraterna amicizia. Non altrettanto felice - come racconta Scarselli - risulterà l'amicizia con Paola Lucarini, che, alla vigilia di una tavola rotonda proprio sul poema Eretiche grida organizzata dal Comune di Firenze in Palazzo Vecchio, con un clamoroso voltafaccia ne tenterà addirittura il boicottaggio; anche Mario Luzi rifiuterà la sua partecipazione sotto qualunque veste, anche di semplice uditore, nonostante che a quel tempo partecipasse a tutte le presentazioni di poeti del suo entourage; non servirà a metter pace neanche l’intervento di Oli, pur presidente e relatore in quella tavola rotonda. Nessuna meraviglia, se in seguito a questo “incidente diplomatico” anche alcuni cattedratici di Firenze, fino allora entusiasti estimatori di Scarselli, si siano raffreddati nei suoi confronti. A creare intorno a lui un tale ostracismo è stata certamente la forza della sua scrittura e le gelosie che stava suscitando, ma forse anche il suo carattere incapace di compromessi e di adulazioni. Sta di fatto che da allora egli non ha più potuto presentare un suo libro a Firenze e nessun fiorentino ha più scritto una sola pagina su di lui. Tuttavia Scarselli non se ne lamenta: dopo la breve stagione in cui ha potuto “assaggiare sulla propria pelle - come egli dice - le camarille e l’omologazione letteraria dei fiorentini”, se ne torna, finalmente liberato da obblighi “noiosissimi”, alla pace creativa del suo Monte Athos.

La poetica

In uno dei colloqui tra chi scrive e il Poeta per scandagliare la sua singolare inclinazione di mistico-laico, egli dice: “Dopo il felice esordio di Isole e vele è stato deludente vedere come molti fossero fuorviati dal linguaggio libero ed esuberante nonché dai contenuti nuovi, ritenuti scandalosi, di Pavana per una madre defunta. La mia inclinazione alla speculazione metafisica e al misticismo non è stata percepita, oscurata forse dal linguaggio virulento e dissacrante, o quantomeno è sembrata incompatibile con un linguaggio considerato blasfemo. Ma non è stato rilevato neanche l’aspetto ironico-sarcastico, con cui spesso aggredivo temi considerati seriosi”.

A noi sembra evidente, invece, che la definizione che meglio si attaglia a Scarselli è proprio quella del mistico “cercatore di Dio”; tutta la sua opera ne è la più concreta e irrefutabile prova. Sorta come un cuneo in mezzo alla intoccabile omologazione della poesia contemporanea, si comprende come la ricerca del nostro poeta non potesse evitare, almeno all’inizio, di attirarsi l’ostilità dei molti. Scarselli infatti si interessa soprattutto ai contenuti, che non teme di esplorare a fondo e di chiamarli col loro nome, da quelli più laidi e scandalosi a quelli più elevati. Dopo una vita di esperienze filosofiche e scientifiche, un’esplorazione poetica di chiaro pensiero è l'ultima spiaggia ch’egli tenta con l'aiuto di una vocazione sicura ed antica alla meditazione e alla scrittura. Tuttavia, schermendosi, egli afferma tra il serio e il faceto di avere abbandonato ogni altra attività non solo perché la poesia lo realizza totalmente, ma soprattutto perché «è l'unica cosa che mi riesce meglio».

In realtà per lui la riflessione poetica è, non si ripeterà mai abbastanza, il mezzo ed il fine che lo ossessiona. In una breve prefazione alla Priaposodomomachia egli scrive: «Qualunque soggetto, anche il più sgradevole o abbietto, può essere suscettibile di dignitosa investigazione e trasfigurazione poetica, quando si ponga l'investigazione del Vero come lo scopo principale della poesia e la trasfigurazione poetica come la nascita liberatoria alla luce, attraverso il linguaggio delle immagini, di relazioni profonde e nascoste tra le cose della realtà che ci circonda o che è in noi» (V. Scarselli, prefazione a Priaposodomomachia, 1992).

La dichiarazione di poetica forse più completa viene espressa da Scarselli nelle due conferenze tenute all’Istituto Italiano di Cultura di Oslo e all’Università di Bergen nel 1995: «La poesia (…) ubbidisce all’innato bisogno dell’uomo di conoscere la realtà del mondo che lo circonda. E’ dunque un potente strumento di esplorazione di sé e del mondo, uno strumento indispensabile alla crescita della coscienza (…) E’ giusto ed inevitabile che ogni immagine, ogni pensiero, provochi un’emozione; tuttavia ritengo che le emozioni siano un prodotto secondario, anche se inevitabile, e che comunque non siano assolutamente lo scopo della poesia. La poesia, proprio perché è uno strumento potente di conoscenza, è la contemplazione oggettiva, il ripensamento e la comprensione di un’esperienza che ci ha emozionati, ma non l’emozione stessa; è dunque una vera e propria riflessione, una meditazione espressa in un linguaggio non logico ma intuitivo e figurato, che porta tuttavia a livello cosciente ciò che tutti più o meno incosciamente percepiscono (...) La poesia che non insegni qualcosa (…) rinuncia alla sua funzione (…) di trasmettere agli altri una concezione della vita, una saggezza, una coscienza morale, che possano costituire ancora oggi dei punti di riferimento» (V. Scarselli, “La poesia d'oggi in Italia”, conferenza riportata sul Corriere di Roma, XLVII, 15 Giugno 1995).

Scarselli dunque non è poeta da indugiare in lirismi fine a se stessi che rifiutano le grandi domande, anzi si misura quasi soltanto con quelle; esse ruotano intorno al dualismo fra Dio e la Morte, fra il Bene e il Male, la Materia e lo Spirito, il Corpo e l’Anima, in una lotta continua che a volte si stempera quasi in una “coincidentia oppositorum”, tanto ch’egli stesso vi naufragherebbe se non lo salvasse un filo costante di ironia ed autoironia, autentici salvagenti contro la tragicità assoluta di certe sue conclusioni che altrimenti rischierebbero di sconfinare nel patetico. Questa vena ironica e sarcastica si esplica spesso nella descrizione minuziosa e quasi ossessiva di particolari insignificanti rispetto alla trama significante dell'intero poema, ed è una parodia dei modi propri dello scientismo, da lui così ben conosciuti. In questo rivela una parentela di comune sentire con Rossano Onano, da cui persino sospetta di aver ricevuto una certa influenza (ma al quale rimprovera la totale inosservanza di metrica, ritmo e costrutto). Non può essere comunque un caso che ambedue provengano dalla stessa matrice scientistica medico-biologica: Onano è medico psichiatra, ed anche lui prende garbatamente in giro il proprio mondo scientistico.

Gli ascendenti

Evidenti e importanti sono nella poesia di Scarselli le suggestioni dell'Odissea, libro, come abbiamo detto, a lui molto caro e che considera ancora vivo e attuale, un topos della letteratura universale. Altri grandi amori poetici sono Dante e Leopardi, l'influenza dei quali - passata indenne attraverso la giovanile ansia iconoclastica - si sente fortemente nei contenuti delle opere mature. L'ammirazione per Dante non è comunque incondizionata, egli la subordina anzi alla necessità di una lettura storicistica; ma ne ammira la grande umanità e la forza ideale del cammino ascensionale che attraverso la pena e il dolore perviene alla Luce. Egli confessa che oggi ha recuperato totalmente anche il “Paradiso”, molti passi del quale, da giovane, aveva forse subìto come noiosi; ma tuttavia inevitabili, dal momento che in un poema - egli dice - «non è possibile mantenere una continuità di tensione lirica; i tratti di collegamento, in cui la tensione si allenta e la trama riprende avvio, sono altrettanto necessari quanto i momenti più ispirati, similmente a quanto accade in teatro, nella lirica in particolare, con la funzione dei recitativi nel collegamento fra le arie». In una lettera a Vittorio Cozzoli, noto dantista, Scarselli scriveva a proposito della Divina Commedia: «Ti ringrazio per avermi dato l'occasione, ripensando e rivivendo la mia lettura giovanile di Dante, di acquistare consapevolezza di quanto profondamente essa mi abbia influenzato e di quanto quest’influenza tuttora continui a manifestarsi in ciò che scrivo, nonostante io tenti (invano) di mascherarla a me stesso, forse per una sorta di pudore dinanzi al nostro Grande».

Mara Giovine in un suo recente studio del poema Straordinario accaduto a un ordinario collezionista di orologi ha messo a fuoco proprio questo importante ascendente sostenendo che in questo poema Scarselli avrebbe inconsciamente rivisitato le rappresentazioni mistico-carnali che si era fatte da adolescente alla lettura del Sacro Poema, risuscitandole qui in modo originale con immagini di vera carne, la cui blasfemità ha forse scandalizzato qualcuno. Senza dubbio però i libri nei quali Scarselli, abbandonato ogni pudore, si confronta direttamente col divino Poeta sono Il Palazzo del grande Tritacarne e la Ballata del vecchio Capitano, nei quali la metafora del viaggio ultraterreno, che in Straordinario accaduto era impregnato di “immagini di vera carne”, come giustamente sosteneva la Giovine, ora si fa scopertamente ultraterreno; sembra quasi che dopo tanto pudico fuggire Scarselli si sia rassegnato ad accettare una tale pesante eredità.

Fra gli amori giovanili, come lui stesso racconta a Luciano Morandini in un’intervista comparsa sul Messaggero Veneto del 4 Luglio ‘93, importante è stato l'incontro scolastico con Aristotele, cui fa risalire la sua formazione logico-razionalistica e il suo amore per il rigore del pensiero scientifico, sviluppatosi in seguito in un profondo interesse per la tomistica e la teologia. Bisogna notare che da tempo la fede del liceale Scarselli vacillava e che in quel periodo ormai non era più credente; eppure, spinto anche dalla madre che osservava inquieta le sue trasformazioni, frequentava assiduamente preti ed oratòri, chiedeva con passione spiegazioni dettagliate e ingaggiava interminabili discussioni con i religiosi, un po’ per atteggiamento giovanile di sfida e un po’ forse per un inconscio senso di colpa. Era comunque diventato così “dotto” in questioni di teologia e di catechismo, da vincere addirittura un concorso indetto fra i liceali di Firenze.

Ben presto però l'incontro di Scarselli con la “Critica della ragion pura” di Kant, fondamentale per la sua formazione avendone influenzato il pensiero fino ad oggi, lo convince dell'inanità di ogni sforzo di speculazione metafisica. Quanto all’idealismo, confessa di non averlo mai capito bene, di averlo sempre trovato ambiguo e farraginoso, pur ammettendo «d’esserne stato, e di esserne ancora, molto turbato e certamente affascinato». Poco a poco si riconoscerà piuttosto nell’evoluzionismo misticheggiante di Bergson e in quello forse più “aristotelico” di Teilhard de Chardin. Ma d'ora in poi le sue letture quotidiane e accanite saranno quasi esclusivamente quelle attinenti alla professione della ricerca scientifica, esercitata sino al suo ritiro in Casentino, quindi solo memorie e trattati scientifici, strumenti prìncipi della ricerca. Tuttavia, durante il periodo di crisi in cui comincia a profilarsi il bisogno di imprimere una drastica svolta alla propria vita e che sfocerà nell’abbandono d’ogni attività scientifica, inizia a leggere tutto ciò che attiene alle scienze umane (o è al confine tra esse e la scienza): antropologia, etologia, etnologia, psicoanalisi, sociobiologia, ma anche medicine alternative, alchimia, parapsicologia, spiritismo, e tutte le speculazioni metafisiche della fisica e astrofisica moderne. Ancora evidentemente non demorde dalla speranza, pur sempre insoddisfatta, di trovare risposte metafisiche.

Quali esempi di letture di cui si nutre in questo periodo, citiamo dalla “Guida di lettura” premessa al suo secondo libro Pavana per una madre defunta i debiti culturali di cui Scarselli stesso dichiara apertamente essere intriso il libro: le tesi della sociobiologia, che guarda al soma degli organismi viventi come a un contenitore di geni “egoisti”; la teoria di Hoyle, secondo cui la vita sarebbe pervenuta sulla Terra dallo Spazio sotto forma di virus; le teorie neocartesiane di Popper-Eccles per l'idea di un “Mondo 3” come insieme autonomo delle opere umane; e naturalmente i già citati Bergson e Teilhard de Chardin; fa sua anche la teoria degli universi paralleli di H. Everett e infine allude anche all’idea precristiana dell’estasi orgasmica come esperienza mistica. Quest'ultimo tema, stranamente sfuggito ai commentatori di Scarselli ma rivalutato da un recente orientamento catechistico anche in seno alla Chiesa, percorre quasi tutta la sua opera nobilitandone, se ce ne fosse bisogno, tutti i momenti più crudamente sessuali da lui visitati, per cui sarebbe necessario farne una più approfondita rilettura.

Scarselli oscilla dunque fra la tentazione di apparire come poeta quasi naif e la puntigliosa, quasi maniacale onestà scientifica di rivelare ogni ispirazione, ogni singolo “prestito”, fosse anche semplicemente un’intuizione. Appare insomma evidente che la formazione di Scarselli non è quella di un poeta accademico, essendo egli migrato da un’attività scientifica totalizzante a un ambiente letterario militante, sino a quel momento per lui sconosciuto; ma è altrettanto evidente come egli non manchi di cultura classica, sia anzi uomo di solida cultura umanistica, intesa nel senso antico di una integrazione globale dello scibile. Questo è ciò che vuole significare Gianna Sallustio quando scrive che “il biologo-filosofo Veniero Scarselli fa transumanza dalla diagnosi scientifica a quella poetica realizzando un’osmosi tra le due, persuaso a far coincidere la ricerca del Vero con la ricerca del Bello; dove il Bello non è un’epidermica ed estetizzante categoria, ma ordine, armonia che trascende il contingente formicolio delle nostre cellule e si dilata per sublimarsi in una intuizione euritmica del cosmo” (G. Sallustio, “Oltre le colonne d’Ercole: Veniero Scarselli e la poetica dell’esplorazione”, Ursini Editore, Catanzaro, 1998).

Un discorso a parte andrebbe fatto per due campi artistici che hanno senza dubbio influenzato la maturazione della poesia di Scarselli: pittura e musica. Abbiamo già accennato l’influenza sul Poeta adolescente del cugino più anziano, direttore d’orchestra Ettore Gracis, recentemente scomparso (“che oltre alla musica mi ha insegnato la poesia”, scriverà Scarselli nell’epigrafe di Isole e vele); qui ci limitiamo a segnalare l’attenzione che il Poeta maturo ha per la musicalità del verso e le sue originali riflessioni sulle origini fisiologiche e la fortuna dell’endecasillabo (V. Scarselli, “Endecasillabo e respirazione”, Alla Bottega, XXXV, N. 5, 1997, pag. 51). Per quanto riguarda la pittura, spicca certo un nome su tutti: Hieronymus Bosch. E’ Scarselli stesso a dire del suo stretto gemellaggio col grande pittore olandese, fino a dichiarare scherzosamente di sentirsi la sua reincarnazione poetica. Anche ad Emerico Giachery (lettera privata) non è sfuggita questa parentela per l'ironia surrealistica che accomuna il Poeta e il Pittore, cui noi aggiungiamo la forte carica simbolica e la religiosità molto particolare di entrambi, fatta di ricerca più che di certezze e dominata dall’onnipresenza e a volte onnipotenza del Male e della Morte. A Giachery viene in mente anche il potente espressionismo di Edward Munch; e noi vorremmo citare il tedesco George Grosz, uno dei maggiori disegnatori satirici del nostro tempo.

Siamo alla fine di questa carrellata di ascendenze e gemellaggi, tutti probabilmente giusti e consistenti; ma forse le parole rivelatrici della vera identità del nostro Poeta le ha dette lui stesso nella citata intervista al “Messaggero Veneto”: “In fondo, il mio vero ascendente è l’interezza dell’Uomo Rinascimentale, con la sua curiosità naturalistica e la sua ansia di conciliare l’idea di Dio con ciò che veniva scoprendo della Natura”. Ecco dunque la vera spiegazione di tutte le lacerazioni esistenziali del nostro poeta. Nella sua rivolta contro una società meccanizzata e mercificata, egli vive anacronisticamente la vita come un uomo del Rinascimento; che poi è semplicemente lo stesso eterno Uomo Universale che sopravvive, forse ancora per poco, in fondo ad ognuno di noi, resistendo all'omologazione della Televisione, di Internet, della globalizzazione: un Uomo immerso ancora, nonostante tutto, in una Natura straordinaria di cui scopre ogni giorno con stupore sempre nuovi fenomeni e apparenze senza tuttavia veramente comprenderne il disegno teleologico, e dove anche l'idea di Dio - pur così presente e pressante nel cuore - non sembra giustificarsi in alcun luogo della ragione né conciliare con alcun dato dell'esperienza. Il nostro Poeta, similmente a quanto dev’essere accaduto anche a Galileo Galilei, si dibatte fra la scoperta di questa Natura incredibilmente piena di bellezze e di armonia (ma anche di brutture che la Chiesa o i tabù della società vieterebbero di esplorare e di nominare) e l'incombere di questo scomodo ingombrante ma ineludibile bisogno di Dio.

La tradizione classica

In Italia, fino a pochi anni fa, quando nel 1988 Scarselli ha iniziato a pubblicare i suoi poemi risuscitando il linguaggio e la tradizione dei grandi classici, la forma poematica era quasi per niente frequentata. Che io sappia, l'unico esempio noto di poema era “La camera da letto” di Bertolucci, una lunghissima saga familiare non propriamente avvincente. Più tardi, sulla scia dei poemi di Scarselli, il genere è cominciato a piacere e alcuni hanno creduto di nobilitare col nome di “poema” produzioni che in realtà non erano che le solite raccolte di poesie singole scritte indipendentemente l’una dall’altra e appena legate da qualche elemento comune, senza tuttavia un vero filo conduttore. Di tutt'altra concezione sono invece i poemi di Scarselli, le cui lasse sono così consequenzialmente legate fra di loro che è impossibile isolarne qualcuna; il filo conduttore che le unisce rende questi poemi molto simili alle medievali “Chanson de geste”, come ha messo in evidenza Giancarlo Oli (“Eredità letterarie e sostanza futuribile nell'epica di Veniero Scarselli”, Alla Bottega, XXXI, N. 5, 1993, pagg. 10-11). Anche la lingua è quella rigorosamente classica: Scarselli ne usa tutte le risorse da profondo conoscitore. Valga a testimonianza di ciò l’incondizionata ammirazione del linguista Giancarlo Oli, il quale a proposito della Priaposodomomachia scrive: “All'interno delle singole lasse la sintassi s'impenna in periodi organizzati e protratti che non danno quartiere al lettore e lo costringono stremato all'angolo”. Più tardi, nella prefazione a Straordinario accaduto ad un ordinario collezionista di orologi aggiungerà: “La poesia (...) si libera dagli egotismi e solipsismi stilistici e dalle tirannie di un espressivismo artefatto - propri del Novecento - per ricuperare la dimensione classica (...) Ebbene, solo un vero poeta, contro la folla anonima di critici e versificatori, poteva dedicare la sua vita alla poesia epica, senza piegarsi al vaniloquio imperante”.

La poesia che esce dall'officina di Scarselli è una poesia limata, ogni frase è scritta e riscritta, ogni parola è la più appropriata e non può stare che in quella posizione. L’Autore stende almeno dieci volte un suo poema prima di darlo alle stampe, ed il lavoro incredibile che la penna compie su ogni stesura testimonia l’incessante ricerca della parola. Il prodotto finale di questo inesausto “labor limae” crea nel lettore quella particolare sensazione di imperituro propria dei classici, dei poeti intramontabili. Soltanto la pazienza del ricercatore scientifico e i lunghi anni passati nei laboratori possono averlo dotato di questa costanza instancabile nel lavorare sui suoi scritti finchè il suono e il significato non conosca, almeno alle sue orecchie, migliore soluzione. La poesia di Scarselli che il pubblico conosce ed apprezza è dunque il frutto di questo lungo lavoro, una quotidiana fatica (mediamente tre anni per libro) nella quale il testo originario viene sottoposto a così tante correzioni, aggiunte e rifaciture, da rendersi necessarie ulteriori stesure in “bella copia” per consentirgli di lavorare ancora su un testo leggibile.

La disponibilità del poeta mi ha concesso di esplorare e vagliare con cura le sue carte; penso sia interessante offrire un saggio di come la poesia di Scarselli, ricca di perizia formale, sia figlia di questo lungo lavoro. Il parto compositivo di Scarselli ha inizio con la sommaria e provvisoria stesura di un nucleo centrale di lasse che a poco a poco si amplia pur lasciando delle parti incomplete, dei buchi nel disegno dell’opera, che saranno riempiti più tardi. E’ bene ricordare che nella scrittura di Scarselli tutto è “provvisorio”, dal momento che il suo perfezionismo lo induce anche nel corso degli anni a correggere e modificare senza sosta; tuttavia l’idea, la tesi, l’architettura del romanzo lirico o del poema è già presente fin dalle prime lasse. Quando l’impianto generale ha assunto una fisionomia quasi definitiva, questa prima stesura viene lasciata riposare alcuni mesi, anche perchè essa è sempre contemporanea alla lavorazione di un altro libro precedente che si trova ad uno stadio più avanzato - una delle tante revisioni prima della stampa - dove i buchi vengono completati e il piano dell’opera si arricchisce e perfeziona fino ad esser pronto per la stampa. Una volta liberatosi di questo libro, comincia la lavorazione della nuova pianticella, che si protrae di regola per altri due-tre anni articolandosi in un numero oscillante tra le dieci e le diciassette stesure, ognuna stampata al computer. Su ogni copia cartacea la puntigliosa costanza del Poeta si accanisce con correzioni a penna alla ricerca della perfezione, sino a che la pagina, divenuta illeggibile, necessita di essere nuovamente inserita nel computer per la stampa in chiaro della nuova versione. Il lavoro di correzione viene fatto a penna e non al computer, non certo per avversione verso questo prezioso strumento, ma perché esso ha il difetto di permettere la lettura di una sola pagina per volta, e non la visione sinottica dell’intera opera, indispensabile per i continui controlli e riferimenti. Come già detto, succede che all’avanzare delle stesure si sovrappone quasi sempre la prima stesura del libro successivo, in un procedimento quasi circolare. Ma poco a poco gli interventi e le correzioni necessarie diminuiscono sempre più finché l’artefice, esausto (Scarselli dice con humor «finché il libro mi esce dagli occhi e dalle orecchie»), non trova più una virgola da modificare. Questo metodo di lavoro, ch’egli sente profondamente diverso da quello dei suoi colleghi che si credono “ispirati” e buttano giù il testo “come ditta dentro” lasciandolo spesso tale e quale, gli fa sostenere paradossalmente di non essere un poeta ma un diligente artigiano; e in più di uno scritto raccomanda ai suoi colleghi di scendere dall’Olimpo dell'esaltazione pindarica e di adattarsi ad un umile lavoro artigianale.

Dalla tradizione classica Scarselli ha dunque ereditato il duro lavoro per ottenere la piena chiarezza e leggibilità. La sua poesia ha diversi livelli di fruibilità (ancora una volta il rimando è ai classici): si può leggere distrattamente, per il puro piacere del ritmo musicale, o se ne può meditare ogni verso, ogni concetto, ogni singola lassa rigidamente legata alle altre; ad ogni livello il coinvolgimento è totale, e il lettore è preso da un “furor” di lettura che di solito appartiene più alla narrativa che alla poesia. Questa peculiarità sorprende anche Luigi Baldacci, che nella prefazione a Torbidi amorosi labirinti dice: “Quello che stupisce nell’alluvionale abbondanza di Scarselli è la tenuta di tutti i singoli momenti, l’arco della tensione”. E il già citato Giancarlo Oli rincalza: “Il lettore è come irretito e indotto ad abbandonarsi mani e piedi legati alla voce del Poeta-Maestro (...) Scarselli è il primo autore che dai tempi della scuola provo il gusto di leggere e rileggere e riascoltare” (Giancarlo Oli, "La dolcezza del Demonio", L'Indipendente, 27 Gennaio 1993, pag. 17). Non si comprende perciò come possa essere stato detto da qualcuno che la poesia di Scarselli sia “tosta”, difficile. Certo è una poesia che invita a meditare su ogni immagine e ogni verso, ma la scrittura è sempre trasparente, cristallina. Probabilmente, a formare quest’idea di difficoltà contribuisce la ormai inveterata abitudine del lettore all’oscurità della poesia ermetica, la quale gli offre in pasto le proprie immagini sibilline così come sono, senza pretendere che qualcuno si metta a decifrarle, dato che la loro suggestione dichiarata sta proprio nell’ambiguità e indecifrabilità; il lettore è quindi ormai abituato a lasciarsi sommergere passivamente dall'onda delle immagini ermetiche senza che gli sia richiesto alcuno sforzo interpretativo. Tutt’altro atteggiamento richiede invece la poesia di Scarselli, in cui proprio la chiarezza e la trasparenza dei concetti e delle immagini costringono il lettore a seguire l’andamento sintattico della frase in tutte le sue sinuosità e a togliere dalla soffitta le proprie ammuffite conoscenze grammaticali.

Altra peculiarità che il poeta trae dalla tradizione classica è l’osservanza del ritmo metrico. I metri di Scarselli ruotano attorno al verso principe della poesia italiana, l’endecasillabo, oscillando talvolta tra il novenario e il dodecasillabo; tale variabilità è dovuta al fatto fisiologico che la fine di ogni verso coincide, secondo l’originale teoria di Scarselli, con la fine dell’espirazione durante la declamazione, e quindi l’orecchio musicale sopporta senza difficoltà un certo grado di oscillazione nella lunghezza del verso. Questa osservanza, seppure non rigida, del metro classico non è dovuta quindi alla consuetudine ma è condizionata dalla respirazione ed è stata esposta da Scarselli in diversi articoli, fra cui quello già citato “Endecasillabo e respirazione”. Inoltre, in polemica con i poeti troppo ansiosi di dar prova di una mal intesa modernità, Scarselli ha in numerosi articoli sostenuto la necessità di versi ben torniti e ritmati e fatto notare come la regolarità dei ritmi e della cadenza sia una caratteristica perfino della buona prosa: “La semplice spiegazione di ciò risiede nella fisiologia della mente, la quale è capace di riconoscere ed elaborare un’informazione soltanto se le viene presentata nel modo ordinato di un linguaggio. Molti scrittori distratti sembrano non rendersi conto del fatto che un linguaggio non è altro che un codice, cioè una serie di regole atte a pre-ordinare i materiali di un’informazione in modo da permetterne l’acquisizione. Ebbene, oltre alle regole insostituibili della grammatica (...), esistono regole minori capaci tuttavia di facilitare la trasmissione di un pensiero: la successione degli accenti, delle pause e dei capoversi serve a mettere in evidenza i punti cruciali di una frase e quindi a facilitarne fulmineamente la comprensione” (V. Scarselli, “Sui poeti sdegnosi della metrica”, Nuova Tribuna Letteraria, VI, N. 42, 1996, pag. 4). Il poeta nota poi sarcasticamente come molti di questi autori “sdegnosi della metrica”, quando sono richiesti di leggere le loro composizioni, compiono “a posteriori”, e improvvisando, quell’operazione di interpretazione che consiste nel mettere le pause, gli accenti, le sospensioni (in altre parole il ritmo e i capoversi) dove occorre: essi, leggendo bene e “con sentimento”, mettono (eccome!) durante la declamazione proprio quella punteggiatura che non avevano messo nel testo, rinnegando la forma stessa dei versi che avevano scritto: i versi lunghissimi o eccessivamente brevi vengono cioè “riscritti” dall’interpretazione orale e declamati come fossero endecasillabi! Perchè allora non scriverli prima? - osserva causticamente Scarselli.

Tuttavia questo poeta fiorentino che ha adottato l’auto-esilio in Casentino non crede solo nelle classiche e imperiture strutture che governano la lingua, ma soprattutto nella funzione significante ed edificante dei contenuti, ed anche per questo è osteggiato dai fautori ad oltranza dell'ermetismo che hanno il loro covo principale a Firenze. Nella già citata conferenza all’Istituto Italiano di Cultura di Oslo, e poi all'Università di Bergen, del ‘95, Scarselli denuncia tale anomala situazione spiegando che “in Italia c’è ancora l’idea molto radicata che in poesia sia necessaria un po’ di oscurità ermetica o quanto meno un po’ di libertà dalle regole della lingua e della grammatica”. E' una triste constatazione; è come dire che la poesia si distingue dalla prosa per l’oscurità e per l’affrancamento dalla grammatica, ovvero che non c’è poesia se non c’è oscurità. Sappiamo invece quanto egli si senta a suo agio nell'uso della lingua e non percepisca affatto come vincoli frenanti le regole strutturali di essa. Egli infatti prosegue: “Non v’è sfumatura o modulazione che non possa essere espressa con i mezzi propri della lingua; il mancato rispetto delle regole, lungi dall’aggiungere qualcosa in più, può solo togliere”. Infine, come in molti altri suoi articoli, proclama che “la crisi della poesia non è crisi del linguaggio poetico ma deriva soltanto da crisi di contenuti, oppure da una sorta di autocensura a trovarne di nuovi”. Coloro quindi che si dedicano agli esperimenti sul linguaggio, i fautori dell'ermetismo, della poesia visiva, dei funambolismi linguistici, della cosiddetta avanguardia che oggi è solo stracotta, non fanno che tenere in piedi un cadavere, costretti a leggersi e premiarsi tra loro in una sorta di circuito chiuso di conventicole, salotti e premi letterari. E' una vera e propria auto-ghettizzazione della poesia fra pochi addetti ai lavori, i quali, per conformismo, servilismo o interesse, continuano ad accettare le regole del gioco e le parole d’ordine dettate dalle vecchie avanguardie novecentesche, oggi in gran parte invise al pubblico e colpevoli della sfortuna della poesia in Italia. L’unica spiegazione di tanta pervicacia è che essi cerchino di far rimanere la poesia un’occupazione elitaria su cui regnare, e di non farsi scalzare dai loro domìni feudali dall’irruzione di una poesia portatrice di ventate rivoluzionarie che potrebbe interessare il grande pubblico. Ho domandato più volte cosa pensasse Scarselli dell’iniziale ostilità ad accettarlo, e lui risponde che “dopo quasi 100 anni di (...) avanguardie, e nonostante che la gente sia stufa di essere stata derubata del diritto di accedere ad una poesia popolare aderente al nostro tempo (sintomatico di questo bisogno è il fiorire di cantautori), molti credono che l’idea di “progresso” si applichi anche alla poesia e all'arte in genere; per loro l’uso tradizionale e comprensibile della lingua sarebbe un “regresso” intollerabile; pensano quindi che sia da codini tornare indietro sottraendosi alla nuova omologazione del lirismo intimista di marca ermetica. E’ naturale che la mia presenza - inquietante perché dimostra il contrario - faccia loro intuire che la loro epoca è defunta; e ciò non può andargli a genio».

Scarselli è dunque consapevole di lavorare per il recupero dei contenuti esistenziali trasmessici dalla tradizione della lingua, per restituire la poesia alla gente ragionevole cui era stata tolta; uno sforzo, che gli ha fatto guadagnare la piena approvazione e stima di molti critici di primo piano. Citiamo uno per tutti Walter Mauro, il quale nella motivazione del Premio Calliope dichiara esplicitamente che la poesia di Scarselli “indica alla parola poetica dell'oggi l'unica strada percorribile: quella che dalla concettualità del dettato conduce direttamente (...) alla scrittura; e in questo senso l’arsenale linguistico di Scarselli risulta quanto mai agguerrito e pertinente”. Questa consapevolezza tuttavia, poiché si esprime con un volontario isolamento del Poeta dai salotti e dalle conventicole, ha forse contribuito ad impedire una sua più morbida accettazione da parte degli ambienti letterari. D'altronde Scarselli è nato poeta già adulto proprio perché, senza aver fatto la gavetta nelle consorterie letterarie e senza aver fatto la corte a nessuno, ha potuto in un produttivo isolamento decantare e sedimentare la sua poesia attraverso una lunga, giovanile e meno giovanile, maturazione; ma soprattutto, come ha osservato acutamente Vittoriano Esposito, “senza il marchio del letterato: una condizione di assoluto privilegio (...) perchè gli consente di muoversi in assoluta libertà dalle tentazioni dei modelli tradizionali, antichi e moderni”; ma che - aggiungiamo noi - lo fa guardare di traverso e con comprensibile sospetto dai letterati-poeti ufficiali (Vedi Vittoriano Esposito, “La riflessione poetica - Antologia critica dell’opera di Veniero Scarselli”, Campanotto Editore, 1997). Anche a proposito della ricchezza di contenuti filosofici offerta dalla poesia di Scarselli, nell’opera citata Esposito aggiunge che “pur in contrasto con tanta parte dell’estetica moderna, non si può certo negare che si possa fare una poesia di pensiero, come attesta chiaramente un fecondo filone che, per citare solo qualche nome, da Lucrezio scende giù fino a Dante e Leopardi”. Tuttavia a noi sembra che la poesia di Scarselli non sia soltanto poesia di pensiero; la sua peculiarità sta anche nella capacità misteriosamente alchemica di mescolare il cuore e la mente, con il felice risultato di una poesia sorvegliata, mai patetica o melodrammatica, eppure passionale e profondamente partecipata perfino nelle più audaci rappresentazioni astratte. Una poesia senza tempo dunque, che si pone le eterne domande dell’uomo e ad esse tenta di rispondere con una sorta di speculazione poetico-metafisica.

Conclusioni

Il suo passato di biologo impegnato nella ricerca ha arricchito Scarselli di un bagaglio di nozioni che un poeta proveniente dalla letteratura certo non possiede, ma soprattutto gli ha conferito una visione del mondo più profonda e articolata, piena di spunti e angolazioni inedite. Egli ama spesso dire di avere trasportato la sua vocazione, il suo impegno, e il suo bagaglio di ricercatore pari pari dalla scienza alla poesia. E’ interessante ascoltare dalle parole di un’intervista del 1990 alla rivista “Uomini e libri”, come egli stesso illustri questo concetto:

“Una formazione mentale di tipo scientifico-naturalistico crea senza dubbio l'abitudine ad osservare spietatamente il mondo nella sua cruda e spesso sgradevole realtà senza le lenti edulcorate da metafisiche o romantiche illusioni. Il bagaglio nozionistico del biologo ricercatore induce a leggere i collegamenti sotterranei tra i fenomeni, collegamenti che possono non essere sempre immediatamente accessibili ai profani, anche perché vengono rimossi o camuffati a causa della loro sgradevolezza; allora è compito del poeta-biologo evidenziarli, con tutti i coinvolgimenti emozionali che comportano. Si può dire che la poesia è lo stupore del biologo davanti a questa realtà naturalistica, che egli osserva forse più consapevolmente di altri. Come fa a non essere emotivamente coinvolto davanti all’organismo vivente, che può essere visto ora come un laido sacco pieno di cibo ed escrementi, e ora come uno straordinario involucro caldo che lotta con tutta la sua intelligenza in mezzo al freddo universo; come può non apparirgli orribile, che tutto il mondo sia un carnaio sanguinolento di uomini e animali che si uccidono l’un l’altro non solo per sopravvivere, ma anche per diletto; come può non sembrargli assurdamente autolesionista, che la Natura abbia inventato per la femmina il destino del partorire con dolore, e per tutti i viventi una morte che punisce così crudelmente il singolo individuo per favorire la specie, quest’entità astratta che certo non riguarda direttamente il singolo e di cui egli neanche capisce il disegno finale (...) Il mondo insomma, sballato com’è, non l’ha fatto il povero biologo; chi vuole continuare a illudersi che sia bellissimo e perfettissimo si accomodi pure, e ci faccia anche le sue mielate poesie (...) Ecco perché sono ritornato alla riflessione poetica dopo il fallimento della ricerca scientifica. Ora solo il silenzio del mio eremo può forse farmi crescere dentro ancora la speranza di Dio, che la scienza aveva ucciso. Fare poesia significa in fondo lasciarsi penetrare dalla speranza di una Verità che sai di non poter mai raggiungere con la ragione, ma che si può forse raggiungere con la mente poetica (...) Ma vorrei anche abbandonarmi ad un’altra speranza, che oggi sembra essere stata uccisa dai valori di idoli falsi e bugiardi: che la figura del poeta possa tornare a meritarsi la dignità estinta del “Vate”, quell’aura di saggezza, veggenza, autorità morale, che promanava dagli uomini retti e liberi dell’antichità. E’ un sogno?» (V. Scarselli, “Lo stupore del biologo”, Uomini e libri, XXVI, N. 128, 1990, pag. 61).

Come si vede, il nostro Poeta è pienamente consapevole del valore del proprio sforzo innovativo nel riappropriarsi dei contenuti esistenziali più alti e nel ricupero della tradizione della lingua come unico mezzo per far tornare la poesia ad essere fruibile dalla gente. La scelta della poesia è stata dunque per Scarselli una scelta di vita equivalente a quella della scienza. Ha rinunciato a terminare la carriera scientifica per cercare nel silenzio della natura la pace e la meditazione che la vita convulsa di una società improntata al materialismo e all’efficientismo, gli negava. Al momento del suo “ritiro dal secolo” i suoi cassetti erano pieni di scritti, tenuti con pudore quasi nascosti perché sentiti più come uno sfogo personale e privato, una ricerca quasi clandestina di verità dentro di sé, da tenere lontana dall’occhio della severa comunità scientifica. La ricerca scientifica era stata fino allora la sua più sincera ricerca di verità, ci si era, come ama affermare, «buttato a capofitto» per cercare risposte alle domande che l’uomo si pone da sempre; ma non trovando nella scienza nient’altro che frammenti di realtà e dettagli che non potevano soddisfare la sua sete di Vero, ha scelto la strada della poesia come quella che riesce ad attingere almeno il “Verosimile” (Cfr. V. Scarselli, “La poesia come rappresentazione estetica del mondo”, Tribuna Letteraria, II, N. 11, 1992, pag. 6).

Dopo questa fruttuosa conversione, Scarselli si presenta come un Poeta-Pensatore che alla gradevolezza della lettura - che avvince il lettore per l’impianto poematico - affianca la grandezza dei temi e dei contenuti messi sulla carta senza sconti, con immagini anche crude che passano in rassegna tutti i registri, dal drammatico all’orrifico, dal tenero all’ironico, dallo struggente al grottesco. Nella sua opera egli è riuscito nell’impresa di coniugare due elementi difficilmente miscibili: una poesia edificante per dignità morale e per il forte stimolo alla riflessione, con uno stile insieme gradevole e appassionante anche per fruitori non abituali della poesia. Infatti essa riesce sempre godibile ad ogni livello di profondità cui ci si accosti, dal più superficiale, facilmente assimilabile da chiunque, a quello più astratto che richiede una lettura più attenta e ripetuta.

Un'antica e nobile concezione della Poesia con la “P” maiuscola, ma che il Novecento ha spesso trascurato, ha da sempre invitato a ricercarvi una valenza formativa, una forza che stimoli la mente non alla frivola ginnastica di immagini ricercate, ma all'esercizio della riflessione. Che questo sia il proposito di Scarselli si può arguire anche dal fatto, assolutamente inusitato in un paese di poeti, che per sua bocca non abbia mai detto di fare della poesia, bensì della “riflessione poetica”, e non certo per un vezzo narcisistico ma per rispecchiare la realtà e la finalità di questo suo lavoro di rilettura del mondo. Il tempo, credo, sta dando ragione a Scarselli, quando altri che adesso sono padroni delle scene stanno per essere completamente dimenticati.

Voglio concludere questo excursus sulla figura e la poetica di Veniero Scarselli riportando un significativo brano tra il paradossale e l’umoristico, che tuttavia la dice lunga sulla sua statura morale. In una lettera scritta dal Poeta a Gianna Sallustio, sua ammiratrice e commentatrice, il Nostro la prega di non indirizzargli la corrispondenza usando la formula “Al Poeta Veniero Scarselli”; si tratta di un brano che oltre ad una ossimorica dichiarazione di poetica mostra la naturale inclinazione del Nostro all’ironia e all’autoironia, la stessa che permane costante nella sua poesia come nella sua prosa critica:

“Io non sono poeta; anzi, colgo l'occasione per pregarti di non scriverlo più sulle buste, poiché l’unico titolo che riconosco, se proprio vuoi adularmi, è quello di Libero Pensatore”. Ma la cosa sorprendente è che, forse continuando nel paradosso (ma non è certo), aggiunge: “Ammetto senza alcun ritegno di non amare neppure la poesia, almeno come la intendono loro. Neppure la mia, quella scritta prima degli anni ‘settanta, epoca in cui mi sono deciso a buttarla nel cesso. La nuda verità (di cui più non mi vergogno) è che, piuttosto che leggere o scrivere prosa o poesia di intrattenimento, ermetica, intimistica o minimalistica, preferisco stare a contemplare le mie sagge pecorine mentre brucano l’erbetta scegliendola sapientemente foglia a foglia» (V. Scarselli, lettera privata).

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