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Prefazione a
Conversazioni per una poesia
Salvatore Orilia
Un unicum nel tempo poetico del Novecento
Chi ha esperienza della poesia di Francesca Simonetti,
trovandosi a leggere altre liriche della stessa, non ha da sorprendersi di
trovarvi ancora la forza espressiva che già aveva notato nelle precedenti
composizioni. Anzi, la carica emotiva che la distingueva (e la distingue) ne fa
un unicum nel tempo poetico del Novecento.
Francesca Simonetti usa un linguaggio forte, nello stesso
tempo suasivo, melodioso talvolta, trepidante spesso; comunque sempre segno di
un movimento verso la realtà (da cui non si discosta); movimento maturato nel
tempo, perciò carico di toni e di emozioni che tradiscono una forte e dolce, ad
un tempo, sensibilità che non è un limite al suo dire poetico, perché ha radici
psicologiche intensamente vissute. La poesia della Simonetti, dunque, è quasi
una finestra aperta sulla realtà di cui appaiono i contorni, le linee
essenziali, le luci e le ombre.
E l'impressione (di fatto è qualcosa di più per il lettore,
una presa di coscienza) che si prova dopo avere letto (ed è una lettura che va
fatta quasi sillabando ogni parola per non perderne l'accentuazione) Donne
del Mediterraneo. E' la prima di un gruppo di liriche che ci è venuta sotto
gli occhi. In essa sembra che la Simonetti abbia inconsciamente (la poesia è
sempre una enigmatica inconsapevole trascrizione e interpretazione sui generis
dell'io) voluto tracciare un ritratto (poetico, si capisce) dell'io. E quello
che accade, del resto, a tutti i poeti, quelli veramente tali e non semplici
verseggiatori o autori più o meno originali di rebus e anagrammi.
Francesca Simonetti ha la poesia nel sangue e nella mente.
Perciò, in un recupero totale delle ragioni reali del vivere quotidiano, traduce
liricamente i suoi sentimenti, quelli che nutrono la parte più viva e interiore
del suo io. Perché anche lei è donna del Mediterraneo e, certamente, ha un
«cuore di granitica roccia», ed il suo è «canto di conchiglia». Ed è da questa
conchiglia, cioè dal suo cuore, che nasce la poesia per la quale è possibile
anche vivere in un deserto simbolico e poi dissetarsi in un'oasi, è da questa
simbolica conchiglia che sgorgano pensieri tumultuosi, sì, ma nello stesso tempo
composti in rime e ritmi che ti accarezzano, ti coinvolgono, ti trascinano, o ti
costringono, a meditare sull'habeo ergo sum in cui si perde – e invece crede di
vivere – l'uomo del nostro tempo.
Bene. Francesca Simonetti traduce nel verso le «voci segnate
dal dolore». Ma non sono semplice «fruscio».
Se per un momento la poesia sembra cedere il passo ad un
pensiero amaro, e «la ragione fredda» può avere il sopravvento sul pensiero
della morte e sulla vanità dell'anima immortale, il pessimismo di fondo (cfr.
Si ascoltano voci), quasi leopardiano, ma di tutti i grandi poeti, è
superato dalla speranza di essere avvolti dallo «Spirito divino». E una speranza
e una inquietudine come quella in cui si immergono le donne che, nella loro
quiete serotina, sono avvolte «da pensieri che come vortici | stritolano le
ore».
E una inquietudine di sapore religioso che nasce dal senso
dell'ignoto «che ci attende | oltre il confine | dello spazio infinito».
Vi è certamente nei versi di Donne del Mediterraneo e,
soprattutto, in Le donne e la sera, un'amarezza contenuta, il segno di un
proprio dolore che può, in una sorta di crescendo, giungere al richiamo dello
«Spirito divino» e ancora ad una forma di preghiera alla «divina Madre». Sono
tre richiami (ne ho citati due; un terzo, «il Creatore Dio», si trova in Si
ascoltano voci) che si insinuano in un discorso poetico; essi ci dimostrano
un modo di assestarsi, di normalizzarsi della poesia della Simonetti, partendo,
quasi, da una tensione iniziale che è il modo caratterizzante di questa poesia,
messa, in tal modo, al riparo da ogni possibile caratterizzazione ideologica e
da ogni pseudofilosofia consolatoria.
Ciò non toglie che una certa inquietudine, si è detto,
traluce dai versi che, tuttavia, esprimono sincerità e concretezza: sentimenti
che si rivelano in pochi modi fondamentali interni alla ragione stessa del
poetare, mai dimessa, ma tenacemente consapevole del suo intimo sentire; mai
rinunciataria, anche se qualche espressione può darne l'impressione. Si tratta,
comunque, di una poesia in cui s'intrecciano serietà ed equilibrio.
E come se la poetessa guardasse la realtà con occhi ben
aperti e la bocca appena accennata ad un sorriso, non di compassione, di
comprensione piuttosto, che ci fa comprendere meglio l'intensità dell'Ultimo
capodanno col finale richiamo all'«aiuto della Divina Madre», con cui
acquista evidenza la sincronia dei temi trattati. E suo il carattere,
strettamente legato al poetare, di unire moti dell'animo e sensazioni reali,
materia e spirito, oserei dire. Su questa base avviene una spontanea
cristallizzazione delle cose viste e sentite con intensa complicità, propria di
un io che si riflette in una poesia che non traduce una vita irreale, ma la
presenta come esperienza irrevocabile.
Da una finestra aperta si può certamente ammirare un
paesaggio, che può essere illuminato dal sole, ma anche oscurato dalle nubi.
Tale è la poesia di Francesca Simonetti.
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