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Prefazione a
Per versi necessari peregrinando

Lucio Zinna

L'universo poetico di Francesca Simonetti trova precipua motivazione – e motivi di canto e di ricerca – nell'osservazione del reale e nell'interpretazione di esso. Salvatore Orilia, in prefazione alla silloge Conversazione per una poesia (Palermo, 2000), ebbe a scrivere che «la poesia della Simonetti è quasi una finestra aperta sulla realtà, di cui appaiono i contorni, le linee essenziali, le luci e le ombre».

Lo sguardo attento alla realtà circostante induce la poetessa non tanto a pennellate paesaggistiche, quanto piuttosto a contemplazione e meditazione, liricamente espresse e mirate a cogliere i punti fermi al di là del provvisorio, le essenze al di là delle apparenze (le varianti e l'invariante, avrebbe detto, con metafora mutuata dalla linguistica, il poeta Ugo Fasolo). Va considerato in proposito che, nel far poesia, il sostrato speculativo non può certo essere, e non è, componente esaustiva, ma è anche vero che una poesia che non sia adeguatamente sorretta da un lógos finisca, presto o tardi, per navigare nel vuoto. È l'autrice medesima ad indicarci come, nell'atto creativo, il cuore e la ragione debbano «battere con lo stesso amore», se si vogliono evitare «lambicchi di parole vuote»(Scrivere è pregare).

È dunque nel reale, anzi nelle "cose" (emblematicamente, nelle «pietre» che «sfidano i secoli | senz'anima né pensiero», come ne Il silenzio della sfinge), che va rinvenuto il punto di partenza del lungo – e, per certi aspetti, ascensionale – viaggio della poetessa. Il mitema del viaggio è una delle chiavi di quest'opera, ma sostanzialmente dell'intera produzione di questa riservata poetessa siciliana (sei sillogi, compresa la presente, a far data dal 1993, più alcuni pregevoli testi di saggistica), in un percorso indagatore intrapreso con il sensibile veicolo della poesia e all'interno di essa.

Non è certo casuale il «peregrinare» richiamato in titulo (dal testo eponimo, peraltro ricorrente nell'incipit di una delle liriche conclusive della raccolta: Penelopi e pur dee), il cui attuarsi è possibile con l'indispensabile supporto della poesia («per versi necessari»).Un "peregrinare" destinato a farsi, nella raccolta, connotato della condizione umana, del nostro muoverci nel mondo, che cerchiamo in qualche modo di far sempre più nostro, superando l'insinuante sensazione di estraneità. Venuti non sappiamo da dove, ci troviamo protesi a far sempre più nostra l'esistenza, sottraendola quanto più possibile ai molteplici sfaldamenti, alle espoliazioni che costantemente la attentano: «il male che s'annida sottile», «il bene rinnegato», «l'amore assediato», «l'odio che spira controvento», «la pace inerme», «la guerra che si espande | nel cuore dell'uomo | senza vinti né vincitori», «i pianti degli emarginati | di quanti ci hanno preceduto | senza nomi né storia», come in Astutamente il dolore.

Viaggio, dunque, per non sentirci forestieri, attraverso una preliminare, ineludibile, presa di coscienza di noi stessi (e delle nostre possibili percorrenze), anche quale premessa e fondamento di ogni affabulazione poetica. Il concetto di estraneità è implicito nello stesso peregrinare. L'etimologia (dal latino: per + ager) indica il moto da un territorio a un altro: verso una meta che ci appaghi, eludendo o contrastando il disagio che insorge nell'allontanarci da luoghi familiari, seppure con l'interesse a conoscere i nuovi. Ogni meta prefigurata e raggiunta imprime nuovo impulso a un ulteriore procedere, al nostro continuo viandare, metafora dunque del disagio e della condizione esistenziale, ma anche della spinta al superamento. Quale meta (è la sottesa domanda della poetessa) se non, al di là degli obiettivi peculiari, la vita stessa nella sua autenticità, nei suoi valori? Valori costitutivi e così spesso negletti nello svivere che insistentemente il nostro tempo, come ogni epoca in diversa misura, tenta di imporci. Si è, infatti, anche «pellegrini nel tempo», non solo percorrendo lo spazio e volgendosi verso un (nuovo) campo (in agrum). E per non essere «smarriti viaggiatori», il nostro obiettivo è «andare dove c'è più vita», scrive la poetessa, vale a dire, superando gli ostacoli disumanizzanti «al di sopra delle circostanze | che recidono verdi steli | ed innocenti esseri | nelle quotidiane dosi di perversità» (Per versi necessari). Un viaggio che non può che avvenire nel «tempo circoscritto», il quale «non ama | l'uomo anzi lo dissolve nella cenere | della sua fredda fiamma» (Il silenzio della sfinge), e tuttavia con una pulsione che spinge oltre il limite, oltre il transeunte e tutto ciò che può farsi confluire in un guicciardiniano particulare.

È in qùalche modo l'eco della lectio luziana della «vita fedele alla vita» (Luzi, uno dei poeti prediletti dalla Simonetti, ebbe stima della Nostra): "fedeltà" il cui perno è da far consistere proprio nella ricerca e nell'affermazione dell'autentico e quindi della verità. Non a torto è stato rilevato nel poeta fiorentino «il difficile segno di un'operazione vitale, dove si realizza, in un processo intensamente impegnato ab imis, la rivolta di un'epoca e la maturazione di una nuova coscienza, dell'uomo, l'urgenza cioè di una poesia ormai disponibile solo alla commozione non patetica e alla consolazione non consolante (voglio dire dolente, mesta, ma scabra, dura, vitale) della verità» (Zagarrio). E non a caso lo stesso Luzi, intervenendo a suo tempo sulla poesia di Carlo Betocchi, notò come l'amico e conterraneo, in una sua opera, avesse fatto «un passo un altro passo nel senso della umile approssimazione alla verità».

È la stessa «umile approssimazione» che possiamo rinvenire nell'opera della poetessa isolana. «Fra noi e il silenzio» (scrive nella lirica così titolata) sta la poesia, «parola o scalpello che delinea | i contorni delle cose», a diradare la paura e le «parvenze del sogno» (e anche qui mi pare di avvertire l'eco di Betocchi e del suo «realtà vince il sogno»).

La poesia è dunque, nella Simonetti, contrariamente a diffuse stereotipie, strumento per dare senso alle cose, delimitandone, appunto, i contorni. Ed è, ancora, nell'esercizio di essa che questa singolare autrice prende coscienza del conflittuale rapporto con l'isola odiosamata, dalla quale vorrebbe fuggire («varcare quel ponte»), come ad altri, artisti e non, è occorso, salvo poi a struggersi di nostalgia quando accadesse di allontanarsene stabilmente: una sorta, direi, di sindrome del nauta, il quale anela al mare quando si trovi lungamente a terra e a questa tende dopo lunghi periodi di navigazione. È accaduto e accade a molti poeti isolani (da Salvatore Quasimodo a Orazio Napoli, per fare appena qualche nome), quale connotato dell'insularità, poiché l'isola è nave e la nave è isola. Così la poetessa (nella lirica che ha avuto la bontà di dedicarmi): «Quando vivo la mia terra | e ne esploro i meandri perversi | rinasco nel suo mare che è vita, | ma è dopo ogni autunno che anelo | varcare quel ponte | che mi divide dalla terra più amata | quella dell'idioma dove | "dolce il si suona" ma si resta | legati al ceppo ed alla catena | noi isola persa nel tempo». La poesia, che ha agevolato la messa a fuoco di tale problematica, con i sentimenti che da essa si sprigionano, tenta di farsi argine nel balancement fra il restare-partire (e il tornare), che Zagarrio, nel suo Febbre, furore e fiele, individuò quale una delle principali «categorie della sicilitudine». Argine comunque incerto, se «qui la tragedia si fa effimera e | muore pure la gloria mentre | si resta in vita e fra le sue spire»; d'altro lato «per chi fugge non sempre | si fa certa una liberazione: | resterà quel rancido desiderio | di un'antica dimora o di un amore | intravisto fra le maglie degli anni | o chiuso fra le mura del tempo [...] ».

Una condizione simile a quella del déraciné, che sarebbe destinata a farsi sempre più marcata fino a divenire irreversibile, se non soccorresse ancora la poesia. La parola infatti, che «nasce dal DNA già malata» (come nel testo così intitolato) può divenire «gnósis» ovvero parola poetica («la parola che si fa poesia»); dal circuito conoscenza-poesia emerge l'esigenza di un di più d'anima (Spalding), in un continuo anelito di più vasti orizzonti: «per noi mortali intrappolati | dentro uno scrigno di carne | che esige sempre uno stralcio d'infinito».(ib.) E nella poesia, la parola "malata" esce risignificata, rinasce come la fenice.

È a questo punto che la poesia assume valore di preghiera, allorché, come si è già rilevato, cuore e ragione battano «con lo stesso amore»; altrimenti si finisce per scivolare nella disperazione, arido terreno verso cui conducono i menzionati «lambicchi di parole vuote» e quando «l'inganno del vivere nella banalità dei giorni» renda «nodi scorsoi i pensieri | corde le parole», come in Eclissi. La poesia può essere «ultimo nutrimento» o il suo opposto: «matrigna se corrode il cuore | e la mente offende – madre se solerte | accoglie l'anima inquieta». Si direbbe, ma così non è, un'adesione a una concezione consolatoria della poesia, invece essa è, per la Simonetti, come si è avuto modo di notare, strumento d'indagine; può scorgersi semmai, in sottofondo, un accorato appello affinché la poesia non sia anch'essa travolta dallo svilimento generalizzato dei valori e della dignità della persona: l'eclisse, appunto, della «coscienza collettiva», «quando l'amore si dilegua | e rimane nel nulla che ci circonda | e si fa pietra».

La poesia è preghiera anche quando non prega, per il suo essere naturaliter proiettata verso l'oltre. Del resto, in ogni forma di preghiera c'è pur sempre una presenza di poesia, nella pulsione stessa al colloquio interpersonale col divino. La correlazione scrivere-pregare è esempio alto della spiritualità che informa il mondo poetico della Simonetti.

Una poesia che ha saputo trarre linfa dalla lezione dai maggiori poeti del nostro Novecento: da Ungaretti a Quasimodo, da Saba a Sereni, da Rebora a Montale e a Luzi. Dagli ermetici, ad esempio, la Simonetti ha derivato l'asciuttezza della parola poetica, dai postermetici la perizia nel calibrarla e spenderla, senza prodigalità né avarizia, in versi essenziali e pulsanti. E ciò, fino al raggiungimento di una personale, immediatamente riconoscibile cifra stilistica, sempre più evidenziatasi fino a toccare un suo vertice nella presente raccolta.

Una poesia dai toni sommessi eppure decisa; niente è gridato eppure tutto è detto con rara capacità di incidenza. La poetessa esprime i moti del proprio animo, mentre una connotazione sostanziale di queste pagine liriche è la coralità, emergente anche laddove ella si muova in una dimensione più o meno celatamente autobiografica. Le lacrimae rerum e l'avventura dell'uomo nel mondo costituiscono il solido tracciato di questi versi, pensosi e ricchi di sollecitazioni e di vibrazioni.

Palermo, 18 maggio 2005

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