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Prefazione a
All'ombra delle nove lune

Paolo Ruffilli

I libri di Lilia Slomp Ferrari pubblicati nell’arco degli ultimi vent’anni (En zerca de aquiloni, 1997; Schiramèle, 1990; Nonostante tutto, 1991; Controcanto, 1993; Amor porét, 1995; Leggenda, 1998; Striarìa, 2002) disegnano un percorso della personale esperienza, calato nel paesaggio umano e culturale della sua terra trentina. La parola fissa l’immagine, la sensazione, la scoperta, la riflessione, strappando il vissuto non solo al rischio della dimenticanza ma al buio dell’indifferenza e all’usurpazione della violenza. Nello spazio e nella prospettiva di una problematica ancora tutta esistenziale. Una poesia sospesa tra la natura, con i suoi elementi vivi, in carne e ossa, e la parola immaginosa e concreta ispirata dal naturale spirito religioso che aleggia dentro il mondo e che sembra colmare il dilagante vuoto di Dio.

Le poesie di Lilia Slomp Ferrari tendono a significare una reciproca compenetrazione tra mondo umano e naturale. E lo fanno con una misura talmente precisa che la penetrazione (nel fondo oscuro, nelle sedimentazioni dell’animo e nel labirinto della mente) avviene attraverso la mappatura delle superfici, secondo un passo e secondo moduli che possiamo definire della messa a fuoco più nitida. Così come temi di vasta portata, e di costante implicazione esistenziale, si fissano in componimenti pieni di luci e di colori. I versi netti e luminosi ci immettono, ogni volta, in una dimensione autoriflessiva che quasi inavvertitamente si interroga sul mistero delle cose e sul significato della vita mentre ne subisce il fascino, per la legge dell’inversamente proporzionale. E, come avviene esemplarmente nell’ultima raccolta All’ombra delle nove lune (libro della maturità umana ed espressiva) il taccuino degli appunti e delle annotazioni è, insieme, l’album della memoria critica, l’almanacco della propria condizione e il diario delle pagine privilegiate trascelte a comporre (e a verificare, a interrogare, a mettere sotto processo: “Ritornello di perché”) il senso di una vicenda e di una vita. Tema centrale in tutta la poesia di Lilia Slomp Ferrari è, a ben guardare e oltre l’apparente silenzio (che è, poi, la voce del segreto e del mistero), l’ignoto: termine ineludibile del confronto, enigma esistenziale, l’altra faccia della medaglia, vuoto di assenza in cui precipitano errore e disguido, ma in cui si scioglie anche il doppio senso della vita. E “ignoto” (“quanto alta l’onda dell’ignoto”) e “dolore” (“lingua lunga il dolore”) sono parole chiave di questa raccolta, proprio come “amore” (“cantafavola di silenzi l’amore): Perché l’orizzonte resta comunque aperto nella continuità ultraindividuale, in una dimensione che proprio l’improvvisa illuminazione poetica ci fa scoprire a un tratto con inattesa evidenza come indistruttibile, al di là del presagio dell’ombra evocato in epigrafe dalla citazione da Emily Dickinson: “Ad avvertire l’erba sbigottita | Che su lei presto scenderà la notte.” Apparentemente, “Nessun appiglio!” nell’ultima luce, come dice una delle poesie: “I demoni mi hanno naufragata, | spezzata nello stelo d’equilibrio, | sputata all’onda lunga d’agonia.”

Esiste una condizione psicologica di confronto consapevole con il vuoto che assedia l’uomo e sottrae credibilità alle sue fedi, che in poesia si esprime come tentativo di restituire alle funzioni verbali la razionalità altrimenti, nella vita, insidiata e smarrita. Senza, con questo, inibire alla parola le virtù liriche, evocative, fantastiche; anzi, concentrandole e come allineandole alla retta obliqua che attraversa da una parte all’altra la propria personale esperienza di vita. È il caso appunto di Lilia Slomp Ferrari, in tutto il suo percorso poetico. Ma, rispetto al procedimento più “visionario” che caratterizzava le sue prime prove, l’autrice è andata ricomponendo la consistenza materiale delle cose e degli oggetti, degli animali e delle persone, proprio contro quello spettro del vuoto con cui si misurava la sua precedente poesia e attraverso il progressivo uso oggettivante e oggettivato dei dati concreti: “Brivido cosmico | questo tremore che mi staffila, | mi unghia le carni | nell’impotenza estrema.” C’è una violenza primaria e assoluta che agisce nel profondo dell’autrice prima ancora che nella sua poesia: la forza della vita (“la vita, respiro innocente”). E la cosa si dichiara già nella dedica “Alla vita, a ogni donna che in essa si rispecchia”, che è un programma superiore che attraversa tutto il libro e lo sostanzia con una carica che fa dire all’autrice: “Oggi è il giorno del futuro.” Una carica che estende il respiro comune della vita al mondo dei fiori e degli animali e a quello stesso delle cose inanimate, in un moltiplicarsi di vibrazioni (altra parola chiave). Cosa importante, questa, non solo e non tanto per la capacità di pietas che l’autrice ha allargato all’orizzonte puramente umano a quello animale e a quello vegetale; ma, per quanto ci interessa, in senso strettamente letterario e musicale per il respiro corale che l’incontro degli uomini e delle creature dentro il regno della natura porta nella poesia di Lilia Slomp Ferrari. Un respiro corale coinvolgente, che ha scarsi riscontri nella contemporaneità poetica italiana e che costituisce un’ulteriore ragione di originalità.

L’attenzione che Lilia Slomp Ferrari ha nei confronti degli esseri che respirano è veramente a tutto campo. Ed è volta a inseguire e a pronunciare, sulla scena della poesia, la forza poderosa della vita. La vita, dunque, non come entità astratta, cioè come riflessione di pensiero, ma come trafila di attimi pulsanti, di respiri. E la vita è la capacità di dichiararsi da parte degli esseri che respirano con una forza che è una forza in grado di sopravanzare tutto. Perfino l’abisso di vuoto sul quale la vita riposa. Una vita che è in grado di abbarbicarsi proprio sull’orlo dell’abisso e lì attecchire, mettere radici e produrre lo slancio in avanti.

“Cantavo l’amore | a ogni quarto di luna” si legge in una delle poesie iniziali, a identificazione di quelle “nove lune” che tornano nel titolo del libro e che scandiscono in nove quadri o canti l’intera raccolta. E all’insegna di quell’amore, “mantello oscuro, sudario | da stendere al vento | come bandiera lacerata” e “fiore perfetto nell’imperfezione | di un atto d’amore trafugato”, tende a dipanarsi il filo rosso del discorso; “Mi avevano raccontato | di un principe sul sentiero | che porta alla radura segreta…”

Ecco, dunque, i motivi originali (e riconoscibili come suo marchio personale) della poesia di Lilia Slomp Ferrari, che è capace sul piano della scrittura di una semplicità e di una precisione che convivono in una luce radente e tagliente. Una luce che mette a nudo le cose per amarle. senza bisogno di volontà consolatoria e senza aloni di nostalgia. In una poesia che definirei perfino antielegiaca, dove le vicende del soggetto si appellano continuamente al mondo come contesto, come sede di quel flusso esistenziale da cui solo contingentemente si distacca l’io individuale. Cosa che, tra l’altro, crea l’intreccio costante di lirismo e racconto, di aulicità del ritmo e quotidianità del lessico. Ai diversi registri espressivi corrisponde una materia autobiografica densa e angosciata, in una continua scissione tra l’apparente facilità delle parole e la profondità delle analisi, e nella potenza dei sentimenti portati alla luce anche quando restano nell’ombra:

Parole come pugnali
dentro il petto, quelle non dette.
lasciate al caso oppure all’invenzione.

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