Servizi
Contatti

Eventi


Presentazione a
All'ombra delle nove lune

Villa Lagarina (Trento)
16 dicembre 2005

Elio Fox

Dividerò questo mio intervento in due parti, la prima sulla poesia di Lilia in generale, quindi un commento al libro oggetto di questo incontro.

Non è semplice parlare di Lilia, anche se io la conosco da oltre 25 anni, ho curato e presentato i primi due dei suoi quattro libri di poesia dialettale, En zerca de aquiloni e Schiramèle, facciamo parte dello stesso gruppo culturale che con altri amici abbiamo fondato assieme, il Cenacolo trentino di Cultura dialettale.

Il fatto è che Lilia in questi 25 anni ha pubblicato 8 libri, in media uno ogni tre anni; di questi 8 libri, 4 sono in dialetto e 4 sono in lingua, con l’utilizzo quindi di codici linguistici diversi fra di loro; è inoltre da dire che l’uso di codici linguistici diversi, non presuppone che l’uno sia sussidiario all’altro, intendo dire che una poesia o nasce in lingua o nasce in dialetto, anche se qualche furbo a corto di idee, certo si avventura sul sentiero della traduzione.

Questo con Lilia non è mai accaduto. Nei suoi libri infatti, sia quelli in dialetto che quelli in lingua, c’è una continua ricerca di identità culturale, nel senso di fare – o cerare di fare – ciò che non hanno fatto gli altri, in poesia. Una apripista in un certo senso.

A parte i molti concorsi vinti sia in lingua che in dialetto, la vera maturazione si compie nel 1987 quando pubblica il suo primo libro, En zerca de aquiloni, appunto, con il quale non solo propone buona poesia, ma mette le carte in tavole anche sulle sue intenzioni poetiche pro futuro: niente compromessi con la banalità. Infatti quando tre anni dopo, nel 1990, offrirà ai suoi lettori il suo secondo libro in dialetto, Schiramèle, vi è non solo una conferma di grande qualità, ma dentro vi si avverte il raggiungimento pieno della sua maturità poetica. E con questo secondo libro, lei chiude anche un ciclo, perché non si deve dimenticare che nell’itinere letterario di Lilia, c’è sempre stata anche la lingua. Anzi, e bene dire, che lei, alle origini, scriveva poesie in lingua e passò poi al dialetto.

Il suo amore per la lingua trova soluzione nel 1991 e nel 1993 con i due libri Nonostante tutto e Controcanto.

Mi piace un particolare della prefazione che di Nonostante tutto ne ha fatto Renzo Francescotti. Ricorda Renzo che una sera ad Ala, durante una passeggiata serale dopo la presentazione di una antologia, Lilia richiamò la sua attenzione dicendogli: «Guarda un po’cos’ha fatto un ragazzo con la fionda…» e indicò il selciato. Guardai, dice Renzo e nei riflessi della luce di un lampione, centinaia di piccoli cristalli iridescenti scintillavano il loro messaggio di luce (…) nessuno ci aveva badato – continua Renzo –: solo Lilia. Ecco se si vuole cogliere qualcosa di enigmatico per capire la sua poesia, penso che possiamo isolarlo in un episodio come questo: la ricerca del magico nel grigiore del quotidiano»

È una osservazione puntuale ed azzeccata, perché il magico nella poesia di Lilia non mancherà mai. Come è equilibrata l’osservazione che la stessa Lilia ci offre del suo secondo libro in lingua, Controcanto, che gode di una favolosa prefazione di Ermellino Mazzoleni, grande poeta e grande critico. È lo stesso Mazzoleni che ce la propone: Forse, scrive Mazzoleni, la definizione più vera di «Controcanto» appartiene all’autrice, che durante una conversazione confessò: «Controcanto» sono io come vorrei essere, come sono e non sono. È la canzone d’amore di una donna per la donna

Il perfetto equilibrio di due a due si rompe nel 1995, quando torna al dialetto con Amor porét, vero capolavoro di introspezione, con prefazione ancora di Renzo Francescotti, il quale osserva che la poesia di Lilia, quella di questo libro, è anche poesia della coscienza dei drammi del nostro tempo, come altre volte Lilia ha testimoniato, sia in dialetto che in lingua. E proprio il libro del quale parlerò fra poco, racconta una fra le storie più drammatiche ed angoscianti che una donna possa vivere.

Per pareggiare nuovamente il conto, nel 1998, Lilia si presenta al pubblico con il suo terzo volume in lingua, Leggenda, anche questo supportato da una saporita presentazione di Ermellino Mazzoleni. Prendo ancora in prestito le parole del critico, laddove dice: Rispetto alle raccolte precedenti, «Leggenda» s’impone per lo sviluppo stilistico; minori sono le rime sussurrate, i vocaboli alitati. Si evidenziano timbri più scintillanti e una fibra fonica più robusta, insieme ad alcune sinuosità melodiche riverberano sonorità vigorose.

Raggiunto il pareggio Lilia guarda avanti. Lei, che nella poesia e sulla poesia ha vissuto molti dei drammi che racconta (o vissuti in prima persona, o come condivisione dei drammi altrui, ma fortemente sofferti come propri), nel 2002 torna al dialetto con una silloge dal sapore agreste e calata entro i confini del mito: Striarìa, è il titolo, ed il libro è uscito con corposa presentazione da parte di un altro grande critico di livello nazionale, quale è Tavo Burat. Qui c’è un ritorno alle origini, quasi un rientro in utero. Lilia percorre passo passo i luoghi, alcuni anche inconsci, della sua infanzia. Il bosco, le sue magie, i suoi suoi umori; il bisogno di protezione, la ricerca di un rifugio, soprattutto per la sua anima.

Lilia è un fiume in piena. È questa l’immagine che negli anni mi sono fatto di lei. Lilia ha dentro il morbo della poesia, una malattia che la segue e la persegue, una geniale malattia dello spirito, una malattia che esplode e che neppure lei riesce a contenere. Guai contenerla.

Concludo questa prima parte con un’osservazione: Lilia è stata la prima poetessa dell’areale veneto, sia in lingua che in dialetto, ad aver fatto dell’astrazione un modulo poetico. Ha fatto parlare i fiori, l’acqua, gli alberi, l’erba; ha giocato con le stelle, ha imprigionato le comete, è diventata betulla e muschio e rugiada e vento e sogno, ha trasformato la luna nel micio di casa, i papaveri in ballerine. Espressioni come el sol che se destira ’ntrà i scuri, o l’arfi dei dì, o le punte degli abeti che ghe fa le gatizzole al sol…; en sgrisolon de rasa, oppure, li ho citati prima, papaveri che bala su bosie. In lingua il fascino dell’arcano non è diverso. e troviamo ansimare fiordaliso; singhiozzo di vento, lei che danza in groppa ai grilli, che si aggrappa all’aratro dei giorni.

Pochi esempi dai quali però emergono l’originalità dei concetti, il sapore della parola e la forza dei contenuti.

Dopo questi sette libri, Lilia cambia decisamente registro. Non vola più sugli aquiloni, non fa più schiramèle e, nonostante tutto, intona il suo controcanto ed approda alla realtà di un autentico amor porét, qui da me usato nel senso di derelitto e frustrato come lo sono gli amori di rapina, che la porta come conseguenza ad abbandonare leggende e striarìe per approdare al dramma che viene raccontato in questo «All’ombra delle nove lune»..

Non solo la storia qui narrata, ma tutto il percorso poetico di Lilia è sempre stato un urlo contro la violenza sulle donne, le speranze infrante, le delusioni. Un percorso che viene da lontano perché ne troviamo traccia fin dagli aquiloni, perché la sofferenza delle «Mame argentine» è sofferenza universale; in Schiramèle troviamo le «Dòne de ancòi», Su le spale strache / l’istess bazilón… / la fadiga dele dòne de stiani / che tase e che tègn empizzà / el fòc el te le case; è violenza in Nonostante tutto, quando dice: Mi hanno scritturata / senza consenso / neppure un’opinione. / So dagli altri / che esiste un copione / su misura…; e quasi grida Lilia in difesa della povera di Controcanto: Voi che volate a piedi nudi sui sassi / sfidando le serpi, le spine, decifrate / il lungo sospiro di tutte le Lì / le Lì dai piedi con le ali mozzate. È da Amor poret che emergono speranze frustrate, quindi ancora il risultato della violenza: L’è quando i to doman i è za strazzadi / prima che i bata pian al to porton, / che te voréssi / per ti, demò per ti / na stradèla che rudola ’n la val… Come in filigrana appaiono scene che sembrano tolte dall’Ombra delle nove lune, ma sono invece in Leggenda, laddove Lilia piange una bimba africana morta: E ti guardo / fiore accasciato, ti sfioro / appena nel dolore. Tu / bambola sotto i lini / e tua madre piegata… È l’anticamera delle «nove lune». Infine in Striarìa, uno dei libri magici di Lilia, non solo nel titolo, è dramma di donna anche il dare e non ricevere, il suo sperare senza speranza: Gaveven enté le man el color / dei pradi a primavera, / dei òci dei gati a la sera, / la fortuna ’mpassionada / davanti a l’us. E no l’avén zugada.

Questo l’itinerario per questo approdo «All’ombra delle nove lune», e parto con una considerazione. Non tutte le sillogi poetiche, neppure tutte quelle di Lilia, hanno una trama sempre visibile. Certo - e lo abbiamo anche brevemente visto -, sullo sfondo delle sillogi di Lilia, di tutte le sue sillogi, si intravvede un tema generale, una piattaforma espositiva, sulla quale peraltro si innestano poi più sfumature tematiche.

Il libro di questa sera invece è diverso dagli altri suoi precedenti. Qui in questo libro, infatti, c’è un vero e proprio racconto in versi, una storia, una drammatica storia ed ogni poesia non può prescindere da quella che segue e, nel contesto, da quella che la precede.

C’è un precedente libro di Lilia, dialettale, «Striaria», dove anche lì il racconto è evidente, ma meno evidente di qui. Tutto il libro, parlo di Striarìa, propone un filo conduttore, una scansione di tempi ed immagini; descrive il mondo di Lilia, il bosco, quello vero e quello della fantasia, con continui rimandi tematici fra lirica e lirica. C’è racconto, in questo «Striaria», ma –a mio giudizio - non c’è una storia.

In questo libro invece, c’è il racconto e c’è anche la storia. La storia è quella dello stupro di una giovanissima ragazza, una adolescente di appena tredici anni, mentre il racconto è quello che ci porta per tappe coerenti e conseguenti, dall’atto della violenza ad una conclusione che non è per nulla scontata.

Questo libro è il diario di una ragazza, dove la ragazza parla in prima persona, ed è una novità anche questa, perché Lilia ha spesso privilegiato l’uso della terza persona, quando non addirittura parlare al maschile. Qui no, qui tutto è partecipato, il discorso è diretto, le cose dette, immediate.

Libro che è racconto e storia, dicevo. All’interno del racconto, esce in forma graduale, ma progressiva, non solo la personalità della ragazza violentata, ma anche tutti i suoi timori infantili, la paura di essere femmina e di essere diventata donna nel modo peggiore di diventarlo. Si alternano, nello scorrere di queste liriche di elevatissima fattura, gli stati d’animo della ragazza, che prende via via coscienza di ciò che stà maturando nel suo corpo, rimasto allo stadio infantile nonostante tutto (e qui ho preso in prestito un felice titolo di Lilia).

Lo svolgersi della vicenza è al tempo stesso struggente e dolce.

Struggente perché un dramma umano non può che avere questi connotati, di sofferenza e di dolore partecipati. Non può che immergerci o addirittura sommergerci di emozioni forti e contrastanti: un urlo contro la violenza più bruta, che non è solo violenza contro una donna indifesa, è violenza contro una bambina. Chi salva un bambino salva il mondo, è un po’ lo slogan che corre in questi giorni: e chi violenta una bambina, cosa fa?

Dolce perché la ragazzina violentata riesce comunque a mantenere intatta la sua innocenza ed oserei dire anche la sua verginità, che non è fatta solo di un corpo mai sfiorato, ma anche di un cuore e di una mente che rimangono innocenti.

Il racconto di Lilia non può che partire dalla violenza iniziale. Il fatto e la conclusione di quest’atto brutale, tremendo, sono tutti racchiusi nelle prime nove liriche, una specie di summa e sintesi del passato, del presente e del domani della fanciulla.

Sulle sue speranze di giovane nel vedere e disegnare le proprie attese dalla vita, la ragazzina dice:

Non conoscevo imbrogli
agguati a fior di pelle.
Catalogavo voli di farfalle
giocando le paglie nel fienile…

Sull’agguato del quale è stata vittima e che può nascondersi in ogni luogo, in ogni momento e in qualsiasi parte del mondo, la bambina dice:

I demòni mi hanno naufragata
spezzata nello stelo d’equilibrio,
sputata all’ombra lunga d’agonia…

Delle possibili e probabili ripercussioni sul presente e soprattutto su un futuro che, inevitabilmente, non sarà più quello al quale aveva diritto, la fanciullina aggiunge:

Mi avevano raccontato
di un principe sul sentiero
che porta alla radura segreta…

che, naturalmente, non verrà più. Anche queste illusioni si sono infrante in un giorno di vergogna per l’uomo come maschio, in questo caso come simbolo di violenza:

Erano tanti, schifosi più dei vermi
che ora mi brulicano nel cuore
per un approdo ultimo di terra.

Ed ancora:

Non è abbastanza nessun verbo,
nessuna accusa scagliata
per questa predazione dell’essere.
Donna io, Profanata.

Summa e sintesi dicevo, ma il percorso della maternità è lungo e non ha scorciatoie in chi non vuole, o non può, percorrere scorciatoie sgradite e sgradevoli.

Prima, nel presentare l’opera omnia di Lilia, ho elencato tutti i titoli dei suoi libri e sono titoli interpretativi dei contenuti, sintesi del contenuto, anticipatori del contenuto. E proprio nel titolo, «All’ombra delle nove lune», stà il segreto di questo libro. La luna è fonte di luce, pur riflessa, ma luce. E la luce non fa ombra, non è nata per fare ombre. Se fa ombra, è perché davanti alla luce c’è un ostacolo che ne interrompe il flusso.

Questo il mistero del titolo apparentemente contradditorio: le nove lune dei mesi della gravidanza, cosparsi di sofferenza, angoscia, delusioni, ma anche di fiduciosa attesa di fronte all’irreparabilità dell’evento. Ombre, cioè lati oscuri, i conti con se stessa e con gli altri, gli incubi, che da adolescenti sono i peggiori.

Mentre inizia la prima luna d’attesa, dice:

Mi vedo danzare alla vita,
lo sguardo perduto, le mani in fuga
sulla tastiera in notturni di Chopin.
L’incubo arriva come una percossa,
una tenaglia spalancata.
Serro le gambe nel terrore
di un’altra alba di rossore.

La violenza, quindi, giunse all’alba. Il primo mese è ancora quello della incerta ed indefinita presa di coscienza, ma anche senza tentativi di rimozione. La ragazza cerca di capire la realtà che le ha cambiato e sconvolto la vita:

I miei sereni li ho inghiottiti piano
in sordide carezze pirata.
Sfasciato in un attimo il vascello
che batteva bandiere controsole.

Nonostante ciò che ha subìto, lei è pur sempre una ragazzina, che fino a poco prima giocava ancora con le bambole. Per questo ciò che le è capitato, le è ancora meno ragionevole e nella seconda luna sussurra:

… Mi sento
alla gogna per un coriandolo
di sogno depredato, colme
le tasche, e non lo sa nessuno.

La coscienza di ciò che è accaduto si innesta sul rimpianto di ciò che poteva essere e che non sarà più:

Al mio sogno svanito
raccolgo il vello delle greggi
incantando i pastori…

Nel trascorrere del tempo, la realtà diventa sempre più evidente e quindi più dura. La bambina combatte ancora con se stessa, lei sa, è cosciente di cosa stia per muoversi dentro di sè, ma è ancora un segreto fra lei e lei. Alla terza luna infatti dice:

Le mani mi cercano il ventre piatto
di ieri, e so che è ancora per poco.
Per poco, fanciulle, complici di gioco
ballerò con voi…

Il tempo scorre senza soste e senza pietà. Alla quarta luna tornano i fantasmi della violenza subìta, scorrono nella mente gli attimi del terrore. Tutto sembra tornare alle origini, anche la paura e con essa il rifiuto – quasi – della creatura in grembo. In una lirica urla

Mai saprò il volto predone
di chi seminò nel mio corpo la vita

ed in quella successiva ammette che in grembo porta:

La vita. Respiro innocente
in grembo alla mente matrigna.

Un dramma nel dramma, questo non sentirsi madre del frutto della violenza.

Ora il bimbo che le cresce dentro contro la sua volontà, si conquista i suoi spazi e pretende attenzione. Nella quinta luna la ragazza lo sente muoversi:

Mi colpisce il tuo ballo
frenetico sul cuore,
non conosco il ritmo,
il colore del tuo sguardo…

Prova ad immaginarlo, questo figlio, che ama e odia al tempo stesso:

Chissà se ricci i tuoi capelli…

oppure

Invento i tuoi occhi nel celeste.

Alla sesta luna si compie, quasi, il miracolo dell’accettazione:

Ti condurrò per mano
oltre il sentiero dei trifogli,
nel cuore del papavero
e della rosa canina…

e continua:

Giocherò insieme a te, figlio

Il papavero e la rosa canina suggerirebbero altri dettagli nella poesia di Lilia, ma il tempo stringe e ci porta alla settima luna, quando ormai è:

Teso il ventre come tamburo
che sa segnali antichi. Provo
a bussare piano con le nocche.
Ti sento mare rifiorire
di conchiglie sugli scogli.

Siamo ora, con l’ottava luna, vicini al compimentro del ciclo della vita che nasce, ma questo mese inizia con l’urlo della disperazione infantile:

Rivoglio il tempo rubato

grida la bimba-donna.

Lo esigo in nome di chi
mi ha seminato nel grembo
semenze fasulle…

ma il senso della maternità, che si forma nella donna indipendentemente dalla volontà, un atto che la natura impone alla donna, prende il sopravvento:

Oggi è il giorno del futuro.
Ti modellerò a vent’anni che corri
in braccio al sole, figlio.

E, alla nona luna mi fermo per non svelare il nodo centrale della storia.

° ° °

Concludendo, espongo una riflessione generale ed anche strettamente personale, su questo libro e sul significato che io gli ho dato.

È del tutto chiaro che c’è Lilia nel libro. È lei la ragazza violentata, anche se lei per fortuna sua, dei suoi cari e di tutti noi, violentata non lo è stata mai, anzi è stata teneramente amata non solo dalla sua famiglia, ma anche dai suoi amici. Tuttavia la ragazza violentata è lei, perché in questo libro ha cercato di farsi carico – ed a giudizio personale, ci è riuscita – della sofferenza femminile, degli abusi sulle donne, dello sfruttamento dell’infanzia, anche dei fenomeni della violenza sui minori.

In questa ode alla sofferenza femminile, si avverte chiaramente un messaggio che non è di oggi, è un messaggio che ha attraversati i secoli, ci viene dalla notte dei tempi, perché è dalla notte dei tempi che ha donna subisce le violenze dell’uomo, come singolo, come società, come cultura. È sotto gli occhi di tutti il maschilismo di questa società.

Qui, in questa sua opera, che io ritengo eccezionale, Lilia ha condensato un racconto di umanità usurpata. Come prima ho cercato di spiegare, questo un libro di sintesi e di sedimento finale dell’intero ciclo poetico di Lilia, un libro di risulta come mi piace dire. Non è l’ultimo libro di Lilia, almeno lo spero, ci mancherebbe, non è questo che intendo dire. Intendo dire che Lilia ha cosparso le sue tematiche al femminile, in difesa del mondo femminile, in tutti i suoi libri. Certo, spesso era lei la protagonista delle sue poesie, ma il più delle volte era un lei narrante, un lei interpretativo di esigenze e e speranze e finalità che non erano sempre personali. Parlare a Franza perché Spagna intenda, usavano dire i diplomatici di un tempo, ma oggi Lilia, con questo libro, ha rotto gli ormeggi della riservatezza ed anche della prudenza, denunciando a tutto tondo il dramma femminile che ancora oggi c’è e non solo nel cosiddetto terzo mondo. In forte contrasto con la triste realtà che tutti sappiamo esistere, quotidianamente siamo sottoposti ad un bombardamento pubblicitario indecente che trasforma la donna in oggetto, una donna ridondante e falsa, mentre si sa benissimo che dietro l’angolo può esserci il sopruso, l’angoscia, la violenza. Sono proprio di questi giorni le notizie di abusi su ragazze, aggredite, di notte ed anche di giorno, per strada, nella civilissima – faccio per dire – Italia.

Libri come questi, servono, possono serevire, devono servire, per aprirci gli occhi oltre la poesia. Anzi, potrebbe essere questa una delle funzioni più elevate della poesia.

La poesia certo non darà pane, ma ci offre il companatico per l’anima.

Grazie.

autore
Literary © 1997-2018 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Gerenza