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Prefazione a
Amor porét

Renzo Francescotti

Tremori e magie nelle poesie di Lilia

“Era come se la bellezza non fosse qualcosa di distaccato e separato, indipendente dagli umori e dalle contingenze del tempo, ma al contrario dovesse confrontarsi con l’infelicità, quasi sopportare il peso di una grande angoscia, e solo se in ciò non si consumava, ma anzi manteneva intatta e indomita la propria forza, solo allora avesse il diritto di chiamarsi bellezza”.

Sono parole che Elias Canetti ha scritto ne “La lingua salvata“: mi paiono un’indicazione utile per penetrare una poesia come quella di Lilia Slomp.

Dopo due prime raccolte di versi in dialetto En zerca de aquiloni (1987), Schiramèle (1990), seguiti da altri due libri di liriche in italiano, Nonostante tutto (1991), e Controcanto (1993), Lilia è ora alla sua quinta opera poetica, (la terza in dialetto trentino). Sebbene sia arrivata a pubblicare le sue prime poesie intorno ai quarant’anni, dapprima in antologia, questa poetessa trentina che scrive versi sin da quando era bambina (come accade ai talenti naturali) ha recuperato velocemente fino a darci, nel giro di soli otto anni, cinque opere di poesia in dialetto e in lingua, in una perfetta bilinguità, imponendosi come una delle voci poetiche, non solo della nostra provincia, più suggestive di questo ultimo decennio.

Di lei ho scritto in varie occasioni, su giornali, riviste, prefazioni; e sempre senza mai la preoccupazione del pericolo di ripetermi. Il fatto è che Lilia Slomp, è una poetessa per cui mi pare sia d’obbligo usare il qualificativo “affascinante”; riusarlo senza téma di ripetizioni, ogni volta identificandolo con sembianze, attribuzioni, apparizioni nuove. Il fascino – in questo senso poetico – è qualcosa di immediato, di elementare, che chiunque, anche l’osservatore più sprovveduto sa captare: difficile, complesso, al limite impossibile diviene riuscire a definirlo, a fermarlo. Che Lilia sia una voce poetica distesa nella cantabilità appare a prima vista, a primo ascolto.

Questa volontà, questo bisogno di canto ci viene incontro, ci avvolge come una colonnasonora, come ad azionare il tasto, la manopola di una radio,d’un registratore sin dalla prima poesia, Amor porét che dà il titolo alla silloge: "Me s’è smigolà adòss | stanòt el temp | co’ la so mantèla | de stéle repezzade...” E’ una musica che ha l’eleganza di un rondò settecentesco, a cui si intrecciano i suoni di una rustica pavana. Ma, attenzione a lasciarsi prendere da questa offerta di canto ballato, di danza aristocratico-rustica!

Lilia ci potrebbe lasciare sul più bello, a metà della danza, andandosene via con una “veronica” della sua gonna zingaresca, con lo sguardo deluso (e un’ombra di disprezzo?) per chi ha frainteso, per chi non ha capito. Non ha capito che cosa? Che la vita per lei, la vita che comunque lei vuol cantare non è un gioco di equivoci: è una cosa seria, penosa, troppe volte dolorosa.

E’ tutt’altro che un ballo; e anche nei momenti che appare tale, il ballo è la metafora di un destino: è la danza dei sette veli di Salomè, fascino eros e morte: “ E pirlo come na róndola | stremida dal so zich, | da le so stesse ale...” (“A bissabòa el rif”). Sono versi come questi che ci aprono una fessura, un cunicolo, un passaggio che via via, se imboccato, si allarga sino a penetrare nelle grotte più segrete della poesia di Lilia: “una rondine impaurita dal suo stesso grido, dalle sue stesse ali...”

Se percorriamo questo misterioso passaggio verso il grembo della terra i suoi ci appaiono “versi che no vòl balar | i bate el temp e i volerìa contar | enté ‘n moment le ore che me resta | empegnade come fiori ‘ntéi cavéi | che i sa l’arfi del vent, le so bosìe, | le ociade de le nugole, le strie | quando finis la conta dopo ‘l séi..."

Affascinanti metafore, limpide e allo stesso tempo enigmatiche queste che con voce melodiosa ci canta la Slomp: versi che non vogliono ballare, perché vogliono contare le ore che ancora ci restano, le ore impigliate come fiori nei capelli di donna, capelli che conoscono l’alito del vento, le sue bugie, le occhiate delle nuvole, le streghe nel momento di sospensione quando finisce la conta dopo il sei...

Dopo le magie i tremori: nei versi degli affetti familiari la poesia di questa autrice trentina si fa intensa, struggente. Come nella breve lirica Per ti, mama in cui la donna ritornata bambina vorrebbe rifare il girotondo con sua madre ormai morta, vorrebbe con una pennellata di lustrini “ricamar de stéle el to grombiàl | pròpri sora el tacón de la scarsèla... | Dime se te gài fret, gò chì el to siàl; | me sbrìgola ‘ntél cor na baiarèla.”

O come nel Sonetto 5 in cui si chiede dove sia finito suo padre, quello che la portava intorno in lambretta accendendole la notte, il padre che è tanto cambiato, che non è più quello e lei: “... Come ‘n gatèl me leco pian la bua.” O come nel dolente Sonetto 3 (stupendi questi sonetti della Slomp, tra i più belli in assoluto scritti in versi trentini), "... O’ svoltolà i me dì dentro i me oci | e gò enventà ai silenzi le parole | smorzando le me stéle a una a una...”.

Ma la poesia della Slomp non è solo quella dei versi di sottile sensualità femminile, della magia captata nel quotidiano, del destino individuale o familiare: è anche la poesia della coscienza dei drammi collettivi del nostro tempo, come già altre volte ha testimoniato sia in dialetto che in lingua, una poesia senza enfasi o scontati effetti, una poesia di sensibilità intensa: come E i sbara, i sbara sulla ripetitività demenziale delle guerre. Per ritornare al proprio destino individuale contemplato attraverso una lettera mai arrivata, una lettera d’amore, due righe che sarebbero bastate ad accendere spazi bui (... Amor, scampanelada | longa, ensognada: | na letera per mi!”).

E concludere con due liriche come El sò, no ero mi e Ero mi, ognuna delle quali sembra smentire l’altra, in una apparente, felice, contraddizione: “Ero cossì de prèssa su sta tera, | apena na scampada per tòr su | quel che avevo lassà la volta prima...” Scrive Lilia nella prima delle due poesie citate. Che cosa vuole dire, che cosa vuol dirsi o dirci in questi tre versi che hanno la levigatezza di certi gioielli incastonati con una pietra dalle misteriose proprietà? Sono parole che irradiano attorno campi magnetici. Mi vengono in mente certe parabole dell’Estremo Oriente, certi racconti taoisti dove si parla di dee che scendono sulla terra, si incontrano con gli esseri umani, per un momento li fanno felici e poi spariscono nei loro regni tra monti altissimi perennemente nascosti dalle nubi. Racconti che presuppongono l’esistenza di vite precedenti e seguenti, una Ruota della Vita da cui per un incontro misterioso e divino possiamo essere liberati, accedendo al Nirvana.

Sono questi, a mio avviso, i momenti più “maliosi” della poesia della Slomp (commentata dagli eleganti disegni di Daniela Ferrari diplomanda a Brera, figlia dell’autrice) che con questo Amor porét ci ha dato il suo libro in versi dialettali più armonioso e risolto.

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