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Prefazione a
Come goccia di vetrata

Paolo Ruffilli

Lilia Slomp Ferrari torna, a tre anni dalla sua precedente raccolta, con un nuovo libro destinato a lasciare un segno profondo nella sua personale esperienza. Come goccia di vetrata rappresenta, da un lato il repertorio privilegiato dei motivi cari all'autrice e legati alla dominante della memoria e alla trasfigurazione mitica della vita; e, dall'altro, il repertorio linguistico rarefatto delle possibili varianti nascoste nelle pieghe remote di una lingua insieme della cultura e dell'inconscio ("...Sillabo a stento parole fugaci | carpite al volo di lucciole spente... ").

Nessun titolo poteva essere più indicativo, con quella goccia che scivola inesorabilmente sul vetro raccogliendo luci ed ombre prima di svanire e perdersi nel gran mare della pioggia della sibillina atmosfera di marzo. Non solo nella valenza metaforica più immediata del segno minimo che sembra perdersi nell'insieme, ma in collegamento con la notazione stessa di "tempo" e nel riferimento ad un mondo di simboli come chiave di interpretazione del messaggio che si traduce in rappresentazione in queste densissime pagine.

Nei precedenti libri di Lilia Slomp Ferrari c'erano già, come coscienza, tutte le possibili combinazioni dei segnali che animano qui la grandiosa orchestrazione. Ma Come goccia di vetrata, proprio per la sua configurazione esemplare, vive di vita autonoma, in sé chiuso e concluso, come opera senza antecedenti e senza necessarie continuazioni. Un canto, limpido e marmoreo, dell'eterno ritorno e della continuazione sublime, della vicenda individuale e del destino collettivo, del presente puntiforme e della durata del tempo.

Nella poesia di Lilia Slomp Ferrari domina la scena una deriva costante e impercettibile del ricordo, trainante alla ricerca del tempo perduto (dell'infanzia, della giovinezza e, via via, di ogni giorno e ora che sono andati avanti nella loro marcia inarrestabile). Il ricordo non si esaurisce affatto nella linearità del passato ricostruito come filo del racconto che si srotola verso dopo verso, ma si materializza nel ricchissimo intreccio delle immagini a dare corpo a luoghi, oggetti e figure di cui sono colme queste pagine. Un senso maturo della vita sostanzia i segni e i modi stessi, con la volontà di gustare gli aspetti del passato così cari e preziosi. I morti ci arricchiscono senza chiederci niente, senza pretendere niente da noi, sembra dirci ogni poesia di questo libro. Il ricordo di cose, di gesti, di persone, di luoghi, di animali illumina in noi qualcosa di ormai trascorso, che ci ritorna con dolcezza e insieme con uno schianto, come nel caso potentemente esemplare della madre ("...ti rivorrei accanto per cullarti | nell'antro dell'urlo silenzioso | quando l'altrove si fece preghiera..."). Ma non è la nostalgia il sentimento che si impone all'autrice, se mai una perplessa sorpresa trasognata ("Ci sarà un porto, un'isola | per le barche di carta naufragate | insieme alle sillabe d'inchiostro | su quaderni dalle pagine strappate") che non esclude affatto la ripresa di serenità e perfino di gioia ("...Colgo sereni in calici oscillanti | nella presa drogata d'infinito... "). Perciò il tono non è mai elegiaco, se mai perfino un po' angosciato ("...Non esiste strazio narrato, sventrato | come quello che percuote le tempie | con fionde malandrine... "), o all'insegna dell'immaginazione e della visione, di un lirismo pieno di vita e di una cantabilità aperta ("...Affresco indelebile, assoluto | dell'anima che scava come talpa | in orbite tutt'ora inesplorate..."). Forza evocativa, qualità ritmica, gusto del colore, contraddistinguono questo catalogo privilegiato dell'autrice, almanacco della privata condizione riportato costantemente alla linea maggiore della storia e della cronaca, breviario e sintesi di una nuova filosofia della vita ("...Manovro le mie ali finalmente | alla ricerca folle dell'immenso").

Come goccia di vetrata realizza una sorta di epica della memoria ("... Tendo la memoria | come giunco per spiccare il balzo... "), ambientata nel mondo stratificato e vivido dei propri "luoghi" (la terra, la città, la casa...), della cui cultura intramontata e forse intramontabile la poesia dell'autrice si erge a summa e a codice, facendosi espressione e amplificazione della voce di un 'intera generazione, delle sue memorie e delle sue speranze. Infatti i luoghi e le persone che vi si muovono vivono attraverso quelle trafile di immagini e di oggetti, di figure e di atmosfere, che ricostruiscono la storia involontaria, l'unica vera Storia in cui la comunità in ogni singolo individuo (con i suoi affetti e le sue ossessioni, i suoi slanci e le sue ricadute, i suoi sogni e i suoi nodi irrisolti) possa e voglia riconoscersi e che è Storia anche di un albero o della neve, di una farfalla e di ogni animale domestico o selvatico che attraversa la strada degli uomini, cioè di ciascuna parte della natura.

Di questa realtà totale Lilia Slomp Ferrari è il cantore autentico: un cantore ombroso, mosso da un'inquietudine nervosa che spinge appunto a cercare senza riposo le ragioni dell'autenticità ("Inquietudine dolce di cantare..."). E sempre si stacca, sul fondale della scena, il profilo delle cose durevoli, delle presenze che si rinnovano e continuano, il senso di una gente sempre viva e destinata a sopravvivere non solo come realtà culturale ben al di là della morte dei singoli. Accade così che sia il respiro corale a contare massimamente; quello stesso respiro corale che, passando attraverso l'esperienza e le contraddizioni di ognuno, partecipa profondamente della natura e delle sue fasi, dei suoi cicli e delle sue stagioni.

C'è in questa misura partecipativa, nel libro di Lilia Slomp Ferrari, un proiettarsi sempre oltre la barriera della propria vicenda e della propria storia, in una sorta di interrogativo aperto, che è la scelta del futuro o, se si vuole, la scommessa con la vita ("Sopra fogli di mistero" appunto) attraverso il miracolo della parola e la capacità rivelatoria della poesia. E, dentro questa misura di coinvolgimento di sé con gli altri, si dispone tutta la fitta trama dei percorsi interiori, dei rapporti interpersonali, degli incontri e delle relazioni, del quotidiano mettersi (o rimettersi) in equilibrio; tra l'ossessiva deiezione del tempo e il dolce umanissimo recupero di sé e degli altri.

Tutto ciò viene espresso, in Come goccia di vetrata, con particolare leggerezza e fluidità, in una lingua reinterpretata con intonazioni personali che danno al verso la misura di un racconto insieme avvolgente e graffiante, nello stesso tempo staffilata e carezza, proprio come dice una delle poesie dell'ultima sezione della raccolta: "Endecasillobo che mi percuoti | con frusta d'aguzzino dentro il canto, | lasciami decollare in altri cieli, | magari controvento incontro al sole". Perché è proprio il "canto" che paradossalmente concilia i due opposti: la crudeltà e la pace del ricordo. Il dolore del taglio produce infatti il piacere della ferita ormai guarita.

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